La Francia ospita la XVI edizione del Mondiale. Lo fa per la seconda volta a distanza di sessantanni. L’organizzazione le è stata assegnata nel 1992 dal Comitato Esecutivo UEFA di Zurigo, che ha preferito la candidatura transalpina a quella di Marocco e Svizzera, le altre pretendenti. Trentadue le Nazionali partecipanti, un record. Non riescono a qualificarsi alla rassegna i vice-campioni d’Europa della Repubblica Ceca e il Portogallo. Esordisce al Mondiale il golden gol, formula mutuata dall’hockey su ghiaccio, che prevede che la prima squadra che segna durante i tempi supplementari si aggiudica il match. Joe Havelange lascia il trono del calcio mondiale e inizia l’era del suo delfino Joseph Blatter.

10.06.98, il calcio sotto la Torre Eiffel (Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

Mentre gli italiani sono ancora sotto shock per la strage del monte Cermis, in val di Fiemme, dove il 3 febbraio un aereo militare Grumman EA-6B Prowler dei Marines, decollato dalla base Nato di Aviano, tentando una manovra azzardata, trancia i cavi della funivia facendola precipitare al suolo a un’altezza di 100 m e causando 19 morti (una maledizione sembra aleggiare su quell’impianto: ventidue anni prima, un guasto alla stessa funivia aveva causato 42 vittime), il 5 maggio il Paese assiste impotente alla tragica alluvione di Sarno e Quindici che, in tre giorni, provoca la morte di 160 vite umane.

 

Nel 1998 vengono fondati tre partiti: i Ds di Massimo D’Alema, l’Italia dei Valori dell’ex magistrato di Mani Pulite Antonio Di Pietro, e il Partito dei Comunisti Italiani di Oliviero Diliberto. Se India e Pakistan realizzano il sogno di una bomba nucleare, il 10 aprile, in Irlanda del Nord è firmato l’accordo di pace tra cattolici e protestanti. In Cambogia muore Pol Pot, storico capo dei Khmer Rossi.

Belfast. Il “Peace Wall” che separa cattolici e protestanti (www.americamagazine.org)

Il 1998 è l’anno del primo evento di Street art britannica, organizzato da Tom Bringle e Banksy, il misterioso street artist che manipolerà i codici comunicativi della cultura di massa scegliendo come temi centrali della sua opera (graffiti a mano e stencil), la condanna delle atrocità della guerra, l’inquinamento (da pochi mesi, l’11 dicembre 1997, è stato redatto il Protocollo di Kyoto, con l’impegno dei Paesi più economicamente sviluppati di ridurre le emissioni di gas inquinanti), il maltrattamento degli animali e la critica al consumismo.

 

Mentre due venticinquenni studenti di Standford, Larry Page e Sergej Brin, stanno per fondare Google, che diventerà il più famoso motore di ricerca sul web, da qualche mese il tema della privacy è al centro del dibattito pubblico a seguito di una riflessione contenuta in un articolo di Helen Nissenbaum che, oltre all’informazione in sé, prende in considerazione il contesto, ovvero dove e come l’informazione viene diffusa. A fine anno nascerà PayPal, la società di servizi di pagamento digitali di Peter Thiel che rivoluzionerà il sistema delle transazioni monetarie.

Una delle opere di Bansky

Il Nobel per la pace è assegnato a due politici irlandesi, John Hume e David Trimble, per gli sforzi nel cercare una soluzione pacifica al conflitto in Irlanda del Nord. Senza te o con te, cantata da Annalisa Minetti, vince il Festival di Sanremo. Il 14 maggio, a 82 anni, un infarto si porta via l’inimitabile Frank Sinatra, “The Voice”.

 

Il panorama musicale internazionale è caratterizzato dal lento declino del grunge di Seattle, il movimento musicale più rappresentativo degli ultimi tre lustri, ideale passaggio fra il rock degli anni Settanta e quello post ideologico dei Novanta, e dall’affermarsi del britpop e del metal. Se la musica house è la regina delle discoteche, sono i rave party a rappresentare il fenomeno urbano del momento, con orde di giovani in rivolta che occupano vecchi stabilimenti industriali in disuso per abbandonarsi a lunghi riti di catarsi collettiva al suono della musica techno, rappresentazione plastica dell’onda contro-culturale del decennio che sta per concludersi.

