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Estero
5 Aprile

Il Fair Play Finanziario ha fatto acqua da tutte le parti

Da uno scopo nobile, dei risultati dannosi.

Il Fair Play Finanziario va in soffitta dopo aver “festeggiato” i dieci anni di attività. Questo il concetto emerso dalle parole di Andrea Traverso, direttore della ricerca e stabilità finanziaria dell’Uefa, durante un incontro tra UEFA e funzionari dell’Ue. «Il Covid 19 ha generato una crisi dei ricavi e ha avuto un grande impatto sulla liquidità dei club. Questa è una crisi molto diversa da qualsiasi altra cosa abbiamo affrontato prima. In una situazione del genere, ovviamente, i club stanno lottando ma hanno difficoltà a rispettare i loro obblighi».

 

 

Insomma, il coronavirus ha dato una mazzata definitiva ad un sistema di controllo che, nel tempo, si era rivelato deficitario. Il FFP (Financial Fair Play) fu introdotto nel 2011 per volere di Platini, ex presidente Uefa, con lo scopo di regolamentare i trasferimenti e i conti finanziari delle società. Erano quelli gli anni in cui, dopo l’arrivo dei magnati russi e dei petrodollari arabi, le cifre del calciomercato si erano gonfiate enormemente (l’operazione più imponente comunque l’aveva condotta il Real Madrid, prelevando dal Manchester United Cristiano Ronaldo per 94 milioni di euro, una cifra spropositata per l’epoca).

 

L’obiettivo del Fair Play Finanziario dunque era anche nobile, ma a distanza di 10 anni esso ha mostrato tutte le sue lacune.

 

Lo scopo iniziale, regolamentare le finanze dei club, è fallito miseramente, ma non solo. Questo modello di pareggio di bilancio ha anche danneggiato le squadre medio-grandi (per non parlare delle medio-piccole) che si sono trovate in forte svantaggio nella competizione con i top i club internazionali. Ce ne ha svelato i meccanismi la fuga di documentazione Football Leaks, che ha evidenziato le modalità grazie a cui questi ultimi riuscivano ad aggirare il sistema di controllo: alcuni club infatti, soprattutto di proprietà qatariota e degli emirati, ricorrevano a un giro di sponsorizzazioni che potevano essere ricondotte alla stessa proprietà (pur in una cornice di proto-legalità).

 

 

Basta vedere alcuni dati. Il PSG, prima dell’avvento degli sceicchi, aveva un giro d’affari intorno ai 100mln di euro. Con l’arrivo di Qatar Sports Investments, gli introiti sono cresciuti esponenzialmente di anno in anno: dai 222 milioni del 2012 fino ai 637,8 milioni di euro per l’esercizio 2018/19, con una lieve flessione nel 2020 dettato dal coronavirus.

 

 

 

I ricavi commerciali (le sponsorizzazioni per intenderci) rappresentano più della metà del giro di affari, molto di più dei diritti televisivi che pesano per il 25%, e arrivano da enti o società dello stesso Qatar. Ovviamente gli avvocati del Paris Saint-Germain hanno giustificato questo flusso di denaro distinguendo i normali contratti di sponsorizzazione dai “nation branding”, ovvero quelli siglati con il Qatar, da considerare diversamente in quanto tesi a promuovere, a livello globale, l’immagine del Paese arabo.

 

Anche il Manchester City ha sfruttato le falle del Fair Play Finanziario, malgrado il “bel gioco” di Guardiola ogni tanto ce lo faccia dimenticare (Francois Nel/Getty Images)

 

 

Stesso discorso valido anche per il Manchester City. La UEFA ha accusato il City di “gravi violazioni” del FFP in un periodo che va dal 2012 al 2016, chiedendone l’esclusione dalle competizioni europee per due anni. In sostanza, l’accusa sosteneva di aver evidenziato un sistema di sponsorizzazioni provenienti sempre da società affini, riconducibili alla proprietà dello stesso emirato Mansur bin Zayd Al Nahy. Tuttavia il Tribunale Arbitrale dello Sport (CAS) ha giudicato quelle accuse non provate e addirittura alcuni reati prescritti (la UEFA prevede in effetti una prescrizione di cinque anni per determinati illeciti di questo genere).

 

 

 

Ma non solo le sponsorizzazioni. Il FFP ha fatto dilagare, soprattutto in Italia, il fenomeno delle plusvalenze: negli ultimi 10 anni il fenomeno è cresciuto enormemente, spesso rappresentando un’evidente alterazione dei “normali prezzi di mercato”, con il calcio italiano capofila in Europa. Prendiamo i dati dell’ultima sessione di calciomercato. L’Italia è la seconda nazione per movimenti di mercato con una spesa di 85 mln di euro: cifra che in realtà non corrisponde al vero perché, andando a vedere nel dettaglio, si tratta solo di 40 mln di euro, con la maggior parte dei pagamenti dilazionati o considerati come compensazioni.

 

Il FFP ha quindi danneggiato i club che, pur di pareggiare i bilanci, hanno dovuto sacrificare tanti giocatori di prospettiva e architettare operazioni con il solo obiettivo di mettere un segno + nei bilanci, così da essere a norma con il Fair Play Finanziario; poi, se le cifre erano gonfiate o fittizie, fa niente. Anzi, meglio.

 

Senza dimenticare che il Milan, per via di questo sistema contorto, ha dovuto rinunciare nella stagione 2017/18 alle competizioni europee. Al tempo stesso i club italiani non sono esenti da “colpe”: questi hanno adottato delle politiche poco lungimiranti senza investire in settori, come quelli giovanili, non calcolati all’interno del FFP; al contrario hanno preferito spendere sul mercato, talvolta senza logica e visione.

 

 

Ora comunque l’Uefa deve correre ai ripari, trovando un modo di venire incontro ai club e un equilibrio in un sistema che rischia il default. Per ora la traballante Federazione Europea sembra valutare il salary cap (il tetto salariale agli ingaggi dei calciatori), tanto voluto dall’European Club Association e da Andrea Agnelli – a maggior ragione in questi tempi di crisi finanziaria extra-ordinaria. L’economia del calcio però, con la fine del FFP e senza più il vincolo del pareggio di bilancio, resta ad oggi un grande punto interrogativo: l’importante, almeno stavolta, è che non si faccia una legge e solo poi si trovi l’inganno.

 

 

 

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