Sergio Tavčar – storico giornalista e telecronista italiano – definisce i Balcani come uno stato d’animo, descrivendo il popolo che abita in quella parte di mondo come persone fortemente appassionate al gioco d’azzardo. Capaci, secondo lui, di giocarsi tutta la loro ricchezza in un colpo solo alla roulette. Rosso o nero, senza possibilità di ritorno. Nell’incontro del 2014 di “Goal a grappoli”, al quale partecipò anche Federico Buffa, al giornalista venne chiesto perché la nazionale di calcio jugoslava non era mai stata in grado di vincere un trofeo, al contrario dei colleghi cestisti. Tavčar spiegò come il calcio fosse lo sport più amato, seguito e praticato, soprattutto nel sud della Jugoslavia, dove il pubblico si comportava esattamente come quello di Belgrado, descritto da Vladimir Dimitrijevic nel libro “La vita è un pallone rotondo”, ovvero; senza divertimento, era lecito chiedere indietro il prezzo del biglietto. Il telecronista sottolinea come il vero obiettivo nel calcio jugoslavo sia sempre stato quello di umiliare l’avversario, più che sconfiggerlo. Un tunnel vale più di una vittoria schiacciante. C’è un esempio su tutti che descrive questa convinzione. Quello di Safet Susic, la stella dell’FK Sarajevo, nominato miglior straniero della storia della Ligue 1 e anche del PSG. Il bosniaco viene nominato anche nel film Il favoloso mondo di Amèlie, quando la protagonista manomette l’antenna tv del vicino, il quale sta guardando una partita in cui il telecronista tesse le lodi proprio del bosniaco. Quando giocava in Bosnia, le tribune dello stadio Kosevo si riempivano e il risultato finale era indifferente, ciò che realmente contava era vedere Susic fare la kicma, ovvero la finta di corpo con la quale umiliava gli avversari. Divertirsi quindi, distruggere l’avversario, utilizzare il campo da gioco per mettere in mostra il proprio talento. Questa era la vera vittoria.

Safet Susic (PSG) e Jean-Pierre Papin (Olympique Marseille)

Safet Susic (PSG) e Jean-Pierre Papin (Olympique Marseille)

Ci sono diverse frasi che descrivono perfettamente la realtà di quel modo di intendere il calcio. Una di queste è quella che più spesso viene utilizzata per ricordare la nazionale jugoslava, e recita così: “Se erano in giornata potevano battere chiunque, ma se non lo erano potevano perdere con chiunque“. La prima parte dell’affermazione fa riferimento alla maestosa capacità tecnica che i giocatori di quella zona hanno sempre mostrato, non a caso i plavi venivano chiamati i brasiliani d’Europa. Alla seconda parte si può riallacciare un’altra dichiarazione, espressa da Federico Buffa per descrivere il genio Dejan Savicevic: “Se fosse stato più continuo, si sarebbe dovuta riscrivere la storia del pallone d’oro”. La congiunzione “se” si ripresenta sempre, ogni volta che si parla di Jugoslavia. Diversi sono i casi in cui una compagine jugoslava è riuscita a raggiungere l’atto finale di una competizione, per poi naturalmente non vincere. La Nazionale disputò le finali dei campionati Europei negli anni 1960 e 1968. Nella prima finale venne sconfitta solo ai supplementari dall’Unione Sovietica, mentre nella seconda, contro l’Italia, fu necessaria la ripetizione della partita. La prima si concluse in parità, con la Jugoslavia che si fece rimontare a dieci minuti dal termine, mentre nella ripetizione gli azzurri ebbero la meglio per due a zero. Riguardo i club, fu il Partizan nel ‘66 ad approdare alla finale di Coppa dei Campioni, dove venne sconfitto per 2 a 1 dal Real Madrid. La Stella Rossa invece perse nel ‘79 la finale di Coppa Uefa contro i tedeschi del Borussia Mönchengladbach.