L’Amnesia, luogo cult dell’House fino a fine anni Novanta

Mentre l’Oscar è assegnato a Titanic, di James Cameron, l’uragano pulp di Quentin Tarantino sconvolge il mondo del cinema. Le Jene, Jackie Brown e, soprattutto, Pulp Fiction, sono pellicole capaci di creare una nuova estetica regalando un’accezione postmoderna al termine pulp, in cui la messa in scena iperrealista della violenza e della sua parodia è la grammatica iconografica che farà dell’ex sceneggiatore del Tennessee uno dei registi più influenti della sua generazione.

 

Mentre in tv gli italiani assistono alla tredicesima e ultima edizione di Fantastico, l’olandese John De Mol sta perfezionando il format che rivoluzionerà il mondo della televisione: Big Brother, il “grande fratello” che, esportato in tutto il mondo, per anni si farà portavoce del circo dei reality show, cartina di tornasole del cattivo gusto e vanaglorioso trionfo della mediocrità, laboratorio ideale del trash eletto a “spirito dei tempi”, con tutte le implicazioni sociali, politiche e culturali che tale fenomeno comporterà nelle frastornate coscienze di milioni di individui.

Una delle scene più celebri della storia del cinema


Frammenti francesi

Oggi sponsor

Adidas e Nike si contendono lo scettro degli sponsor. Stravince il marchio tedesco, che porta la Francia sul tetto del mondo (dal 1954, è la quinta affermazione delle Nazionali che portano la maglia con il marchio a tre strisce) e Zinedine Zidane su quello di miglior giocatore del torneo. La Nike si deve accontentare del secondo posto del Brasile e del quarto dell’Olanda. Il terzo incomodo Lotto si consola con la sorpresa Croazia, vincitrice della finalina.

Il malore

Doveva essere il Mondiale di Ronaldo Luiz Nazario de Lima, più semplicemente “Il Fenomeno”. A ventidue anni è già al suo secondo Campionato del mondo, anche se nell’edizione statunitense il Ct Parreira lo ha tenuto in panchina senza fargli disputare nemmeno un minuto di gioco. Dopo due anni di apprendistato europeo al Psv Eindhoven (42 goal in 46 match), approda al Barcellona dove “fenomeneggia” segnando 34 reti in 37 partite nella stagione 1996/97.

 

Massimo Moratti lo rapisce e se lo porta a Milano per la gioia del tifo bauscia. In un’amichevole precampionato all’Olimpico mette in mostra tutta una serie di movenze da stropicciarsi gli occhi, e il malcapitato Aldair forse crede di essere l’eterno perdente in un videogioco troppo complicato, per lui. Nell’annata calcistica che precede il Mondiale francese Ronaldo stupisce il popolo neroazzurro e tutti gli appassionati di calcio con una serie di giocate da cineteca. Sembra di essere al cospetto di un’entità planata da chissà dove per dimostrare che è possibile non solo pensare, ma giocare a calcio a una velocità superiore.

Nella finale di Uefa Cup tra Inter e Lazio (3-0), Ronaldo fa (letteralmente) ciò che vuole

E tutti quelli che cercano di fermarlo? Todos caballeros, naturalmente, nient’altro che comparse impallinate nel film personale del pistolero più veloce del Far West calcistico. Quegli scatti con la palla incollata al piede, quei flip flap irridenti, quelle improvvise sterzate che mandano fuori giri i difensori, quei suoi tiri improvvisi, sono delizia per gli occhi degli sportivi. Sembrano quasi delle esibizioni, le sue, ma tremendamente efficaci.

 

Arriva alla manifestazione iridata con l’intenzione di trascinare la Selecao al suo quinto titolo ma non incide come tutti si aspettano, esprimendo il suo potenziale a tratti, soprattutto negli ottavi contro il Cile e in semifinale contro l’Olanda. Poi, prima della finalissima in cui tutti attendono la sua consacrazione davanti agli occhi del mondo, il giallo. A poche ore dalla sfida Ronaldo è vittima di un malore, e viene ricoverato in ospedale per una visita lampo. Dovrebbe essere escluso dalla formazione iniziale, ma il Ct Zagallo decide di mandarlo in campo lo stesso, forse anche contro il parere dei medici. Il Fenomeno non tocca quasi palla per novanta minuti e risulta un corpo estraneo al match. Il malore di Ronaldo rimarrà avvolto nel mistero, e l’intera vicenda diventerà un giallo irrisolto.

