Motori
25 Settembre 2022

La prima volta di Fernando Alonso

Un viaggio indietro nel tempo, nel 2005.

L’importanza di chiamarsi Fernando. Ma soprattutto quella di essere Alonso. Fernando, nome di origini germaniche, significa “valoroso”, “coraggioso”. E lui lo è. In Formula 1 Alonso è invece sinonimo di fuoriclasse. È il 25 settembre 2005 e la pista è quella di Interlagos, in Brasile. Autodromo “Josè Carlos Pace”. Mancano tre Gran Premi al termine del Mondiale e la posta in palio è molto alta. Vincendo o anche con un buon piazzamento ci si può laureare campioni del mondo. Fernando Alonso è in testa alla classifica piloti con la Renault R25, straordinaria per aerodinamica, capienza del serbatoio e per minimalismo d’assetto. Ma nella sua testa “el nano” vincerebbe anche in bici, e magari non avrebbe tutti i torti.


PRATICAMENTE DAL NULLA


Anche un buon piazzamento potrebbe essere sufficiente, molto dipenderà dal risultato degli altri, ma soprattutto del finlandese Kimi Raikkonen su Mc Laren-Mercedes. In effetti, il ferrarista Schumacher e l’altro pilota Mc Laren, il colombiano Juan Pablo Montoya, sono troppo distanziati in classifica per poter ancora impensierire. Fernando Alonso ha la possibilità di essere non soltanto il primo spagnolo a compiere un’impresa simile, ma anche il più giovane campione del mondo in Formula 1 di ogni tempo. C’è chi dice sia un fuoriclasse, chi invece pensa che buon pilota possa essere la definizione più adeguata. Altri lo giudicano addirittura un mezzo bluff, un sopravvalutato. Uno di quelli che oggi ci sono e domani chissà.

«È il pilota più forte che abbia mai visto in pista. Mi impressiona per tre cose, per l’interpretazione della gara, specialmente per il consumo delle gomme, perché è un grande motivatore del team, e per la sua presenza».

Così dira anni dopo, su di lui, Luca Cordero di Montezemolo

Bluff o no, Fernando Alonso è lì e si sta giocando il titolo 2005. È giovane e, checché se ne dica, parecchio talentuoso. Nasce a Oviedo nel 1981, in una zona geografica che per tradizione è del tutto estranea alla Formula 1: lo dirà lui stesso, con una punta acuminata di autocelebrazione, dopo aver sfondato nel mondo delle quattro ruote. In effetti, alle Asturie appartengono buoni calciatori, validi ciclisti. Più a ovest, in Galizia, sono nati perfino dittatori longevi, ma piloti di Formula 1, proprio no. Però nulla nasce completamente dal nulla. Il signor Josè Luis, papà di Fernando, ha una passione smisurata per il kart e un giorno decide di costruirne uno per il figlio. Tentar non nuoce.


KART-ONATO? NO, FENOMENO


La prima vittoria arriva all’età di sette anni nel 1988, il primo degli otto successi che gli permettono di aggiudicarsi il titolo della sua categoria. Passato nel 1990 agli juniores, l’anno seguente consegue sul tracciato di Los Santos de la Humosa il secondo posto finale nel campionato spagnolo di categoria. È bravo, ha una certa personalità, ma bravi in giro ce ne sono parecchi. Per valorizzare il talento di quel ragazzino serve una svolta. La svolta arriva quando, non ancora dodicenne, lo nota Genis Marcó, proprietario della Genikart e importatore di telai e motori. Con accanto un marchio solido alle spalle, nel 1993 “el nano”, come lo chiamano nell’ambiente, riesce a imporsi alla ribalta nazionale.

