La tecnologia è diventata assoluta protagonista della vita e quindi dei rapporti umani nel periodo di quarantena da Covid-19. Una distopia che di colpo si è fatta presente, investendo le abitudini della quotidianità. Studiamo o lavoriamo su Zoom, facciamo palestra su Instagram e aperitivo su Houseparty, con tanto di cheers alla telecamera, ceniamo abusando del servizio delivery e, per concludere la giornata, andiamo al cinema con la Smart TV o in discoteca con la musica in 8D. Magari, si fa per dire, tutto nella stessa stanza.

 

La proiezione virtuale dell’esistenza ha inevitabilmente investito anche lo sport, in particolare quello replicabile per eccellenza: il motorsport a quattro ruote. Se l’inizio del campionato di Formula Uno è stato infatti rinviato a data da destinarsi, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato nel cuore degli appassionati, Liberty Media ha unito utile a dilettevole e ha deciso di trasmettere in diretta sui propri canali ufficiali – con tanto di media come Sky Sports in telecronaca live – delle gare eSport.

 

Format semplice: multiplayer on-line con il videogioco F1 2019, griglia di partenza mista tra piloti di Formula 1 “veri” e ospiti dalle varie estrazioni: telecronisti, youtuber, il fratello di Hamilton, ex pistard olimpici, golfisti, cantanti ecc; più che una gara – una festa a tema con tanto di nani e ballerine. Tralasciando gli aspetti tecnici, a cui bisognerebbe dedicare un capitolo a parte, in sostanza si è provato a sostituire la gara “classica” con la realtà virtuale. E così tra il serio e il faceto, lo spettacolo va in onda: la parola d’ordine è intrattenimento sì, ma non motorsport.

 

Lewis Hamilton alle prese con il simulatore. Noi, sinceramente, preferiamo vederlo in pista

 

Sperando che la sostituzione duri il meno possibile, nel cammino mentale della clausura forzata viene da chiedersi: se viene disattivata la realtà – com’è per la quarantena che stiamo vivendo – e i Gran Premi non si possono disputare, quanto è sostenibile la finzione della realtà virtuale? Noi siamo categorici: il motorsport virtuale ha senso solo in presenza della sua versione archetipale. Diversamente, sarebbe come sostenere la primarietà delle attività dei mercati finanziari sull’economia reale, un totale controsenso.

 

Naturalmente, sport è competizione e non business, checché ne dica Andrea Agnelli, anche il videogaming (nello specifico il sim-racing) è una forma di competizione, di ricerca/sviluppo per Case e piloti, in grado di assicurare altissimi livelli di intrattenimento. Ma non può esistere senza la sua trasposizione reale. La differenza tra i due mondi risiede nel cuore e nelle palle dei piloti che devono gestire adrenalina, paura, frustrazioni, slanci emozionali a 300km/h e nel frattempo mettere in equilibrio la propria sopravvivenza con la voglia di vincere. Sta nell’umana alchimia che si forma tra piloti e ingegneri, che dalle telemetrie e le sensazioni della pista devono trovare una quadra nel set-up della vettura. Sta nel lavoro dei meccanici, nel calore dei tifosi, nell’odore di gomma bruciata e dai rumori frastornanti del circuito.

 

Tutti aspetti assenti nel mondo virtuale, ed è proprio grazie a essi che si traccia la linea tra la teoria e la pratica, tra un nerd e un pilota da corsa. A questo proposito è curioso notare come una decina di anni fa la tecnologia applicata all’informatica e alla rete sembrava aver raggiunto un livello tale da poter rendere l’accesso al mondo del motorsport più meritocratico, con accademie o concorsi che permettevano di iniziare una carriera da pilota attraverso i simulatori, mentre oggi è avvenuta un’inversione paradossale: chi è pilota deve reinventarsi gamer.

 

Se questi sono piloti

 

Non è necessario sottolineare l’ovvio, ma dove c’è intrattenimento ci sono possibili entrate commerciali. Il business mondiale del “settore dei videogame” viene stimato su cifre miliardarie ed è in costante crescita. Non sorprende quindi che Chase Carey abbia iniziato a metterci l’occhio assieme alla FIA: l’espansione che ha avuto il titolo Gran Turismo Sport d’altronde fa scuola.

 

È ancora troppo presto per dire se questo periodo e questi esperimenti porteranno a cambiamenti significativi e a un aumento ancora maggiore degli e-sport, specialmente quando torneranno le competizioni “normali”. L’unico merito dei Virtual GP è di tenerci compagnia, ricordandoci soprattutto quanto adrenalinico sia il motor racing. Quello vero.