Un'istantanea dalla finale del '79 di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Borussia

Un’istantanea dalla finale del ’79 di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Borussia

Dopo la morte di Tito nel 1980, data che viene considerata come l’inizio della fine, ci fu come un lampo dai giovani jugoslavi. La selezione dei plavi under-21 conquistò il mondiale in Cile nel 1987. Si pensò che potesse essere un nuovo inizio. La squadra presentava giovani che facevano brillare gli occhi; Zvonimir Boban, Davor Suker, Robert Prosinecki e Predrag Mijatovic. Il 1990 arrivò veloce e fu il momento che fece da spartiacque nella storia jugoslava. Quell’anno diede il via sia al decennio che avrebbe segnato la fine della Jugoslavia, sia alla stagione che avrebbe portato, per la prima e l’ultima volta, una squadra di club della penisola sul tetto d’Europa e anche del mondo. È la Stella Rossa di Belgrado, l’orgoglio nazionale dei serbi, la squadra dell’esercito, supportata dai delije guidati da Arkan.

 

Il legame che gli ultimi anni jugoslavi hanno con l’Italia è incredibile. È proprio la Stella Rossa il bivio più importante per la carriera di Sacchi, la famosa partita della nebbia a Belgrado nel novembre 1988 – i serbi giurano di non aver mai visto la nebbia nella loro capitale – la quale venne interrotta mentre i biancorossi erano in vantaggio e si dovette rigiocare il giorno seguente. Vinsero i rossoneri ai rigori e quel passaggio del turno permise al Milan di superare uno degli ostacoli più difficili, che si intromise tra loro e l’incredibile èra vincente in Europa. Seguirono poi i Mondiali di Italia ‘90, che rappresentarono l’ultima competizione internazionale giocata dalla Jugoslavia, intesa per come era nata, ovvero sei nazioni e due regioni autonome. Sarebbe sopravvissuta ancora per qualche anno, ma priva di sloveni, croati, bosniaci e macedoni. Arrivò poi l’atto conclusivo, la finale di Bari tra la Stella Rossa e il Marsiglia il 29 maggio 1991. Il potenziale di quella squadra era incredibile, davanti spiccavano i nomi di Prosinecki – il giovane fantasista croato che si fece conoscere al torneo di Viareggio – Savicevic, il genio, e Pancev, il cobra. I fuoriclasse del reparto offensivo erano protetti e spinti dai giovanissimi Jugovic e Mihajlovic, mentre la retroguardia era guidata dall’unico straniero presente in rosa, il rumeno Miodrag Belodedici. Nato da padre serbo e madre rumena, il libero era sempre stato un tifoso della Crvena ed era già riuscito nell’impresa di vincere la Coppa dei Campioni con la Steaua Bucarest nel 1986. Una squadra giovane, dotata di un’immensa qualità tecnica, alla quale il tecnico Petrovic donò ordine nel caos. La competizione si chiamava ancora “Coppa dei Campioni” ed era caratterizzata unicamente da scontri diretti, a partire dai sedicesimi di finale.

Un giovanissimo Dejan Savicevic

Un giovanissimo Dejan Savicevic

Al primo turno gli jugoslavi incontrarono gli svizzeri del Grasshopper. L’andata si giocò a Belgrado, dove la gara si concluse sul risultato di 1-1, con un brutta prestazione dei biancorossi. Al ritorno la musica fu completamente diversa, con una vittoria schiacciante della Crvena per quattro a uno. Agli ottavi di finale la sfida era contro i Rangers di Graeme Souness, il quale mandò il suo assistente Walter Smith a visionare le partite degli jugoslavi. Il suo referto dopo averli visti in azione non lascia spazio a commenti: “We’re fucked”. Ebbe ragione, in quanto i biancorossi spazzarono via gli scozzesi con un netto tre a zero all’andata, mentre la partita di ritorno si concluse sull’1-1. Ai quarti incontrarono la Dinamo Dresda. L’andata si giocò a Belgrado e si concluse ancora una volta per tre reti a zero, mentre la partita di ritorno venne vinta a tavolino dalla Stella Rossa, in quanto sospesa per lancio di oggetti. Arrivati tra le migliori quattro, gli jugoslavi in semifinale affrontarono una delle favorite per la vittoria finale, il Bayern Monaco. I bavaresi erano guidati da Jupp Heynckes e in campo avevano gente del calibro di Effenberg e Laudrup. La partita di andata si giocò il 10 aprile all’Olympiastadion e la Stella riuscì nell’impresa. Dopo il gol iniziale dei tedeschi, una splendida azione conclusa da un bellissimo pallonetto di Wohlfarth, gli jugoslavi continuarono con il loro gioco e riuscirono immediatamente a pareggiare. L’azione che portò all’1-1 fu un contropiede formidabile concluso dal cobra Darko Pancev. Il primo tempo finì in parità. Nella ripresa, ancora una volta grazie ad un’azione in velocità, Savicevic siglò il 2-1. Due gol fuori casa e la gara decisiva da giocare al Marakanà, sembrava ormai fatta.