L’altro “giallo” del Mondiale di Francia… (Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Scioperi

“Non si può prendere in ostaggio un intero Paese con gli scioperi (…) L’immagine della Francia non è solo quella della compagnia aerea”. Parole e musica di Michel Platini, co-presidente del Comitato organizzatore del Mondiale, preoccupato che gli scioperi di Air France possano compromettere la riuscita della manifestazione.

 

L’aumento del prezzo del kerosene a seguito della guerra del Golfo Persico, la liberalizzazione dei cieli europei con l’operazione “Open Sky” e la conseguente nascita delle prime compagnie low cost, e i treni ad altra velocità, sono state altrettante cause che hanno acuito la crisi della compagnia di bandiera francese, alla ricerca di una fusione che le possa consentire di fronteggiare la concorrenza di Lufthansa e British Airways. Nonostante ritardi e cancellazioni di voli, tutte le 32 Nazionali riescono comunque ad atterrare in tempo sul suolo francese.

Tribuna “d’onore” (Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

Concerti

Quelli di Elio e le Storie Tese. Cori, battute al vetriolo, assoli di chitarra, scariche di batteria. Così Stefano Belisari, in arte Elio, e il suo gruppo commentano le partite dei Mondiali con quattro concerti. Prima e dopo ogni partita, il gruppo demenziale suona per mezz’ora. Durante le partite, invece, i sei commentano a modo loro le azioni proiettate su un grande schermo alle loro spalle. Sono previsti anche collegamenti dalla Francia, con l’inviato Rocco Tanica a caccia di scoop nel parterre degli stadi.

 

Formaggio di capra

Quello che l’antipatico Ct francese Jacquet promette ai suoi giocatori alla vigilia del quarto di finale con l’Italia in caso di sconfitta. Settantotto chili, pari al suo peso, di puro Valençay, uno dei migliori formaggi da fattoria transalpini. La traversa di Di Biagio evita cotanto spreco caseario.

Dolore Italia (Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

 

Sicurezza

Circa 25.000 uomini tra poliziotti, gendarmi, militari e vigili del fuoco, garantiscono ogni giorno la sicurezza della Coppa del mondo di calcio. Lo annuncia il Ministro degli Interni Jean-Pierre Chevenement, preoccupato dalle anonime e continue minacce di attentati. In un’affollata conferenza stampa, il ministro, riferendosi alle recenti retate di presunti integralisti musulmani in Francia e in altri quattro paesi tra cui l’Italia, afferma: “Non sarebbe prudente dire che la minaccia terrorista sia definitivamente scartata“.

 

Record

Quello del centrocampista brasiliano Cesar Sampaio, che, dopo appena quattro minuti, segna alla Scozia il goal più veloce delle partite inaugurative del Mondiale.

Il gol da record di Sampaio

Coraggio da leone

11 giugno 1998. Siamo al 77’ di Austria-Camerun, prima partita del Gruppo B, con la partita bloccata sullo 0-0. Un difensore della squadra africana si trova a ricevere palla nella sua metà campo. Potrebbe appoggiarla comodamente a un suo compagno di centrocampo, come di solito si fa in queste occasioni, oppure tentare il lancio per le punte.

 

No, lui si ricorda del soprannome con cui vengono chiamati i calciatori della Nazionale africana, “I leoni”, e si lancia in un’improvvisa fuga palla al piede verso la porta avversaria. È inarrestabile, attraversa il terreno di gioco come fosse una prateria, supera chiunque gli si ponga davanti, e termina la sua corsa con una tremenda sassata alle spalle dell’esterrefatto numero uno austriaco Konsel. Il nome del difensore è Njanka, e il suo sarà uno dei più bei goal della rassegna.

