«Non abbiamo un centroavanti perché il nostro centroavanti è una squadra». Con queste parole, Pep Guardiola rivoluzionava il calcio degli ultimi dieci anni. Il concetto di falso nueve, attaccante intento a svolgere molteplici mansioni oltre a quella di gonfiare la rete, è condensato invece nelle parole del più grande interprete del compito, Lionel Messi:

«L’idea era che i difensori centrali mi avrebbero seguito, lasciando spazio perché i due esterni veloci che avevamo potessero affondare alle loro spalle».

Quell’apax, falso nueve appunto, coniato da Jorge Valdano intento ad osservare il mistico dieci argentino fare a pezzi il Real, sarebbe rimasto impresso nel linguaggio comune per sempre.

 

 

In fondo, l’idea di dominare il campo da gioco si sublima con l’utilizzo degli spazi, l’interscambiabilità dei ruoli, la liquidità degli schemi. In questo senso il ruolo del vecchio (vero) nove, dell’Inzaghi di turno per intenderci, oggi quasi non esiste più. Da quel Barça-Real del maggio 2009, in cui Guardiola chiese a Messi di agire da regista offensivo, niente è stato più come prima.

 

 

L’attaccante perfetto negli anni si è plasmato secondo le abilità di dialogo con la squadra sulla trequarti, sulla capacità di far attaccare il suo spazio a chi poteva gestirlo meglio in velocità, cioè i propri esterni. Il 4-3-3 senza attaccante di ruolo diventa così un dogma. Il 9 perde il dominio sulla propria terra, la dimensione economico-sociale del diritto di proprietà viene applicato al calcio: l’area piccola non appartiene più all’attaccante ma si trasforma in un’enorme agorà per le scorribande di mezz’ali ed esterni propensi al goal. Perfino il re di Roma, Francesco Totti, ha vissuto una seconda giovinezza agendo da attaccante falso sulla trequarti avversaria.

 

 

 


Dal falso nueve al nuovo nove


 

Il calcio però, come la moda, si reinventa ogni anno; si trasforma e ricicla intelligentemente vecchi principi ritenuti desueti al tempo della loro dismissione. È importante, quindi, focalizzarsi sulla dimensione che ha assunto l’atteggiamento di continuo 1vs1 che le squadre ricominciano a padroneggiare. Facile vedere come la transizione adesso venga affrontata, da club come Juve, Atalanta, Liverpool o Bayern, rinunciando a stanare gli avversari con il galleggiamento del falso nueve sulla trequarti, preferendo puntare l’uomo e gestire bene le seconde palle.

 

 

La pressione avversaria si tiene d’occhio, a più latitudini, in maniera completamente diversa. A differenza del possesso con fraseggi triangolari, utili a far “uscire” i difensori per imbucare gli incursori, oggi molte squadre prediligono puntare i propri avversari ed affidarsi alla presenza di un totem offensivo abile nella pulizia palla. Ne beneficiano trequartisti e terzini a tutta fascia, ricercati oggi dalle squadre come fossero acqua nel deserto. Per fare questo tipo di gioco, vicino alla concezione nostalgica di chi rimane ancorato agli anni ’90, c’è bisogno di un traghettatore, di un Caronte che porti la squadra ad attraversare l’Acheronte in maniera sicura: è necessario il ritorno al vero nueve.

 

messi guardiola

Una delle più riuscite rivoluzioni tattiche della storia, compiuta grazie ad uno dei migliori allenatori al mondo e al più forte giocatore del millennio insieme a Cristiano Ronaldo (foto di Laurence Griffiths/Getty Images)

 

 

Analizzando qualche assetto di squadra, solo per rimanere all’interno dell’ambito italiano, è facile notare due elementi: l’apparizione sempre più frequente del trequartista e l’utilizzo delle vecchie care due punte. Ne beneficiano squadra e singoli come testimoniano le recenti prestazioni di Lukaku, Immobile e Zapata. I veri nove diventano fondamentali per più situazioni di gioco che, recentemente, si notano in maniera più nitida.

 

 

Usando un po’ di “covercianese”, gli attaccanti centrali sono utilissimi per favorire il gioco con la propria seconda punta tramite gli uno-due, i movimenti uno viene e uno va, veli e pulizia delle seconde palle, oltre al classico blocco in stile pick and roll – utilizzatissimo dal Milan di Ibra – che focalizza la pressione su una punta abile a fare a sportellate; in fase difensiva invece il pressing a uomo tende a sporcare l’uscita in transizione delle difese avversarie.

