Fin da ragazzino, quando giocava nella Quinta del Boca, aveva già quella sua caratteristica che lo ha poi contraddistinto per tutta la carriera. Quella di avere sempre più tempo di tutti gli altri con il pallone tra i piedi. La frenesia nel gioco dei ragazzini è proverbiale. Hanno il pressing innato. Corrono tutti, come forsennati. Poi trovi quello che sa dribblare gli avversari come birilli, quello veloce come un fulmine, quello con il fisico già da uomo fatto e finito o quello che lotta su ogni pallone come un leone affamato. Fernando Gago non aveva nessuna di queste caratteristiche.

 

Ad un occhio distratto non spiccava come altri che ti “prendevano lo sguardo” con finte, tunnel e serpentine. Però bastava guardare con un po’ più di attenzione e ti accorgevi che “El Pintita” trovava sempre il tempo e il modo di alzare la testa, scegliere l’opzione migliore e non sprecare un solo pallone. Giocava fin da allora moltissimi palloni “a due tocchi”, dando la netta sensazione di sapere già cosa fare prima che il pallone gli arrivasse tra i piedi.

 

Quando sei il più veloce “di cervello” cosa te ne frega di esserlo anche con le gambe?

 

Il suo primo tocco di palla era impressionante. Era sempre orientato verso la zona di campo più tranquilla, evitando con quel singolo tocco il pressing o il tackle degli avversari guadagnandosi quel “tempo” che gli permetteva, con il secondo tocco, di mettere la palla dove voleva. A volte invece potava poteva anche farne 5 o 6 consecutivi, evitando con eleganza gli interventi degli avversari in attesa dello smarcamento di un compagno o di una opzione migliore. Quante volte ho dovuto difenderlo dalle critiche di altri Bosteros che lo definivano “troppo lento per giocare in prima squadra”. Che idioti.

 

Quando sei il più veloce “di cervello” cosa te ne frega di esserlo anche con le gambe? Per fortuna “El Coco” Basile la pensava come il sottoscritto, e quando arrivò nel luglio 2006 Fernando diventò immediatamente il padrone della maglia numero 5, quella che da noi è sempre stata quella assegnata al regista difensivo, quello che faceva da frangiflutti davanti alla difesa e quello da cui ripartivano tutte le azioni. Vincemmo tutto quello che si poteva vincere nei 13 mesi di permanenza di Basile alla Bombonera.

 

Gago Boca Juniors

Fernando Gago con l’immancabile Cinco (foto di  Marcelo Endelli/Getty Images)

 

Il Boca, il Real Madrid e quelle ossa fragili

 

Due campionati, due Recopa Sudamericana e una Copa Sudamericana, vinta alla Bombonera ai calci di rigore con l’indimenticabile penalty decisivo realizzato dal nostro adorato n°1, “El Pato” Abbondanzieri. Che squadra amici miei! Con “El Cata” Diaz e “El Flaco” Schiavi avevamo due difensori centrali fantastici e poco ci importava se lontano dalla Bombonera non erano stimati come avrebbero dovuto. Battaglia e Insua nel mezzo, con due giovanotti come Ledesma e Schelotto che stavano diventando ogni giorno più forti e davanti El Tanque Martin Palermo con un ragazzino terribile, appena arrivato dal Banfield, che si chiamava Rodrigo Palacio.

 

Non ci vollero tutti quei 13 mesi per capire che “El Pintita” era un fuoriclasse assoluto. Gago era come l’olio nel motore. Spesso non ti accorgi neppure che c’era, ma il suo lavoro era discreto quanto indispensabile. Te ne accorgi quando manca. Il problema è che se ne erano accorti tutti, in Sudamerica e in Europa. Quando arrivò il Real Madrid ce lo porto via con un assegno da 27 milioni di dollari. Qualcuno lo reputava troppo giovane per un palcoscenico del genere. A noi importava poco. Tanto sapevamo che, un giorno o l’altro, dopo un anno o dopo 10, Fernando Gago sarebbe tornato da noi.

 

“Non volevo fermarmi. Giocai con infiltrazioni continue per lenire quel dolore che una volta uscito dal campo mi condizionò la vita. Anche una semplice passeggiata mi provocava dolore. Ghiaccio, fisioterapia e infiltrazioni. Sono andato avanti così per anni”.

