Le serate primaverili, sono sempre un po’ pazzeSi iniziano ad alzare le temperature, il sole fa da padrone nelle ormai lunghe giornate, ma da un momento all’altro il tempo potrebbe cambiare. Ed allora è meglio portarsi qualcosa di più pesante dietro in caso di evenienza, non si sa mai. Madrid, fine maggio. Proprio in una di quelle serate dove non c’è una nube ma che potrebbero arrivare all’improvviso e far piovere malamente, un ragazzo di trent’anni qualcosa dietro di pesante se l’era portata.  Una maglietta, per la precisione.

 

Voi direte, non qualcosa di così caldo allora. In effetti no. Materialmente leggera, moralmente immensa. Mentre tutti gli altri giocatori baciano la loro maglia sudata, la tengono stretta senza togliersela, la casacca neroblu numero diciannove, quella di Esteban Matìas Cambiasso, nella notte della gloria porta con sé quella di Giacinto Facchetti, quella numero tre che nessuno mai dopo di lui aveva avuto l’onore, o il coraggio, di metter su. La indossa sopra la sua, come a svilire l’impresa appena compiuta, per mettere davanti e ricordare chi avrebbe dato tutto per esserci quella sera. In realtà quel gesto era solo l’ennesima riprova dell’affetto che c’era tra i due: al momento del primo scudetto, Cambiasso esultò alla stessa maniera, per dedicare la vittoria all’ex bandiera scomparsa da qualche mese. Semplice gesti, intrisi di generosità.

 

Già, generosità. Se Cambiasso dovesse essere racchiuso in una parola, quella sarebbe sicuramente la più appropriata. Vederlo giocare era un inno alla pace, un grido di libertà, una poesia d’amore scritta per la donna che si ama, un godimento per sé, per dirla alla kantiana. Cambiasso era il pensatore della squadra: non aveva bisogno di telecamere per farsi trascinatore, gli bastava il silenzio e posizionarsi in campo. Ed i suoi compagni avevano tremendamente bisogno che lui giocasse. Correva per tre ed era importante per cinque. Anima, cuore e soprattutto cervello.

 

Esteban la notte di Madrid

Esteban la notte di Madrid

Nato nell’Argentina post peronista, vide il tramonto del regime di  Videla, che come tutti gli argentini ha un soprannome, l’Hitler della Pampa. Anche il piccolo Esteban ne aveva uno, El Cuchu, per la sua grande somiglianza con un cartone animato del suo paese. La famiglia aveva pensato che lo sport che gli venisse naturale fosse il basket e non se la cavava anche piuttosto bene ma poi abbandonò la palla a spicchi per passare a quella bianco e nera.

 

Il Real Madrid lo snobbò forse inconsapevolmente, non sapendo di perdere uno dei migliori centrocampisti mai avuti per le mani. Inizialmente lo manderà in prestito nella sua terra nativa, dove segnerà anche sotto la curva della Bombonera con la maglia del River in un torneo di clausura (nella sua carriera non si è mai fatto mancare assolutamente nulla), poi quando tornò alla base vinse anche qualche trofeo, tra cui una Liga. Ma niente, proprio non lo riuscivano a vedere. Eppure furono proprio i Blancos a individuarlo e metterlo sotto contratto. Ma in otto anni di militanza madridista reale, non si è riusciti a trovare un posto a chi, invece, potrebbe essere inserito in qualsiasi posizione della spina dorsale del campo. Troppo proletario per una squadra così borghese, col palato sopraffino. Libero, mediano, centrocampista con inserimenti. Questi erano i ruoli dove dava il meglio di sé, ma se gli si chiedeva di giocare in porta lo avrebbe fatto. Prima la squadra, poi Cambiasso.