“Non riuscivo a crederci. Nel mio ultimo giorno alla Stella (Rossa) organizzammo un rinfresco al club perché io ero una leggenda, ero il capitano, ecc. e mi augurarono buona fortuna. Le mie ultime parole furono: “Grazie mille per tutto, vi auguro il meglio e ci vedremo in finale”. Loro risero. Noi giocammo la semifinale di andata a Mosca [contro lo Spartak] e vincemmo 3-1. Arrivati all’aeroporto, chiesi a qualcuno com’era finita la partita tra Stella Rossa e Bayern Monaco. “2-1”, mi risposero. Dissi “Ok, è un buon risultato”, ma il ragazzo proseguì: “2-1, ma la Stella ha vinto. Risposi “Cosa? 2-1 per la Stella a Monaco?”. Realizzai che Marsiglia e Stella Rossa avrebbero giocato davvero in finale. A livello emozionale, prima di tutto non riesci a credere che come avversari avrai i tuoi amici ed ex compagni di squadra, ma questa è la vita. Fu molto difficile da accettare, ma alla fine partii dalla panchina e giocai solo 7-8 minuti nei supplementari. Decisi di non tirare il rigore (al termine dei supplementari, finiti 0-0). […] Era la prima Coppa Campioni per una squadra del mio Paese, ma allo stesso tempo ero triste perché il Marsiglia aveva perso la finale. Io persi come giocatore del Marsiglia, ma d’altro canto ero felice nel vedere la Stella vincere. Due anni dopo battemmo il Milan a Monaco e diventammo campioni, a volte le cose succedono quando meno te lo aspetti”. (Dragan Stojkovic)

A Belgrado tutto sembrò mettersi sul binario giusto quando Mihajlovic al 25’ sbloccò il risultato con uno dei suoi missili. Il primo tempo fu tutto biancorosso, lo stadio era una bolgia e ad ogni ripartenza era pronto ad esplodere. La Crvena ebbe diverse possibilità per aumentare il vantaggio, ma sbagliò sempre al momento della conclusione. Si andò al riposo sull’1-0, con una netta dimostrazione di forza degli jugoslavi. Mai però commettere l’errore di considerare morti i tedeschi. I bavaresi pareggiarono grazie ad una papera del portiere Stojanovic, che si fece passare sotto le gambe un tiro innocuo di Augenthaler. Cinque minuti dopo la rimonta era completata, grazie al gol di Bender. Mancavano poco più di venti minuti e sembrava l’ennesimo capovolgimento che rischiava di mettere fine ai sogni jugoslavi. Quando tutto era pronto per i tempi supplementari, accade l’impensabile. Mihajlovic effettuò un cross che pareva innocuo, Augenthaler nel tentativo di respingere colpì male la sfera, la quale si alzò a campanile e si diresse verso la porta dei bavaresi. Difficile capire cosa combinò il portiere Aumann, in quanto il pallone non era impossibile da gestire, il tedesco sembrò volerlo toccare sopra la traversa per rifugiarsi in calcio d’angolo, ma incredibilmente non lo toccò, permettendogli di terminare la sua corsa in rete, facendo così esplodere lo stadio. “Sono morto e resuscitato più volte durante la partita”, dichiarò Petrovic.