 

10 marzo 2009. All’Anfield Road di Liverpool si sta giocando la gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League. All’andata i Reds si sono imposti al Bernabeu per una rete a zero e affrontano il “retour match” con grandi possibilità di entrare nelle ultime 8 squadre in lizza per il trofeo. La partita è a senso unico. Il Real, nonostante la presenza di giocatori del valore di Raul, Sneijder, Cannavaro, Ramos, Robben e Higuain viene spazzato via dalla furia dei Reds con Fernando Torres e Steven Gerrard sugli scudi. Fernando Gago sarà una figura periferica e quasi inconsistente per buona parte del match e il ritmo ossessivo imposto dagli inglesi di Rafa Benitez spazza via senza difficoltà il centrocampo delle Merengues.

 

Gago viene sostituito ad un quarto d’ora dalla fine ma la sua prestazione è troppo deficitaria per non nascondere altre ragioni. Quella sera per Gago inizieranno quei problemi ai tendini di Achille che condizioneranno il resto della sua carriera. “Non volevo fermarmi. Giocai con infiltrazioni continue per lenire quel dolore che una volta uscito dal campo mi condizionò la vita. Anche una semplice passeggiata mi provocava dolore. Ghiaccio, fisioterapia e infiltrazioni. Sono andato avanti così per anni”. Ricorda Gago di quel periodo.

 

Gago, fenomeno tra leggende; alla sua sinistra Ramon Calderon, alla sua destra Alfredo Di Stefano (foto Denis Doyle/Getty Images)

 

“Papy, yo quiero verte en la cancha”

 

Fu l’inizio di un periodo che non si è mai realmente interrotto. Anzi, negli ultimi anni i suoi tendini hanno ceduto ben 3 volte. Si dice che il fulmine non colpisca due volte nello stesso posto. Non per Gago. Per lui sono tre. Tre volte su tre nel “Superclasico” contro gli acerrimi rivali del River e l’ultima volta nell’occasione peggiore possibile. La finale di Copa Libertadores, giocata a Madrid il 9 dicembre del 2018. Gago entra a due minuti dal termine dei tempi regolamentari sul risultato di 1 a 1. Si va ai supplementari ma per il Boca arriva la tegola dell’espulsione di Barrios.

 

Nel secondo tempo supplementare Juan Fernando Quintero porta in vantaggio il River. Schelotto, nonostante la squadra in 10, gioca la carta dell’Apache Carlos Tevez al posto del terzino Buffarini. È la classica mossa da “o la va o la spacca”. A “spaccarsi” però è ancora una volta lui, Fernando Gago, a cui stavolta cede il tendine d’Achille destro. Stavolta è la fine. A marzo dell’anno successivo Gago rescinde il contratto con il Boca e annuncia il suo ritiro. Sono passati 10 anni esatti da quella maledetta sera dell’Anfield Road. 32 anni sono pochi, troppo pochi per un calciatore che proprio a causa di questi continui guai fisici non ha mai potuto far vedere, se non per brevi periodi, il suo immenso valore.

 

Quando il padre gli comunica che dovrà smettere di giocare il bimbo scoppia in un pianto inconsolabile. “Papy, yo quiero verte en la cancha, cuando vas a volver? Por favor papy!”.

 

Ci sono storie, però, che sembrano non finire mai. Perché c’è qualcuno che lotta disperatamente per cambiarne il corso. Stavolta è un bimbo di 6 anni. Si chiama Mateo. Mateo Gago. Quando il padre gli comunica che dovrà smettere di giocare il bimbo scoppia in un pianto inconsolabile. “Papy, yo quiero verte en la cancha, cuando vas a volver? Por favor papy!” gli chiede incessantemente il piccolo nei mesi successivi. Come si fa a dire di no ad un figlio? Fernando Gago ricomincia piano piano a corricchiare, poi a toccare il pallone e infine ad allenarsi con maggiore continuità.

 

C’è una gloriosa squadra argentina. Il Velez Sarsfield, che gioca un bel calcio perché così vuole il suo allenatore che si chiama Gabriel Heinze. Ha dei ragazzi promettenti, alcuni molto promettenti (Thiago Almada) ma occorre un “cervello fino” che organizzi il gioco, che detti i tempi, che faccia da olio nel motore del team. “El Gringo” Heinze si ricorda del suo amico Gago. Il 18 di giugno Fernando Gago torna ad essere un giocatore di calcio. Firma un contratto “a rendimento” con il Velez. Torna in campo, gioca, corre e mette la sua intelligenza tattica a disposizione del team. Giocando sì col tempo, sempre più povero, ma al contempo con l’amore del figlio, sempre più forte.

