Nella fenomenologia dei piloti da corsa, Fernando Alonso rappresenta una delle più maestose rappresentazioni di talento. Espressione massima di carica agonistica declinata ai motori, dopo il ritiro a fine 2018 si è dato a corse alternative come la 24 ore di Le Mans, l’Indycar o la Dakar. Perchè il famelico Fernando è alla ricerca di nuove sfide e punta dritto alla Tripla Corona.

 

Ma l’ardore dimostrato nei primi anni da pilota professionista, soprattutto nelle vittorie dei 2 titoli mondiali, si è nel tempo trasformato in una costante lotta autogena contro i propri demoni. Ha abbandonato McLaren e Formula 1 frustrato dal non riuscire a combattere per il titolo, troppi anni vittima di monoposto non competitive e soprattutto non all’altezza della sua velocità.

 

Oggi non perde occasione per far discutere nell’ambiente motoristico, nonché di dire la sua a proposito della classe regina dell’automobilismo alla quale evidentemente si sente ancora legato. È di questi giorni, poi, la notizia che Honda si sarebbe messa di traverso nella rinnovata sfida di Alonso alla 500 Miglia di Indianapolis e alla Tripla Corona. Staremo a vedere.

 

Fernando Alonso, campione del mondo nel 2005 (momentogp.com)

 

Fernando è nato e cresciuto in un’epoca del motorsport in cui lassù, in F1, ci si poteva arrivare partendo da zero, contando solo sul proprio talento, sui risultati, il lavoro e la passione. Sponsor, budget e “sedili” erano automatiche conseguenze. L’apice lo raggiunse con i titoli di campione del Mondo di Formula 1, primo e unico pilota a battere lo strapotere firmato Schumacher-Ferrari negli anni 2000.

 

Impresa eroica di un umile ragazzo senza entourage, originario di un Paese con un bassissimo livello di alfabetizzazione motoristica. Ed è proprio lì, forse, che l’umile Alonso ha perso il controllo del suo fuoco sacro. Troppo grande il peso della sua impresa? Dopo i due titoli, infatti, non è più stato in grado di ripetersi ed è caduto in una spirale negativa di risultati e scelte discutibili. Irrispettoso, arrogante, un Re Mida all’opposto, tutto ciò che toccava la sua sicumera, non vinceva.

 

Incapacità di collaborare con molti team, prima a fianco di un certo Lewis Hamilton al debutto, poi il ritorno in Renault – periodo ricordato solo per l’idea di Briatore di far sbattere una sua monoposto nel tentativo di vincere una gara – e i successivi anni maledetti vestiti di rosso Ferrari. E per concludere il disastroso ritorno alla McLaren-Honda e il famigerato team-radio “GP2 engine” a Suzuka, che ha fatto infuriare un’intera nazione.

 

Lewis Hamilton e Fernando Alonso: un concentrato di talento allo stato puro (skysports.com)

 

Questi i capitoli della decadenza di un pilota iconico sì, ma dalla personalità spigolosa, costretto a girovagare tra Indycar, Le Mans e altri luoghi mistici come la Dakar. Se alla 24 ore più famosa del Mondo ha vinto e dimostrato la sua pura velocità in pista, in Indycar e alla Dakar la maledizione ha continuato a manifestarsi.

 

Nel recente appuntamento sabbioso, tra l’altro, in equipaggio con l’espertissimo Marc Coma, le prestazioni di Fernando hanno lasciato un po’ a desiderare. Un certo Sebastien Loeb al debutto ha rischiato di vincerla, la Dakar. Ciò che Alonso continua a dimostrare è dunque la sua fame agonistica, rimasta smisurata, direttamente proporzionale alla consapevolezza della sua forza. Ma sembra un personaggio in cerca d’autore, fuori dalla Formula 1.

 

Parlando recentemente in un’intervista, Fernando si è sbilanciato:

 

“Lewis Hamilton ha diversi punti deboli, che però non sono mai stati messi alla prova. Bisognerebbe vederlo lottare sotto pressione”.

 

Non è difficile leggere tra queste parole un “io saprei come batterlo”. E allora perché non torni Fernando?

 


Foto copertina: Andrej Isakovic/AFP/Getty Images