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Interviste
19 Giugno

Essere professional

Davide Bernardini

21 articoli
L'Androni-Sidermec è un team Professional italiano che anche quest'anno si è fatto notare per le ottime prestazioni in ogni gara, tra cui il Giro101. In ammiraglia c'è Alessandro Spezialetti: dopo una carriera da gregario, mette a disposizione della squadra tutta la sua esperienza.

Alessandro Spezialetti è nato a Lachen, Svizzera, il 14 gennaio 1975. Fedelissimo (amico e compagno di squadra) di Danilo Di Luca, Spezialetti è stato uno dei gregari italiani più apprezzati e longevi del nuovo millennio. Nel 2017, dopo aver maturato esperienze simili in altre squadre, è salito sull’ammiraglia della Androni Giocattoli – Sidermec, una realtà concreta nel panorama ciclistico italiano, divertente da seguire in gara e interessante da conoscere per l’approccio allo sport.

 

Alessandro Spezialetti in uno scatto del 2016, quando guidava dall’ammiraglia i ragazzi della Roth.

Alessandro, prima domanda direi obbligatoria: come nasce una fuga?

Allora, prima di tutto bisogna considerare che non c’è mai un solo corridore o una sola squadra a voler andare in fuga: quindi, idee e visioni diverse. Sicuramente c’è una parte, a monte, studiata a tavolino: si inizia a parlarne per tempo, poi riunioni alla sera e alla mattina in bus. Poi c’è l’altra parte, quella legata al caso e alle situazioni che si possono venire a creare nella corsa. Un aspetto fondamentale è quello della concentrazione. Raramente la fuga si improvvisa, bisogna avere la testa già lì se la si vuole centrare, propiziare e anche capitalizzare. Ai nostri diciamo di partire davanti fin da subito, di stare nelle prime posizioni del gruppo anche nel tratto di trasferimento.

Perché si va in fuga? Al di là della vittoria, c’è anche altro: ad esempio gli sponsor, o una “punizione” da far scontare.

Per l’esperienza che ho maturato posso dire che spesso e volentieri si va in fuga per cercare la vittoria di tappa che, rimanendo con i big del gruppo, sarebbe molto più difficile da conquistare. E poi, perché la fuga ogni tanto arriva, perché torna buona per mettere chilometri nelle gambe, per farsi vedere e notare, perché nelle corse si deve essere protagonisti e anche la fuga è un modo per esserlo. Noi, ad esempio, all’ultimo Giro d’Italia abbiamo primeggiato in tre classifiche: traguardi volanti e combattività con Ballerini, chilometri totali accumulati in fuga con Frapporti. Sono tre graduatorie collaterali, è vero, ma per una squadra come la nostra contano tantissimo, significa che siamo stati sempre nel vivo. Non sono soltanto le vittorie di tappa a dare soddisfazioni.

Si dice sempre che la fuga fa bene anche agli sponsor: in che misura? Frase fatta o verità?

Verità, senza dubbio: ore e ore in diretta nazionale significano grande risalto, benefici, gli spettatori che si incuriosiscono e vanno a curiosare su quello sponsor piuttosto che su un altro. Non saprei quantificare tutto questo, so soltanto che è importante perché sono le aziende stesse a farcelo sapere.

Com’è cambiata la fuga (da centrare, da gestire e da capitalizzare) da quando correvi tu, Alessandro, a oggi?

Prima era più scontata, regolare, lineare. In gruppo c’erano delle gerarchie e nessun si sognava di ribaltarle, forse perché andava bene a tutti che fosse così: i gregari avevano rispetto dei capitani e i capitani stessi rispettavano fatica e ambizioni dei fuggitivi, capivano quand’era il giorno giusto per far andare la fuga e non si opponevano. Non dico che oggi non ci sia più rispetto: più confusione, però, senza dubbio, e direi che si vede anche dalla televisione ogni volta che inizia una tappa. Questo tacito accordo, questo rispetto silenzioso, non c’è più: i giovani fanno come vogliono e la corsa impazzisce. Oggi, a mio parere, è molto più dura andare in fuga. Più di prima, ci vogliono gambe e soprattutto corridori mentalmente adatti e predisposti. E non dimentichiamoci che la fatica la sentono tutti, non solo i capitani o i velocisti: voglio dire che le fughe della terza settimana non rispettano le stesse leggi delle “colleghe” della prima settimana.

 

Androni Giocattoli-Sidermec, ennesima stagione tutta all’attacco. Al centro, Gianni Savio.

E’ più redditizio, per una professional come l’Androni, centrare una tappa ma rimanere anonimi per gran parte del Giro, oppure esserci sempre ma doversi accontentare di qualche piazzamento?

Se qualche giorno prima del Giro d’Italia mi avessero detto che avremmo fatto una corsa del genere, ci avrei messo la firma. Non fraintendetemi: niente è come vincere, vincere ha sempre il suo unico perché. E vincere aiuta a vincere, se vogliamo dirle tutte. Lo abbiamo detto, tra noi: peccato che Masnada e Cattaneo non abbiano capitalizzato quelle giornate all’attacco. Però, ecco, finisce lì: è un rammarico momentaneo, per noi è stata un’avventura magnifica, va bene così.

Quale metafora useresti per descrivere una squadra professional? E quale useresti per paragonarla al ciclismo odierno o alle squadre più importanti del movimento?