 

 

Aneddoti e curiosità

 

I primi anni al Boca non sono facili per “El Pintita” Gago. È piccolino per la sua età e molto fragile fisicamente. Il carattere però non gli manca.
Un giorno chiede un incontro con il responsabile del settore giovanile del Boca, il celeberrimo Ramon Maddoni, mentore sportivo e “umano” di tante generazioni di ragazzi cresciuti nella cantera del Boca. “Voglio il mio cartellino” gli dice il ragazzino, “sono stanco di andare in panchina”. “Tu vuoi giocare in Segunda B o in Primera?” gli chiede il dirigente. “In Primera” risponde convinto Gago. “Allora porta un po’ di pazienza e tu in Primera ci giocherai molto presto. Ma non in una squadra qualsiasi. Qui nel Boca Juniors” fu la sentenza di Maddoni. Che non si sbagliò.

 

 

Gago e moglie Gisela Dulko

Fernando Gago con la moglie, la tennista Gisela Dulko

 

Fernando Gago è sposato con Gisela Dulko, ex-tennista professionista. Il tennis è uno dei passatempi preferiti anche di Fernando che però è costretto ad ammettere che “non c’è partita. Vince lei senza quasi forzare” aggiungendo poi con orgoglio “Però a ping-pong vinco io!”. Gago ha sempre avuto un carattere molto determinato (il rientro da 4 infortuni gravissimi ne sono una prova inconfutabile).

 

“È un carattere davvero tosto” dice di lui il suo nuovo “mister” Heinze. “È al Velez da pochi mesi ma credo che qui al Fortin abbia già litigato con tutti. Per ora l’unico a salvarsi è stato il cuoco!”.

 

Dalla famosa partita di Anfield i problemi al tendine d’Achille diventano una costante con cui il forte centrocampista argentino dovrà convivere per anni. “Non sapevo più cosa voleva dire non avere dolore. Mi allenavo con una scarpa di due numeri più grandi, camminare scalzo o sulla sabbia era insopportabile. Perfino quando dormivo dovevo tenere la gamba destra fuori dal letto perché appoggiarla al materasso mi provocava dolore”.

 

I medici mi avevano detto chiaramente che il mio tendine d’Achille poteva rompersi in qualsiasi momento. Non solo giocando a calcio ma camminando, o guidando l’automobile. Ci pensavo tutti i giorni durante la settimana, ma quando entravo in campo mi dimenticavo di tutto e giocavo con la massima serenità”.

 

Gago, Messi e Banega

Alle Olimpiadi di Shangai la giovane nazionale argentina si presentava, tra gli altri, con questi tre tra centrocampo, trequarti e attacco: da sinistra a destra, Lionel Messi, Ever Banega e Fernando Gago (foto ©ZUMAPRESS.com/Keystone Press)

 

Da sempre esiste una grande affinità calcistica tra Fernando Gago e Leo Messi. Compagni di squadra nelle nazionali giovanili, poi nel team che vinse a Pechino la medaglia d’oro olimpica e in seguito nella Nazionale maggiore. Ma c’è una persona che Fernando Gago ammetterà essere stata decisiva nella sua formazione di calciatore: Luis Enrique, l’allenatore spagnolo che Gago trovò quando arrivò alla Roma nell’estate del 2011.

 

“Mi insegnò un modo diverso di vedere il calcio. Per me ci fu un prima e un dopo Luis Enrique. In più, avendo allenato il Barcellona e Leo Messi, mi fece capire quale era la maniera migliore per servirlo, in quali zone del campo e in che preciso momento del gioco”. Aggiungendo, fra la sorpresa di molti, che quella stagione a Roma è stata quella “dove mi sono divertito di più giocando a calcio, perché giocavamo con l’idea che avevo io del calcio”.

 

Fin dagli inizi della sua carriera Gago è stato paragonato a un altro grandissimo “5” del calcio argentino: Fernando Redondo. Sono effettivamente tante le cose in comune tra i due. L’eleganza nei movimenti (e anche la non eccessiva velocità degli stessi), la visione di gioco, la capacità di recupero del pallone e la distribuzione precisa ed efficace. Una cosa era però peculiare per entrambi: la capacità, come dicono in Argentina di “esconder el pase”, ovvero di ingannare gli avversari sulla zona dove effettivamente il passaggio sarebbe stato diretto. Guardare una zona del campo, un determinato compagno di squadra e poi servirne un altro, in una zona completamente diversa lasciando così impreparati i rivali.

 

Che Fernando Redondo sia stato l’idolo assoluto di Fernando Gago non deve perciò stupirci. A stupirci, semmai, è il diverso esito delle due carriere. Quella di Redondo, da assoluto protagonista al Real Madrid, ma con tante ombre al Tenerife come al Milan; quella di Gago, da astro nascente al Real a delusione nella capitale, con luci ed ombre tra Boca e Nazionale Argentina. In fondo, Gago è un purosangue albiceleste. Calpestando questa terra, oggi al Velez, non ha ancora smesso di sognare, e segnare, il futbol.