 

Mancini e Mourinho, invece, la pensavano completamente al contrario: prima Cambiasso, perché è lui che fa la squadra. Costruire una casa su delle fondamenta costose, ma non affidabili in ambito di sicurezza, fa sì costruire l’edificio, ma ad ogni maltempo si teme il crollo. Invece Moratti fece, nel 2004, uno degli affari più vantaggiosi della sua costosa presidenza prendendolo a zero, per non rivenderlo mai. Anzi, El Cuchu divenne proprio le fondamenta sulla quale ci costruì attorno un’intera squadra. Anche perché, dove lo trovi un mediano che ti fa anche il regista e viceversa? La summa intelligentia consisteva nel prevaricare psicologicamente l’avversario senza fallo, senza intimidazioni. Semplicemente lo ridicolizzava perché viaggiava con la mente molto più velocemente, vedendo l’azione qualche secondo prima e facendosi trovare sempre pronto al momento giusto nel momento giusto. E non sbagliava mai. Mai.

 

Ai tempi delle merengues durante un Clasìco

Ai tempi delle merengues durante un Clasìco

Non arrendersi mai, non dare nulla di scontato. Con questo motto, che si ripeteva mentre entrava in campo facendosi il segno della croce e saltando su una sola gamba come era solito fare, è riuscito a realizzare anche centootto gol in carriera. Gol pesanti, come quello siglato contro la Roma di Del Neri in un pirotecnico 3-3 (tra cui è giusto ricordare una punizione di Totti magistrale: la faccia di Toldo la sintetizza perfettamente) o in un derby giocato sotto un tiepido e scolorito sole milanese, tinto di neroazzurro grazie ad un suo gol che permette alla Beneamata di rimontare gli odiati cugini. Ma, forse, il gol più importante lo siglerà il 24 febbraio 2010.

 

L’Inter di Mourinho è di nuovo agli ottavi di Champions League, di nuovo contro un inglese. L’anno prima il tecnico di Setubal voleva lo United e fu accontentato, salvo poi essere eliminato (non senza qualche rimpianto: due pali ad Old Trafford che, chissà, magari se fossero stati trasformati in altro sarebbe potuto nascere qualcosa di diverso). In quel gelido febbraio si trovò davanti la sua ex squadra, il Chelsea. Subito vantaggio di Milito, pareggia Kalou. Ma i tifosi interisti si deprimono per giusto quattro minuti: Cambiasso tira, il pallone sbatte sul gambone degli inglesi, ma sempre Cambiasso insiste, persiste e segna. Rasoiata all’angolino e Cech battuto. Il centrocampista esulta al suo modo, allargando quelle braccia storte (non ce ne voglia) e prendendo per mano tutti. Tre mesi dopo, le allargherà di nuovo per prendersi quella coppa attesa per quasi mezzo secolo.

 

 “Cerco sempre di capire se posso arrivare o no sul pallone. Se ci arrivo, vado. Se no, per andare tanto per andare, non ci vado. Se non sei sicuro di arrivare sul pallone, hai tutto da perdere.”


“Cerco sempre di capire se posso arrivare o no sul pallone. Se ci arrivo, vado. Se no, per andare tanto per andare, non ci vado. Se non sei sicuro di arrivare sul pallone, hai tutto da perdere.”

La Storia prosegue con un qualcosa di surreale, che per rispetto della persona non andrebbe neanche raccontato. Ma il genere umano tende a dimenticare troppo presto, soprattutto quando le cambiano le carte in tavola. L’Inter crolla dopo aver raggiunto l’apice e chi si prende la squadra sulle spalle sono sempre i soliti due argenti: capitano e vice, Zanetti e Cambiasso. Ma se il primo è intoccabile per ovvie ragioni, il secondo a quanto pare no e queste ragioni non sono così scontate. Anzi, sono del tutto incomprensibili. All’ennesima caduta interista sotto la guida di Claudio Ranieri, il numero diciannove esce tra i fischi.

 

Una pugnalata data da alcuni tifosi che, esausti della situazione nella quale navigava la loro squadra (ne dovranno ancora vedere delle belle) se la presero con il più interista di tutti (o quasi). Come se così potessero spronarlo a cambiare, da solo, il susseguirsi degli eventi. Forse era visto talmente come uno di loro, che con quei fischi era come se volessero dirgli “sai cosa vuol dire per noi questo, fa qualcosa almeno tu…”. Cambiasso vorrebbe ma i super poteri non li ha ancora, perché è umano. E da umano, piange. Piange perché è inerme di fronte alla situazione, piange perché dopo aver dato tutto quei fischi no, non se li meritava. E lui, come al solito, ne esce da signore.