Il primo kart di Fernando Alonso

È un susseguirsi di buone affermazioni: terzo ai Mondiali di Braga 1995, campione assoluto a quelli di Gand 1996, diversi titoli Nazionali e vittorie anche in Italia e Francia. Nel 1998 Fernando Alonso, non ancora maggiorenne, prova per la prima volta un’automobile da corsa. Sembra un azzardo ma i risultati danno ragione a chi aveva deciso di rischiare. Dopo tre giorni di test nel circuito di Albacete eguaglia il tempo sul giro del precedente pilota, Marc Gené. In seguito gareggia nella World Series by Nissan. Nella seconda gara, sempre ad Albacete, Alonso vince di nuovo. A fine campionato risulta il miglior pilota e batte per un punto il rivale del torneo Manuel Giao, vincendo e ottenendo il giro più veloce durante l’ultima gara della stagione.

Al termine della competizione, Alonso viene impiegato dalla Minardi come collaudatore: non sembra un tester, dà più l’idea di un pilota pronto a scendere in pista. I tempi in prova destano impressione. Dicono che non sia semplice avere a che fare con lui, spesso l’avere carattere sfocia nell’eccesso di carattere, ma quando si tratta di fare risultato, alla fine il ragazzo non delude. Nella sua testa esiste lui e l’obiettivo da raggiungere, il resto “fuera”. Ed è proprio il carattere, bello o brutto che sia, unito al talento, a portarlo l’anno dopo con il Team Astromega nella Formula 3000, serie propedeutica alla Formula 1. Sarà egocentrico all’eccesso, come lo rimprovera qualcuno, ma se non si è centrati su sé stessi, specie in uno sport individuale, è difficile diventare qualcuno. E soprattutto rimanere su certi livelli.

 «Vengo da un Paese che non ha tradizioni in F1. Ho lottato da solo per ottenere tutto quanto ho avuto. Tutta la carriera si è basata sui risultati che ho fatto nelle categorie minori, con gli sponsor che mi sono procurato da solo».

Fernando Alonso


BRIATORE CI CREDE


Non che l’esperienza in Formula 3000 vada benissimo, perché nelle prime sette gare non guadagna neanche un punto, ma nelle ultime due corse entra finalmente nel meccanismo. Conquista un secondo posto e una vittoria, sufficienti per classificarsi quarto nella classifica finale. La Minardi ha fiducia, c’è la sensazione che con l’asturiano si possa fare il salto di qualità in Formula 1. Nel 2001 Fernando Alonso diventa così il terzo pilota della scuderia di Faenza. Termina il campionato a zero punti, ma nonostante una macchina poco affidabile tiene testa a nomi in quel momento molto più titolati. Tanto da convincere Flavio Briatore, uno che di self made men dice di intendersi, che Alonso è il pilota del futuro e che lo spagnolo vada portato subito alla Renault. Il resto lo dirà il tempo.

Infatti il ventenne di Oviedo è all’inizio un collaudatore, ma nel 2003 alla guida della Renault R23 tutto è pronto per la consacrazione definitiva. I primi punti arrivano subito, e non per miracolo.


È il 9 marzo 2003 e si corre in Australia. Alonso è in quinta fila, il compagno di team Jarno Trulli, in sesta. La gara la vince l’inglese Coulthard e lui si piazza settimo. Due settimane dopo, lo spagnolo ottiene la prima pole position. Il GP è quello della Malesia, il circuito è quello di Sepang (il percorso che nel 2011 sarà fatale al pilota di MotoGP Marco Simoncelli). La gara la vince il finlandese Raikkonen. Ma “el nano”, per la prima volta sul podio, fa capire che è con lui che si dovranno fare i conti, in un futuro abbastanza prossimo. Il 6 aprile però qualcosa va storto: Fernando Alonso ha un incidente serio. Avviene in Brasile, l’impatto fra lo spagnolo e l’australiano Mark Webber costringe Alonso ad accertamenti ospedalieri. Alla fine, pericolo scampato…ma che paura.


