Editoriali
29 Agosto 2022

È John Elkann il problema della Ferrari

Ridateci Montezemolo e gli uomini di pista.

Una nuova sberla quella presa dalla Ferrari a Spa-Francorchamps. Red Bull e Max Verstappen sono ripartiti velocissimi e impeccabili, Leclerc e la Rossa rincorrono a fatica e i punti di distacco in campionato aumentano. La pausa estiva sembra non aver cambiato i valori in campo, ma è stata utile per ragionare (a mente fredda) sulle difficoltà della scuderia di Maranello. Fin troppo facile dare la colpa a Mattia Binotto, vittima sacrificale perfetta e in ipotesi estrema sacrificabile, con il benestare della folla di #tifosi giudicante assetata di colpevoli e di sangue, in quell’arena à la mode, volubile e distratta dei nuovi ferraristi, con tanto di hashtag ufficiale, influenzati come non mai dalla narrazione preconfezionata e sentimentalistica social-mediatica.

Anche perché se la stagione è iniziata così bene, se la macchina va comunque molto forte ed è competitiva ai vertici come non lo era da molto tempo, lo si deve proprio agli uomini che lavorano in pista. Un po’ più difficile capire che il vero problema della Ferrari degli ultimi anni, dell’ultimo quinquennio sicuramente, potrebbe trovarsi altrove, più in alto nella piramide aziendale. Al vertice, magari, dove siede stabilmente quel John Elkann, uomo impegnato in diversi fronti finanziari e di potere, non a caso il presidente Ferrari più difficile da vedere in pista, un fantasma, il meno appassionato e appassionante e allo stesso tempo intoccabile, immune alle critiche come nessun predecessore.

Ma il titolo in Borsa continua a volare e anche al pubblico ormai educato ed esperto in finanza, ahinoi, pare interessi solo questo.

Fa sorridere vedere il fratello Lapo – umanamente sicuramente più simpatico e con il quale andremmo molto più volentieri a cena – sbraitare sguaiato su Twitter ad ogni errore della squadra colpendo spesso duramente la gestione sportiva ma mai la proprietà, ça va sans dire, contribuendo a fomentare le critiche nei social a senso unico verso la squadra e risparmiando la dirigenza. Nessuna malafede, ne siamo sicuri, da parte di Lapo, però questo non aiuta a comprendere la situazione nel suo complesso.



Nessuno parla più del fatto che alla Scuderia di Maranello – già qualche anno fa si percepiva questo problema – manchi un uomo con il cronometro alla mano e gli occhi all’insù per vedere se piove o c’è il Sole. E se Binotto è confermato al vertice della gestione sportiva, questo ruolo dovrebbe essere ricoperto da qualcun altro, magari perché no proprio dal Presidente. Un uomo di pista, come lo erano senza dubbio Jean Todt o Ross Brawn, ma come lo è stato Cesare Fiorio, come lo era lo stesso Enzo, com’è stato il presidente Luca Cordero di Montezemolo. Come sicuramente non è John Elkann.

Scrive Umberto Zapelloni su il Giornale: «in Ferrari oggi dovrebbero avere più coraggio tutti a cominciare dal presidente John Elkann che è tornato fantasma. Non ha parlato dopo le prime vittorie, non ha parlato dopo le clamorose debacle. Magari avrebbe potuto far rientrare Todt e metterlo a cuscinetto tra la presidenza e Binotto». E invece tutti i #tifosi su Twitter, Facebook, Instagram, nelle piazze virtuali a chiedere la testa di Binotto e del capo della strategia Rueda. Perché, invece, non interrogarsi su quel no a Jean Todt? Una figura troppo ingombrante e troppo carismatica forse, ai box o per la dirigenza?

Certo la gestione in pista ha avuto nel corso della stagione un’involuzione, un progetto e una macchina partiti vincenti e super competitivi – mai però superiori alla Red Bull e a Max Verstappen, come frettolosamente qualcuno ipotizzava sull’onda dell’entusiasmo – che gara dopo gara ha visto perdere terreno nei confronti degli avversari, anche della rientrante Mercedes. Le responsabilità ci sono tutte, punti tanti persi qua e là, errori di strategia soprattutto, errori dei piloti, errori del muretto: con una costante però, mai una forte presa di posizione del presidente, mai una spiegazione chiara, mai una dichiarazione che spieghi la sua visione dei problemi e del momento stagionale. Sempre e solo parole di circostanza. Forse qualcuno gli ha suggerito la via del bassissimo profilo mediatico, dopo le poche ma sportivamente infelici dichiarazioni di cui John Elkann si è reso protagonista come quelle festanti per il “giro veloce” Ferrari dopo la disfatta di Baku 2019.


La sensazione è che in generale all’alta dirigenza compreso l’amministratore delegato Benedetto Vigna (mai sentito, vero?), non importi praticamente nulla dei risultati conseguiti in pista dalle F1-75, che si sfrutti la tradizione del marchio – e i benefit che ne conseguono anche a livello di budget in Formula 1 – per mantenere una posizione elitaria e premium nel mercato. Conta solo il fatturato, i dividenti, la produzione della nuova Purosangue, non i successi nella massima espressione dell’automobilismo sportivo che rappresentavano il fuoco del sogno e della passione. I modi e toni da Wall Street fanno male a tutti, agli sportivi ma anche agli amanti delle auto stradali, come sostiene Alessandro Morini Gallarati (fondatore del magazine Hammer Time).

Abbiamo avuto più volte modo di ripeterlo: una Ferrari filosoficamente distaccata dalla pista semplicemente non è.

E non è nostalgia ripensare a Luca Cordero di Montezemolo, uomo di pista e di corse prima che figlioccio dell’Avvocato Agnelli, essere un pilota prima di tutto, in pista e nei rally, poi appassionato di corse e di Ferrari e infine diventarne il Presidente. Uomo con il cronometro in mano, uno che il volante, la pista, la guida l’aveva vissuta in prima persona, con le competenze giuste e il carisma adeguato per quel ruolo. Un mondo cui il Presidente di oggi c’entra davvero poco. E inutile nasconderlo, è una grave incompetenza in Ferrari di cui si parla troppo poco. D’altronde un report di Morgan Stanley recitava così, nel Settembre del 2021, sul nuovo CEO Vigna: «un esperto di semiconduttori con una laurea in fisica quantistica dedicata ai quark e centinaia di brevetti a suo nome alla guida della Ferrari? Viviamo davvero tempi eccezionali».

Le corse sono sempre più ai margini dei pensieri dei vertici aziendali. I tempi cambiano, sì, ma ci sono principi che non dovrebbero cambiare mai. L’unico spiraglio di luce per gli amanti della Rossa di Maranello lo offre il ritorno alle corse di durata con tutta la loro epicità, il grande ritorno a Le Mans nel 2023 con i prototipi Hypercar, progetto in cantiere da tempo. Un lume di speranza che ci trattiene dal dire che a breve il motto “essere Ferrari” avrà senso solo nel metaverso.

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