Estero
26 Settembre 2022

Zitti tutti, parla Cantona

Perché Éric è il Re, anche fuori dal campo.

Éric Cantona, che dopo le prodezze in campo si è fatto conoscere anche fuori per non tirare mai indietro la gamba, e per regalarci sempre opinioni originali e controcorrente, ha rilasciato una strepitosa intervista a The Athletic già diventata un nostro manifesto programmatico. I temi toccati sono stati molti, dal Manchester United alla sua carriera, dalla Francia alla politica, ma il valore aggiunto Cantona lo ha dato parlando del nuovo sport-entertainment, di un mondo (quello del calcio, soprattutto) ormai vittima e schiavo della deriva finanziaria, spettacolarizzata, commerciale, fino al punto di rendere gli sportivi degli influencer che ripetono ritornelli a pappagallo – o come dice lui delle “pecore a buon mercato” – e il football in generale un mondo capace di tradire i suoi stessi tifosi.

«Non mi piace l’idea che calciatori, politici, cantanti, personaggi famosi debbano essere esempi».

Così Éric Cantona nell’intervista a The Athletic

Che ha poi spiegato: «Recentemente ho sentito dire che i calciatori devono essere impegnati socialmente, essere attivi, come gli artisti. Ma gli artisti – il 90% di loro sono attivi in cose facili, senza alcun rischio. Dove è rischioso, non si schiera nessuno. La maggior parte delle persone lo accetta perché sono ‘esempi’. Ma sono esempi a buon mercato, esempi di pecore a buon mercato! Ci sono molti esempi di pecore a buon mercato, nel calcio, come dappertutto. È solo business. Dicono di essere contrari a questo o quello, ma è sempre la cosa più facile. Oggi è il clima, che è positivo, ma pensi di essere davvero impegnato e di prenderti dei rischi perché dici: ‘Dobbiamo stare attenti al clima’?». Così ha attaccato Re Éric, che poi ha continuato:

«Ci sono persone in alcuni Paesi che sono davvero impegnate, che rischiano per le loro vite. Abbiamo fatto alcuni documentari sui ribelli del calcio ma quando dico ribelli, non intendo i ragazzi con tatuaggi e gel nei capelli. Questi sono falsi ribelli. Intendo coloro che mettono in pericolo la propria vita, che hanno combattuto per la democrazia, o come Carlos Caszely in Cile (un calciatore che si è opposto alla dittatura di Pinochet). Hanno preso sua madre, hanno torturato sua madre. Tutto invece ora è facile. Aspettano, aspettano e poi dicono: “Ora posso andare a dire qualcosa”. Ci sono molte cose per cui puoi combattere oggi.

Quindi, combatti per i Palestinesi. Lotta per lo Yemen. Lotta contro l’Arabia Saudita e i Paesi che vendono armi all’Arabia Saudita. Parlatene».

Musica per le nostre orecchie, una boccata d’aria in un mondo dominato dal più asfissiante conformismo. D’altronde qui in varie occasioni ci siamo schierati non contro gli sportivi politici, bensì contro questi sportivi (finti) politici. Come scrivevamo in questo articolo, “Lo sport è politica, non propaganda”: è Thuram e Sollier, non Hamilton e Marchisio, portavoce social di tutte le battaglie giuste a prescindere e sponsorizzate dai grandi media, comprese le multinazionali. È Tommie Smith e John Carlos, atleti che pagarono le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie convinzioni, non i nuovi sportivi portati in palmo di mano da tutto il coro mediatico liberal-progressista, i quali ripetono il copione scritto da altri tra diritti LGBT, ambientalismo da salotto, femminismo di facciata, “senza mai prendere rischi” e soprattutto senza mai aggiungere nulla.



Ma Cantona non coltiva solo il gusto dell’anticonformismo, invece ha una vera e propria visione dello sportivo e del suo personaggio che va oltre le apparenze e le provocazioni: «Sono solo un essere umano come tutti e a volte sono più fragile. Non siamo come i robot. Non sono un robot, sono solo un essere umano. Posso essere fragile (…) Il più delle volte sono molto umile. Scherzo dicendo ‘Sono una leggenda’ e tutta quella roba. Perché non mi interessa. So che viviamo in un circo, quindi mi presto. Faccio il clown, come tutti». Un po’ di lucido e disilluso realismo, grazie al cielo.

Come quando ribadisce la sua idea sulla Coppa del mondo in Qatar – «Si tratta solo di soldi: guarda come hanno trattato le persone che hanno costruito gli stadi, è orribile, migliaia di persone sono morte. Capisco che il calcio è un business, ma questo mondiale non lo guarderò»ma poi non riesce a biasimare «un giocatore di 20 anni, che ha una carriera di 10 anni, che vive in un mondo circondato da persone del calcio 24 ore al giorno» per non avere il coraggio di restarsene a casa:

il problema sta «al vertice, i politici, i presidenti, le federazioni, i ministri… il vero potere».

Ma il fatto che in fondo la vita sia una recita, anche dominata da interessi, e che quindi non ci si debba prendere troppo sul serio, non significa che si debba accettare tutto, rinunciando al pensiero critico e a sviluppare delle opinioni critiche. Anche nel e sul calcio, ormai svuotato dai suoi connotati identitari per la gioia di quei nerd convinti che il football si esaurisca sul terreno di gioco, e che hanno sostituito Dio con il progresso accogliendo ogni bestialità contemporanea e qualsiasi legge e ideologia di mercato. E pure per preservare la ricchezza delle differenze, minacciate da un modello unico e omologante che si sta imponendo in tutta la sua forza.


«I viaggi riguardano l’entrare nella passione del calcio, capire la storia di un club, come viene percepito il calcio, poi come si vive la propria vita. Prima parlavamo dei miei stadi di calcio preferiti, ma ora tutti gli stadi si chiamano Emirates o Allianz. Questi stadi hanno perso l’anima e la storia del club, come accaduto con l’Arsenal e il West Ham. Ho giocato in quei vecchi stadi, come Highbury e Upton Park. Ho parlato con alcuni tifosi dell’Arsenal e odiano questi (nuovi) stadi. Questi tifosi hanno perso l’anima dei loro club». Per questo siamo nostalgici del vecchio mondo; di squadre, tifoserie e stadi che rispecchiavano lo spirito del luogo; di un calcio come fenomeno identitario, territoriale e quindi anche culturale, nel senso etimologico del termine.

Inevitabile allora la chiusura su Manchester e Old Trafford, amore di una vita calcistica e non solo: «Fortunatamente, l’Old Trafford è ancora l’Old Trafford. Anfield è ancora Anfield. Per ora… Ma riuscite a immaginare che l’Old Trafford diventi un nuovo stadio chiamato come un marchio? Per favore, non chiamate questo stadio Nestlé, o Amazon, per favore. Old Trafford è Old Trafford. Se un giorno dovessero farlo, mi dispiace ma non sarò più un fan dello United. E avrò lasciato il calcio per sempre!». Che Dio ti benedica, Re Éric.

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