CON LA PIOGGIA E CON IL SOLE


«In Spagna tutti legano la Formula 1 a me e basta: ho tutto il peso sulle mie spalle». Tanto per mantenere profilo basso e giusta modestia. Anche se, a bene vedere, quel che dice è piuttosto vero. Sono passati due anni e mezzo e il 25 settembre 2005 il Circus della Formula 1 è ancora in Brasile. Nel periodo che separa l’incidente di Alonso e la terzultima gara del Mondiale 2005, sono cambiate molte cose, specie nelle gerarchie generali. La Ferrari di Michael Schumacher è al quinto titolo mondiale consecutivo e sta cercando di guadagnarsi il sesto, ma Briatore aveva avuto ragione: l’homo novus della F1 è proprio Fernando, che quell’anno ha vinto sei dei sedici GP disputati e che proprio al GP numero 17 sta chiedendo certezza aritmetica del titolo.

«Era una volta un automobilismo diverso, in cui i piloti potevano provare varie esperienze per il gusto della sfida. Oggi lo fa solo lo spagnolo: e ammetto che almeno un po’ lo invidio».

Zanardi su Fernando Alonso

I due ferraristi Schumacher e Barrichello sono ormai fuori gioco, la somma dei punti di entrambi è inferiore a quella che Alonso può vantare. A insidiare il titolo è rimasta soltanto la Mc Laren-Mercedes del finlandese Raikkonen. Alonso ottiene a sorpresa la pole position grazie a un carico minore di benzina, oltre che a un errore di Raikkonen nel corso del giro cronometrato. La Ferrari di Schumacher fa il settimo tempo, quella di Barrichello il decimo. La domenica mattina il circuito si presenta umido a causa di un temporale notturno, ma la partenza è pronosticata asciutta dagli operatori meteo. Al via il colombiano Juan Pablo Montoya, scattato dalla seconda posizione, prende il comando e lo mantiene nei primi giri seguito dal compagno di squadra Raikkonen.



Montoya si tiene in testa per tutta la gara, cedendo la prima posizione esclusivamente in occasione dei pit stop. Una leggera pioggia comincia a cadere poco dopo la metà della gara, ma la pista rimane asciutta e le posizioni restano consolidate fino alla bandiera a scacchi. La McLaren ottiene, per la prima volta in stagione, una doppietta, ma allo spagnolo basta giungere a podio per conquistare il titolo. Le dichiarazioni a caldo non sono particolarmente concilianti verso l’ambiente di riferimento: personalismo come se piovesse di nuovo, ma forse anche stavolta dice la verità. Al limite, la verità bisogna imparare a dirla, a tempo e luogo, altrimenti è brutalità. Anche stare zitti ogni tanto non sarebbe male, ma poi Fernando Alonso da Oviedo diventerebbe un altro. E a molti lui piace guascone com’è.

«Posso ringraziare la mia famiglia, al massimo tre, quattro persone, non di più. Pochi amici veri. In Spagna non ci tornerò prima del GP in Cina e non credo ci sarà nulla di speciale. Abbiamo provato a programmare qualcosa se avessi vinto il titolo, ma non è stato possibile per troppi interessi politici».

Fernando Alonso


GIOVINEZZA, GIOVINEZZA…


Interlagos incorona così il ventiquattrenne Fernando Alonso come il più giovane campione del mondo della storia della Formula 1. «Sono sempre stato il più giovane in ogni categoria. Forse è per questo che sono abituato a battere record del genere, e forse per questo, mi impressiona meno di quel che dovrebbe». Il record gli verrà strappato nel 2008 dall’inglese Lewis Hamilton (23 anni e 9 mesi), poi ancora nel 2010 dal tedesco Sebastian Vettel (23 anni e 4 mesi). Max Verstappen vincerà una gara di F1 a 18 anni, sarà campione a 24 come lo spagnolo. I record vanno. Sono i campioni, quelli che restano. E il fatto di essere un campione Fernando Alonso lo ribadisce l’anno dopo, bissando il titolo mondiale.

Eppure, non possono essere solo i titoli a definire Alonso, anzi. Per citare Ross Brawn: «È frustrante realizzare sempre che un talento di questo livello abbia vinto soltanto due titoli iridati». Forse allora il caso non è che abbia trionfato due volte, per giunta di fila, ma che poi non si sia più ripetuto. Questa, però, è tutta un’altra storia.

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