L’aggettivo o termine adatto adesso non mi viene, lo lascio a voi giornalisti (ride, ndr). Tra il serio e il faceto, azzarderei una Androni come una Sky in miniatura: squadra giovane e compatta, con all’interno corridori di valore ed esperienza, che non guasta mai. E mi piace ricordare anche i ragazzi della squadra che non erano a questo Giro d’Italia ma che avrebbero venduto cara la pelle, ci scommetto. Uno su tutti: Iván Sosa, davvero un bel talento, nella prima parte di corsa poteva dire la sua.

Quali caratteristiche deve avere un corridore “da fuga”?

Motore, considerando lo sforzo previsto e gli avversari che oggi si troverebbe a dover studiare e staccare, ma soprattutto testa: per partire motivato e con le idee chiare, per capire qual è il tentativo giusto, per resistere al ritorno del gruppo, per gestire bene sforzo e riposo, per non arrendersi quando la fuga sembra non partire più.

Per una professional, è più complicato cercare il successo di tappa o lavorare per un buon piazzamento del capitano? Penso, ad esempio, a due recenti edizioni del Giro d’Italia: 2010, Scarponi quarto, e 2011, Rujano sesto. In entrambi casi, leader proprio della Androni.

Scontato ma fondamentale: dipende da chi è il capitano e dalla squadra a disposizione. Per quanto precisa possa essere una programmazione, tutto ruota intorno alla condizione che i corridori hanno in quei venti giorni. Può darsi che uno parta con un’idea e finisca con un’altra. Secondo me, quest’anno avevamo un organico per garantire un buon risultato, però mancava un vero capitano, e questo è dovuto dal fatto che ci siamo focalizzati fin da subito nell’allestire una squadra per dare la caccia a fughe e vittorie parziali. C’era una finestra, più socchiusa che aperta a dire la verità, per quanto riguarda Cattaneo, ma dopo il primo arrivo in salita ci siamo convinti che i successi di tappa erano la nostra dimensione.

Quanto è importante, per un giovane, prendere tanto vento in faccia andando in fuga? È comunque un’esperienza in più o dipende dal corridore in questione?

Prendere vento aiuta sempre, serve per maturare ma non solo: aiuta anche a far capire pregi e difetti, punti forti e punti deboli. Se si è adatti per le classiche vallonate o per quelle del nord, per le corse a tappe oppure per le fughe. Cominci a capire che corridore sarai. Ad oggi, dico che Masnada mi sembra tagliato per fare classifica, Ballerini adatto alle classiche del nord,  Vendrame invece classiche con un respiro un po’ più ampio.

 

Alessandro Spezialetti e alcuni dei suoi ragazzi.

Perché negli ultimi mesi abbiamo visto arrivare molte meno fughe del solito?

Attenzione, non dobbiamo pensare che da ora in poi e non si sa per quanto, sarà così. E’ stato un Giro anomalo: duro, veloce, nervoso, logorante, per le prime due settimane combattuto sul filo dei secondi. E ancora, lungo, incerto e dispendioso. Più che periodo, per il momento parlerei di tendenza.

Corsa di un giorno/corsa a tappe: cosa cambia?

Le variabili, com’è facile immaginare, sono mille: percorso, lunghezza, numero delle tappe, presenza di grandi squadre. Porto il nostro esempio. Quando prendiamo parte ad una corsa valevole per la Coppa Italia, non dico che siamo sempre la squadra più valida ma sicuramente una delle prime tre o quattro. E poi, c’è un forte interesse da parte nostra sia perché si corre nel nostro paese, sia perché c’è in ballo la partecipazione al Giro d’Italia dell’anno successivo. In queste gare, diamo tutto e almeno un nostro corridore in fuga deve esserci. All’estero, invece, la situazione può cambiare radicalmente. Ci scontriamo con squadre diverse, come idee e come impostazione, e che conosciamo anche meno. Può darsi che partecipino anche nomi grossi, quindi è più difficile emergere e correre nel modo a noi più congeniale e che in Italia ci riesce con più facilità e immediatezza.

Come si intercettano giovani di talento? Adesso ci si è messa anche la Sky, basti vedere chi ha ingaggiato nelle ultime stagioni: Moscon, Geoghegan, Bernal, Halvorsen, Lawless, Sivakov.

Un nome: Gianni Savio, una garanzia, e non lo scopro certo io. Conosce Sud America e Italia come nessun altro nel ciclismo, in più ci sono corridori che seguiamo e osserviamo con costanza e interesse mirato. Spesso sono loro stessi a preferire una realtà come la nostra ad una più impegnativa e stressante del World Tour. Non dico sia facile, ma avere tanta esperienza e un sistema rodato dalla propria parte aiuta tantissimo.

Qual è il pensiero di Savio quando si parla di fughe? Cosa dice a voi DS e cosa dice ai ragazzi?

Gianni Savio è un motivatore e, componente che si dà per scontata con troppa facilità, è innamorato del ciclismo. Ha occhio e carattere, sceglie corridori validi: subiscono il suo fascino e carisma, lui sa quali tasti toccare. E’ sempre sul pezzo, dalla mattina alla sera. E non lo seguono soltanto i giovani, ma anche i più maturi: quando si ha un’ascendenza anche su di loro, non c’è da aggiungere altro. Nel suo campo, Gianni è un grandissimo.

 

Crediti foto copertina: Luca Bettini/BettiniPhoto©2018

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