Lo storico biglietto di quella storica partita

Lo storico biglietto di quella storica partita

Missione compiuta, finale raggiunta. A Bari gli slavi avrebbero incontrato il Marsiglia; i francesi erano considerati come i galacticos, a quel tempo. Ai vari Papin, Waddle e Pelè, ad inizio stagione si era aggiunto Dragan Stojkovic, meglio conosciuto a Belgrado come pixie. Probabilmente uno dei migliori calciatori jugoslavi di tutti i tempi, se non il migliore in assoluto. Per avere un’idea chiara sulle sue qualità, è utile andare a riguardarsi le immagini di quel Milan – Stella Rossa dell’88 giocatosi a San Siro. Il fantasista serbo scherzò con il centrocampo di Sacchi per tutta la partita. La sua prima stagione in Francia venne seriamente compromessa da un infortunio al ginocchio, che gli impedì di presentarsi alla finale in forma. Difatti non venne schierato titolare. “Penso sia stato un errore non avermi fatto giocare. I giocatori della Stella Rossa avevano paura di me”. Parola di Dragan Stojkovic. La finale fu una delle più brutte della storia della competizione. Entrambe le squadre si concentrarono più sul mantenere la propria porta inviolata, piuttosto che provare ad impensierire l’avversario. I francesi ebbero giusto qualche chance, ma nulla di eclatante. La vincitrice si decise ai rigori. Gli jugoslavi furono perfetti, segnarono tutti: Robert Prosinecki, Dragiša Binic, Miodrag Belodedici, Sinisa Mihajlovic e Darko Pancev. Per il Marsiglia si rivelò fatale l’errore di Amoros, il primo dei suoi. Vinse la Stella Rossa, vinse l’ultimo esempio di Jugoslavia, perché in quel club c’erano quasi tutti: croati, bosniaci, montenegrini, serbi e macedoni. Tutti insieme portarono in patria, per la prima e ultima volta, il trofeo più prestigioso per un club.

 

Incredibile come la vittoria arrivò proprio all’ultimo respiro di possibile Jugoslavia; nel 1991 la situazione non lasciava più alcun dubbio. Quel che era stato della Jugoslavia fino a quel momento era destinato a sparire per sempre. Nessuno ebbe più voglia di vivere accanto a quelli che fino a ieri erano considerati fratelli, il rispetto per le religioni altrui si trasformò in odio e pretesto per stabilire chi fosse il nemico. Slovenia e Croazia avevano già fatto sapere di voler indire un referendum per l’indipendenza, poco dopo sarebbe stata la volta della Bosnia. Nel frattempo gli scontri del Maksimir avevano fatto da antipasto alla carneficina che si sarebbe materializzata negli anni successivi. Era solo questione di tempo e tutto si sarebbe sbriciolato. Il fatto che proprio allo scadere la Crvena Zvezda sia riuscita a compiere un miracolo del genere, rende ancora più incredibile questa vittoria.

I festeggiamenti dopo la vittoria

Il miracolo è realtà: la Stella Rossa è sul tetto d’Europa

Quella sera in effetti di jugoslavo in campo si vide ben poco, i biancorossi sembrarono una squadra qualunque, decisero di barattare la loro voglia di divertirsi e di mostrare bel calcio con il pragmatismo e la difesa. Scelsero di non essere jugoslavi, per una sera; scelsero di vincere. La vittoria, i trofei, un vero e proprio tabù da quelle parti. Furono irriconoscibili, ma uscirono dal terreno di gioco da vincitori. Avrebbero poi perso la Supercoppa Europea e vinto a Tokyo la Coppa Intercontinentale, ultimissimo acuto jugoslavo. Forse era questo l’unico modo per scacciare definitivamente quel tabù che persisteva da sempre, ovvero cessare di esistere. Allora nella testa di qualsiasi jugonostalgico può essere passata la stessa domanda. Ne valeva la pena pagare un prezzo così alto? Vincere il trofeo più prestigioso per un club, ma neanche un anno dopo smettere di esistere come jugoslavi. O forse sarebbe stato meglio perdere, continuare a portarsi dietro quella congiunzione, ma esistere ancora?