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20 Aprile

È arrivato Robin Hood

Florentino Perez è venuto a “salvare il calcio”.

In un’inquietante intervista rilasciata al programma spagnolo Chiringuito de Jugones, Florentino Perez ha esposto le “ragioni” dei club che hanno fondato la Superlega. Nel farlo, ha però parlato a nome del calcio, un po’ come il Padrino del romanzo di Mario Puzo parla per chi gli sta sotto – cioè tutti.

 

 

E con tutti, Perez intende proprio tutti. Così, commentando la cosiddetta generazione Z, cosa già fatta dal suo partner in crime Andrea Agnelli, quel simpaticone di Perez ha affermato che «i giovani sotto i 24 anni, al 40%, non hanno interesse nel calcio, perché ci sono molte partite di scarsa qualità e si distraggono con altre piattaforme. Il calcio deve adattarsi, ora inizieremo con tre paesi e cercheremo di cambiare a livello mondiale questo sport per portarlo ad un livello superiore.» Secondo Perez, il problema del calcio è la distrazione dei “nuovi” tifosi (chiamarli così è comicità d’alta scuola).

 

 

Il calcio deve adattarsi, continua Perez. Quale calcio, ci chiediamo noi? Chi lo ha detto che per un ragazzo della generazione Z – senza distinzioni di sorta – vedere partite tipo Barcellona-Liverpool o Real-Manchester City tutte le settimane (e per più di una volta all’anno) sia interessante? Solo un pazzo proverebbe piacere nel mangiare caviale tutti i giorni. Ma il punto è proprio questo: che Perez vuole abituare al caviale cancellando la bontà dei pasti più umili. Chi ha la forza di spiegare a Perez e compagnia che il caviale è buono proprio perché costituisce l’eccezione rispetto alla normalità?

 

Dialogo interrotto (Alexander Hassenstein/Getty Images)

 

 

Per Perez quei 12 club sono IL calcio. Lo dimostra quando, con parole di serpente, dichiara che «con 4 miliardi di tifosi, bisogna avere rispetto delle persone.» Perez parla come the big Brother, il suo linguaggio è meccanico, freddo, menzognero, ma il tono delle sue parole è tanto netto da risultare inattaccabile. Nessuno vuole d’altra parte attaccare Perez, perché non avrebbe alcun senso. Uno che dichiara che la Champions «non produce le entrate necessarie per salvare il calcio, e con il salvare il calcio non dico solo il Madrid, intendo tutti» è semplicemente un alienato.

 

Vaglielo a spiegare, a Florentino Perez, che squadre con i conti in verde o quasi come Lazio e Atalanta dalla Champions ci hanno guadagnato e come.

 

Vaglielo a spiegare, al presidente della squadra più potente del mondo, che raggirare anni di debiti e conti in rosso chiudendosi in un castello di diamanti, fregandosene di chi sta dietro di te e con merito sportivo (tipo il Siviglia), non significa «salvare il calcio», ma il proprio culo dorato. Florentino ha parlato. Ne prendiamo atto e, benianamente, ci scappa una pernacchia.

 

«La Champions è attrattiva solo dai quarti in poi, prima non interessa a nessuno. Ci sono squadre che giocano e che non interessano a nessuno.» Per Perez le migliaia di tifosi che assistono alle partite di Champions della propria squadra equivalgono al nulla più assoluto. Perez parla con termini netti e inequivocabili.

 

 

Il suo linguaggio risponde alle illogiche logiche di mercato, è freddo e netto (tutti o nessuno) come il calcio del futuro che ha deciso di creare, distruggendo tutto ciò che è rimasto dietro: «stiamo facendo questo per salvare il calcio, che è in un momento critico. Un Madrid-Manchester e un Barcellona-Milan sono più attrattive di un Manchester che affronta una squadra minore in Champions. Abbiamo tifosi a Singapore, in Cina, questo vale anche per le reti sociali: questo dà denaro e questo denaro viene da tutti perché è una piramide. E se questo denaro entra, sono tutti contenti perché compriamo giocatori e cresciamo». Sono tutti contenti. Lo ha detto per davvero.

 

Il calcio del futuro è sul modello del Bayern Monaco (Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

 

 

Poi, parlando dell’opportunità per gli altri club – ha citato, ad esempio, Napoli e Roma – di entrare a far parte della grande bolla, ha puntato ancora una volta sulla bontà economica della Superlega: «noi siamo solidali, la UEFA concede 120-130 milioni, noi ne diamo 400.» Il calcio per come lo intende il presidente del Real Madrid non è malato, è semplicemente morto. Se un club per sopravvivere deve guadagnare dai 400 milioni l’anno in su, non è più un club di calcio ma un insulto ai più basilari principi dello sport.

 

 

Questa roba qui non è calcio. Non lo è da un po’, chiaramente, e la Superlega è solo l’ultima accelerata su un tragitto già battuto da tempo. Eppure, parlando a nome di tutti, Perez commette un errore imperdonabile, soprattutto da un punto di vista economico. Senza tornare sull’Atalanta, basti pensare al Bayern Monaco o al Borussia Dortmund. Quando un modello è sano, funziona a livello sportivo (nel caso del Bayern, domina addirittura) ed è sostenibile a livello economico.

 

Poco prima che le sue dichiarazioni si diffondessero in giro per il mondo, Karl Heinz Rummenigge, dopo aver specificato come il Bayern non avesse mai preso parte né avesse mai appoggiato il progetto di una Superlega, scriveva in un comunicato ufficiale parole che Perez dovrebbe imparare come l’Ave Maria ai tempi del catechismo:

 

«Non crediamo che la SuperLeague risolverà i problemi finanziari dei club europei sorti a causa della pandemia. Piuttosto, tutti i club d’Europa dovrebbero lavorare insieme per garantire che la struttura dei costi, soprattutto gli stipendi dei calciatori e le tasse degli agenti, siano in linea con i ricavi, per rendere più razionale il calcio europeo».

 

Sono parole di una semplicità disarmante. Ma a pronunciarle è il portavoce di uno dei club più potenti e vincenti al mondo. Un altro calcio è possibile, anche senza i club fondatori della Superlega. Soprattutto senza di loro. Per loro, lo hanno dimostrato coi fatti e poi ribadito a parole, noi altri siamo nulla.

 

 

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