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16 Agosto

Elogio dell’arte di Gimondi

Luca Pulsoni

81 articoli
Un ciclista immortale, per sempre scolpito nella leggenda.

I pomeriggi di fine estate sanno regalare momenti magici. Al crepuscolo il sole dormiente tinge tutto di splendore, disegnando scenari unici e impreziosendo ogni minimo dettaglio che parrebbe insignificante. Fotografi e registi la chiamano golden hour, il momento della giornata ideale per pensare, immaginare, creare. Dalla Cattedrale di San Giorgio, a Ferrara, il sole si nasconde in mezzo agli edifici realizzati in mattone “cotto”. Dalla loggia dei mercanti si scorge la torre campanaria incompiuta. Viene attribuita a Leon Battista Alberti, che alla corte degli Estensi ha vissuto dal 1438 al 1439 e, pare, anche nel 1443. Manca la copertura e la cuspide, ma l’opera toglie lo stesso il fiato per la sua bellezza e maestosità. Magie dell’arte. L’imperfezione di un dettaglio, l’assenza che crea un vuoto colmato dalla meraviglia di uno scenario senza eguali al mondo. I raggi del sole puntano la vetta della torre, come a volersi prendere gioco di lei. Ma non ci riescono.

Lo sport talvolta si affianca all’arte imperfetta. Lo ha fatto con la Grande Ungheria di Ferenc Puskas, l’Olanda di Johan Cruyff e la straordinaria follia di Gilles Villeneuve. La perfezione non convola sempre a nozze con l’arte. Ne è esempio il Leon Battista Alberi nella città degli Este, la Torre di Pisa o la Sagrada Familia di Barcellona. Ma L’arte, pura, magnifica, splendente come il sole nell’ora dorata, sa essere indelebile in ogni caso.

gimondi
Felice Gimondi a caccia della Gloria nel Giro d’Italia del 1967.

Il ciclismo ha scritto innumerevoli storie di artisti dannati, maledetti e imperfetti, tramandandole di generazione in generazione. Tra queste ce n’è una che assomiglia ad un romanzo. Felice Gimondi, il “secondo” più vincente della storia, il trionfo di un amore puro e semplice, come quello per la bicicletta e quel profondo senso di libertà che essa trasmette. La vita di Gimondi si incrocia con quella di Eddy Merckx. “Cosa significa per te il ciclismo, Eddy?”. “Vincere”, rispose. Perché la vittoria era la sua essenza, il pane quotidiano, il senso più compiuto dell’esistenza. La sua era un’opera maestosa in tutta la propria perfezione. Per Gimondi invece la naturalezza rappresentava il proprio inconscio. Il frutto di una vita straordinaria per la sua normalità. Merckx e Gimondi erano alfa contro omega, la perfezione contro l’arte, Pablo Picasso contro il Leon Battista Alberti ferrarese.

Ha scelto il mare per la sua ultima fuga, l’ennesima di una vita che assomiglia ad un meraviglioso romanzo. Gli esordi da predestinato, la maturazione, le conferme, la magnifica ossessione dal nome Eddy Merckx, il Cannibale, l’uomo che gli ha tolto tanto ma dato tutto. Felice Gimondi ha scelto un caldo pomeriggio di fine estate per fuggire dal rivale di sempre. È il momento in cui il sole si immerge nel mare accogliente per riposare in vista dell’indomani. È la golden hour. Felice se ne è andato in quel momento di serenità, dove la sabbia si fa meno rovente e le acque più dolci. È andato via all’improvviso, come un attacco dei suoi, di quelli che lasciavano di sasso gli avversari. Di quelli che spianavano la strada verso la leggenda.

Gimondi è Leggenda. Credits: LaPresse/Gian Mattia D’Alberto

Felice Gimondi non è stata l’altra faccia della forza di Eddy Merckx, bensì l’ancora di salvezza da un dominio che rischiava di tramutarsi in tirannia. Felice Gimondi è stato un “qualcosa di meraviglioso, l’essenza di un amore assoluto non per la vittoria, ma per il ciclismo”, sintetizzava Alfredo Martini in un’intervista dopo il successo al Giro d’Italia del 1976. Felice Gimondi è un’opera d’arte perfetta in tutta la sua imperfezione. È la torre incompiuta che colma l’assenza di un dettaglio con tutto il proprio splendore.

Felice ha scoperto un nuovo volto della sconfitta, quella bruciante, lacerante ma che dà voglia e forza di andare avanti. Perché il momento giusto arriva sempre, se lo si vuole. Gimondi di momenti giusti ne ha avuti tanti, dal Tour ai 3 Giri d’Italia sino a quel magico mondiale del Montjuic, a Barcellona, nel 1973. Una volata magica che gli ha regalato l’iride prezioso, consegnandogli per sempre la vetta dell’immortalità. E poi ancora, Sanremo, Roubaix, Lombardia. Ha vinto tutto. Nonostante lui, la sua magnifica ossessione.

Gimondi è un secondo atipico perché, banalmente, non è un secondo. Gimondi non è stato l’anti Merckx, Felice Gimondi è stato Felice Gimondi, unico, immortale. Ha vinto e perso tutto. Lottando, sempre. Contro di lui, il Cannibale, e la sua arte mastodontica. Quella di Gimondi è una poesia scandita con versi soavi, un’architettura sacra e sinuosa, un tempio immortale come la sua classe limpida e celestiale. Il suo incedere era paragonabile a quello di un artista che crea il suo capolavoro, con scrupolo e minuzia. Un “artigiano della fatica” come sosteneva di essere nella sua ultima intervista del dicembre 2018, pubblicata in Francia nel volume “Secrets de maillots jaunes” per Hugo Editions.

Felice Gimondi, l’artigiano della fatica.

“Stavolta perdo io”, ha dichiarato un Eddy Merckx distrutto come poche altre volte dopo la triste notizia. Lui, il rivale di sempre, l’amico più fidato. Perché il ciclismo va oltre la sfida, riscoprendo sentimenti unici. Amicizia, rispetto, lealtà. Emozioni che feriscono il Cannibale proiettandolo in un nuovo capitolo della propria vita. Quello senza Felice, la sua nemesi, colui il quale ha certificato la grandezza di ogni trionfo.

“Con lui se ne va una fetta della mia vita. Un uomo come Gimondi non nasce tutti i giorni”.

Eddy dovrà pedalare da solo, lo sa. La grande sfida è finita per sempre.

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