Altri Sport
28 Maggio 2018

Finisce il Giro, non il nostro amore

La corsa rosa termina nel modo più inaspettato, ma l'unico esito prevedibile è la supremazia di chi ha messo sulla strada una Squadra vera.

Abbiamo assistito a uno dei più belli, più entusiasmanti e più pazzi Giri d’Italia mai visti. Se escludiamo le prime tre controverse e scialbe tappe in Israele, lo spettacolo che ci ha consegnato questo ciclismo ha spiazzato tutti, e lo diciamo senza cadere nel sensazionalismo. Corridori che si scambiano distacchi di minuti, podio finale riscritto in tre giorni, Maglia Rosa in saldo controllo che crolla sotto la spinta rivoluzionaria di un vecchio capitano: uno che dopo due cadute all’inizio pareva ormai rassegnato a portare a casa solo una vittoria di tappa. È successo di tutto, e abbiamo goduto come poche volte prima.

 

Froome festeggia e ringrazia il fidato compagno Wout Poels arrivando a Cervinia. Foto Cycling Tips/Cor Vos

 

Sviscereremo i singoli argomenti nei prossimi giorni, ma quel che ci preme ora è una considerazione generale sulla corsa più bella di tutte. Il ciclismo resta uno sport particolare nella sua struttura poiché vince un corridore soltanto ma solo e sempre come parte di una squadra, e questo elemento alla fine ha fatto la differenza. Per poter alzare questo trofeo non bastano due settimane e mezza da re (Yates), non basta avere un compagno in grado di aiutarti (Pinot con Reichenbach), non basta nemmeno non crollare mai ed essere sempre sul pezzo (Dumoulin). Per vincere il Giro serve essere un Capitano ed avere una Squadra, con la “S” maiuscola, come solo la Sky è riuscita ad essere. Come la Bahrain Merida non è stata in grado di supportare in salita Pozzovivo, così la stessa Mitchelton-Scott, che sembrava trovarsi addirittura due capitani con Yates e Chaves a sbranarsi la maglia rosa dopo poche tappe, non è stata per niente in grado di resistere all’affondo, pur con uno dei roster più solidi tra tutte le squadre. Forse non si aspettavano un crollo così drammatico del capitano in maglia rosa dopo il pochissimo distacco subito sullo Zoncolan: Yates sembrava addirittura in grado di recuperare del tutto su Froome, se fosse partito prima. 3km non sono bastati ma la facilità di pedalata sulla salita del Mostro pareva un segnale inconfutabile di invincibilità.

 

Yates in maglia rosa trionfa a Sappada, poche ore prima del tracollo. Immagine sbs.com.au

 

Eppure quello che fa la differenza è proprio la capacità di essere vuoi – come va di moda dire – resilienti, vuoi più organizzati degli altri. La fuga di Froome è l’esempio perfetto di questo concetto: solo qualcosa d’incredibile avrebbe potuto rovesciare l’orizzonte della gara, e per farlo serviva pianificazione e organizzazione. Dodici uomini lungo il percorso hanno permesso al brit dinoccolato di mantenere il vantaggio accumulato e di non crollare mai psicologicamente. Tutti quelli che dovevano rispondere hanno perso. Yates addirittura ha patito trentacinque minuti (trentacinque); solo la caparbietà e la classe (ciclistica di certo, forse l’aplomb caratteriale non gli appartiene altrettanto) di Dumoulin sono state sufficienti a prendere ogni colpo di Froome senza subire una disfatta.

 

Il campione del mondo nella specialità contro il tempo Tom Dumoulin non è riuscito nella Trento-Rovereto a guadagnare quanto serviva per sopravanzare l’allora leader Yates, mentre nella tappa di apertura è andato in maglia rosa con 2″ su Rohan Dennis. Immagine ©Sports Illustrated

 

La struttura della Sky, tanto criticata e mal sopportata da molti, si rivela fondamentale nella vittoria anche quando questa derivi non dalla solita tattica di totalitarismo da GT, ma dal pazzo attacco di un corridore che – evidentemente – non è l’automa che tutti credevano essere. Lo spazio lasciato al successo dei singoli è limitato alla dimensione della tappa: per poter arrivare terzo Miguel Angel Lopez ha avuto a disposizione un’Astana in grado di garantirgli il podio, cosa che invece è mancata a Pozzovivo, unico Barhrain Merida a resistere in salita.

Il fatto che l’unico acuto professional sia il secondo posto di Ciccone nella classifica degli scalatori ci palesa anche come il livello di queste squadre non sia stato all’altezza della competizione. Il disegno del percorso (magistrale, va detto: nessuna tappa inutile, nessun banale “trasferimento”) non ha permesso alle fughe, di solito unico bacino di vittorie queste formazioni, di concretizzarsi, e comunque solo la Androni è sembrata all’altezza di quel gioco. Poi, da un lato l’Israel Cycling Academy, facilmente dimenticabile. Dall’altro la Wilier-Selle Italia, soggetto involontario di una retorica del perdente ormai noiosa e pesante, nata dal web sull’onda della “ignoranza” che ha nella maglia nera il suo feticcio (ne parleremo meglio altrove), non è stata purtroppo in grado di raggiungere un risultato, raccogliendo i soli piazzamenti in volata di Mareczko.

 

Ciccone mentre attacca sul Gran Sasso. L’abruzzese è una delle promesse del ciclismo italiano. Dita incrociate. Foto AFP PHOTO / Luk Benies

 

Le classifiche e i distacchi di questo Giro101 ci insegnano che per poter vincere lungo tre settimane combattute ad ogni metro è fondamentale costruire un successo sull’aiuto di una squadra, un gruppo organizzato fatto di atleti e di staff, in cui pianificazione, gestione del momento e organizzazione fanno la differenza, ma non bastano. Ci dicevano: “è finito tutto, il ciclismo moderno, bellezzaO forse no: forse siamo ancora ubriachi dell’aprosdòketon froomiano, ma ci piace pensare che per vincere serva comunque un qualcosa in più, un gioco, un gesto sportivo sublime, un vero colpo di genio che, costruito sì sulla squadra e sulla tecnica, ma con un indispensabile tocco di maestria. E così è stato. Due elementi uniti a costruire la vittoria: un Campione e la sua Squadra. Difficilmente il solo Achab avrebbe avvicinato la grande balena bianca, senza la sua ciurma a governare il Pequod.

Chris Froome ha sbriciolato alcune delle più grandi critiche che gli si rinfacciavano: di non venire al giro, di non volersi cimentare con le nostre salite, di essere un antipatico saccente, di essere un automa e non entusiasmare. Le ha confutate tutte: venendo, vincendo, da timido scherzoso in gruppo, umile e rispettoso del nostro Paese e dei nostri tifosi nelle dichiarazioni (in Italiano, sempre) e infine ha distrutto e ricostruito la gara con una fuga, anche se definirla tale è riduttivo, di 82km. Froome è passato dalla nostra parte, è uno di noi: un campione che vuole essere tale. Tuttavia difficilmente avrebbe potuto pensare anche solo di sfiorare il trionfo senza una squadra a supporto, e chi pensa di vincere un GT solo con le proprie forze rischia, come un Icaro con le ruote di cera, di sciogliersi al sole.

 

Immagine copertina di Justin Setterfield/Getty Images

 

 

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