 

 

La punta può affrontare direttamente i centrali difensivi di costruzione ma può anche, in caso di centrocampo a 3, tenere a bada il metodista avversario. Gli esempi di Juve e Inter ci ribadiscono come il cambiamento da una impostazione da 4-3-3 rispetto ad una di 4-3-1-2 o 3-4-1-2 rispecchi la naturale evoluzione del gioco. Il diktat, sia con una interpretazione più lavorata del possesso che con una interpretazione aggressiva, basata sugli scontri a coppie, è quello di favorire il movimento verticale, di approfittare quindi di una ricerca della verticalizzazione costante. Si potrebbe parlare nostalgicamente di ritrovato senso del ruolo ma il discorso è molto più profondo, e riguarda una contro-evoluzione in atto nel pensiero calcistico globale.

 

 

 


Il ritorno dell’attaccante di ruolo


 

La punta brava con i piedi abile a galleggiare sulla trequarti continua ad essere utile per sviluppare interessanti trame di gioco, ma si sta ritornando a credere che il nove debba stare vicino alla porta, sentirla, sgomitare e infine insaccare in rete. Attaccanti come Gabriel Batistuta, Totò Schillaci o Trezeguet non sono poi così lontani dall’interpretazione del ruolo odierno di attaccante, probabilmente invece non sarebbero stati a loro agio in sistemi più “giochisti”.

 

I numeri a sostegno della nostra tesi sono lampanti: nella classifica marcatori di Serie A 2019/2020 su 10 posizioni 6 sono ricoperte da attaccanti di ruolo, veri nove per intenderci, alla vecchia maniera.

 

lewandowski bayern monaco

Il migliore attaccante al mondo, Robert Lewandowski. Forse l’unico, nei cosiddetti “top club”, in grado di fare al contempo da cannoniere e da regista offensivo (foto di Manu Fernandez/Pool via Getty Images)

 

 

Non è il modulo a cambiare, non è il ruolo che cambia, ciò che cambia è l’interpretazione del compito da svolgere. L’evoluzione del compito dell’attaccante nel tempo ha assunto una valenza filosofica prima ancora che tattica. L’apporto del falso nueve di Guardiola, ad esempio, ha rivoluzionato il calcio; il tecnico catalano ha costruito strade dove altri vedevano muri, ma ha anche potuto beneficiare di interpreti eccezionali e straordinari, come da lui stesso più volte ricordato. Il famoso e abusato tiki tata barcelonista nasce infatti dai giocatori ancor prima che dall’allenatore, e questo va sempre ricordato ai più dogmatici e ai tatticisti radicali.

 

 

Prendiamo invece un esempio tutto italiano: Edin Dzeko. Il bosniaco è abilissimo a fare gioco con la squadra, ma spesso pecca di poca aggressività e mancanza di lucidità sotto porta. Zago, che con Dzeko condivide il fatto di aver giocato nella Roma, descrive così al contrario uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio:

«Batistuta è stato uno dei più grandi centravanti di sempre. Ho avuto la fortuna di giocare con lui e vincerci uno scudetto insieme. A livello tecnico aveva qualità sotto alla media, ma possedeva una capacità di segnare fuori dal comune e in tutti i modi: destro, sinistro, di testa, anche da fuori area. Appena aveva la palla sui piedi pensava a metterla in porta: aveva l’istinto del killer, nonostante non possedesse grande tecnica».

In queste parole troviamo il succo concettuale dell’interpretazione del ruolo: il centroavanti è colui il quale ha come dovere primario quello di gonfiare la rete. Ben venga il saper giocare di squadra e con i piedi come se si fosse un play-maker, ben venga un calcio armonico fondato sulla punta ma solo quando ci siano le condizioni per farlo. Attaccanti ed allenatori, per quanto ci riguarda, non dovrebbero mai perdere di vista la regola degli antichi: per un centroavanti, la fase realizzativa è naturalmente preponderante su quella di costruzione. È bene allora restare un po’ soli se si è inclini a sgomitare e sfondare la porta. In questo senso la solitudine del numero nove riacquista una sua dignità sopita, la dignità di chi nasce per un compito ben preciso.

 

 

L’arcaismo Sollus, da cui deriva il nostro aggettivo solo, sta ad indicare la capacità di essere interi, di bastare a sé stessi. L’attaccante ritorna semanticamente ad attaccare lo spazio che gli è stato donato dagli architetti del gioco senza cederlo in comodato d’uso ad altri mestieranti. Poco importa se da solo deve sgomitare, combattere e sudare, l’attaccante nasce per questo e per questo muore. Come nelle più classiche delle monarchie che si apprestavano ad annunciare morte e successione del proprio sovrano, così il calcio annuncia l’avvento del vecchio e nuovo nove: è morto il falso nueve, lunga vita al nove.