“L’altra sera, a San Siro, ho avuto una reazione emotiva, nata dal grande amore che ho per la mia professione, e coincisa con un momento difficile dell’Inter. Chi mi conosce sa che cosa ho provato e che cosa provo. Sa quanto ho lavorato in carriera, sul campo, per arrivare dove sono arrivato, mettendo sempre gli interessi della squadra davanti a me stesso. E per rispondere alle tante strumentalizzazioni, usate come luoghi comuni in quest’ultimo periodo, non ho timore a confessare che, l’altra sera, mi sono anche tolto un peso: così nessuno potrà più dire che sono intoccabile. Tranquilli, da questa situazione sono già ripartito, convinto che mi aiuterà a trovare ancora più forze e stimoli.”

Le parole del giornalista Xavier Jacobelli, però, incarnano esattamente quel momento e la persona, l’uomo che è stato questo giocatore: “Chi fischia Cambiasso facendolo addirittura piangere, pecca di macroscopica ingratitudine e ha la memoria corta. Lei non se ne curi e risponda sul campo come meglio le riesce. Niente lacrime: sono altri quelli che fanno piangere l’Inter.”  El Cuchu termina la sua carriera neroazzurra dopo dieci anni di militanza e quindici trofei. Ma lo fa in una maniera, permettetecelo, squallida, affianco all’amico di sempre, ma triste. Come se quella serata primaverile, sempre di maggio, non lo fosse già di per sé. Quella sera nessuno si porterà niente di pesante allo stadio, perché la pesantezza l’aveva in corpo.

 

L’addio della bandiera era già messo in preventivo, quello che ne avrebbe dovuto prendere l’eredità era in dubbio, si sperava ancora in un cambio di rotta da parte della società, che vedeva nei vecchi il problema dell’Inter. E Cambiasso, sempre in silenzio, accettava. Ma la nuova società asiatica non gli rende il giusto omaggio, tanto che sia Zanetti che Moratti in quella serata di addii se ne accorgono e lo chiamano a prendersi l’ovazione del Meazza, che ancora una volta frettolosamente, questa volta per fortuna, dimentica quella leggera flessione dell’ultimo periodo e ringrazia l’Argentina per avergli dato il privilegio di avergli donato così immenso patrimonio.

 

Con la maglia delle Foxes

Con la maglia delle Foxes

Fugge, va in Inghilterra, a Leicester, dove compie un’altra impresa. No, non vince il campionato, quello accadrà l’anno successivo quando lui sarà in Grecia, all’Olympiacos, ultima tappa prima di smettere, ora sì per davvero, di rincorrere un pallone. L’impresa fatta con le Foxes è una salvezza che a poche giornate dal termine era insana utopia. Una vittoria di classe, ma di quella classe sociale che si trova ai piedi della scala gerarchica, della quale Cambiasso umilmente si è fatto portavoce per una vita intera. Una salvezza figlia della determinazione, caratteristica madre di questo vate calcistico.

 

Anima, cuore e cervello, dicevamo. Si dice che la fronte alta è sinonimo di grande intelligenza. Cambiasso era calvo, fate voi.  La sua carriera è stato uno spettacolo teatrale rappresentato in una serata unica, una di quelle alla quale se non riesci ad andare avrai il rimorso di non averlo mai visto. In Milan Kundera emerge che la particolarità della vita è la sua irripetibilità e viene descritta la bellezza, quanto l’assurdità, di come ciò che è accaduto una volta è come se non fosse mai accaduto, tradotto nel proverbio tedesco Einmal ist Keinmal. Cambiasso, però, tende a smentire in parte: egli è accaduto e non ritorna. Chiusura del sipario. Applausi.