Il supergol di Njanka

Figli di un dio minore

Sono immigranti o figli di immigranti che venivano dall’Africa e dalle isole caraibiche; sono discendenti degli schiavi nati nel Suriname. Si battono per guadagnare quanto i loro compagni bianchi con i quali cantano la Marsigliese o l’Het Wilhelmus all’inizio delle partite di Francia e Olanda. Si chiamano Thierry Henry, Lilian Thuram, Marcel Desailly, Patrick Vieira, Patrick Kluivert, Clarence Seedorf, Aron Winter, Edgar Davids, e sono alla base dei successi delle loro Nazionali.

Vincolo, addio

È il primo Mondiale senza il vincolo, ovvero quella sorta di legame di servitù feudale che tiene vincolato un calciatore al club. Nel 1995 la Corte di giustizia dell’Unione europea di Lussemburgo si pronuncia a favore della domanda del calciatore belga Jean-Marie Bosman che, a contratto scaduto con il RFC Liegi, chiede di passare ai francesi del Dunkerque, permesso che la sua ex squadra non vuole accordargli in quanto ritiene insufficiente l’offerta economica presentata dal team francese. La successiva “legge Bosman” è l’inizio di un percorso di consapevolezza dei propri diritti da parte dei calciatori

Figli di un calcio superiore (Getty Images)

 

Tricolore

È il primo pallone dell’Adidas multicolor utilizzato in un Mondiale. I classici triangoli sono dipinti con il blu, il bianco e il rosso della bandiera francese da cui prende il nome.

Il cammino degli azzurri

Dopo il quinquennio di Arrigo Sacchi, dal dicembre 1996 la Nazionale è nelle mani di Cesare Maldini, ex allenatore dell’Under 21. La Federazione decide di interrompere temporaneamente l’esperienza con gli allenatori di club, tornando all’inner-circle dei Ct che gravitano dalle parti di Coverciano. Dopo essere stato ottimo difensore nel Milan di Nereo Rocco, con il quale vince la prima Coppa dei Campioni di un club italiano nel 1963, e dopo aver allenato negli anni Settanta lo stesso Milan, il Foggia, la Ternana e il Parma, dal 1980 Cesare Maldini entra nei ranghi federali laureandosi per tre volte Campione d’Europa con l’Under 21 (1992, 1994 e 1996).

Cesare e Paolo Maldini, Christian Vieri (Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Ha il privilegio di poter allenare il figlio Paolo, e decide di impostare la Nazionale non affidandosi a un blocco di calciatori provenienti dallo stesso club, ma in modo eterogeneo, privilegiando una tattica accorta, basata su una grande attenzione difensiva (dopo circa sette anni di assenza c’è il ritorno di Beppe Bergomi), e affidandosi alla potenza di quello che è il nostro migliore attaccante, Bobo Vieri, da poco ceduto dalla Juventus all’Atletico Madrid.

 

A ispirare l’ariete azzurro ritroviamo Roberto Baggio, autore di una grande stagione nelle fila del Bologna impreziosita da 22 reti, quasi scomparso dai radar della Nazionale dopo lo sfortunato Mondiale messicano, e sostituito nel ruolo dal parmense Gianfranco Zola, ora al Chelsea, e dal nuovo astro emergente del calcio italiano, Alessandro Del Piero, che però si presenta all’appuntamento francese in non perfette condizioni fisiche.

Cult (Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Il Campionato di Serie A è stato vinto dalla Juventus, al suo XXV° titolo, dopo un duello appassionante con gli storici rivali dell’Inter, risolto con la contestata vittoria casalinga nello scontro diretto del 26 aprile, durante il quale l’arbitro Ceccarini di Livorno non concede un rigore per fallo di Juliano su Ronaldo apparso evidente ai più.

 

Nelle coppe europee la Juventus guidata da Marcello Lippi è sconfitta nella finale di Amsterdam per 1-0 dal Real Madrid di Jupp Heynkes. Nella Coppa delle Coppe assistiamo al sorprendente exploit del Lanerossi Vicenza di Guidolin, che sfiora l’impresa di raggiungere la finale, sconfitto nel doppio confronto di semifinale dal Chelsea guidato in panchina da Gianluca Vialli. In Coppa UEFA, il 6 maggio, a Parigi, si disputa una finale a tinte tricolori, dominata dall’Inter di Gigi Simoni che si impone per 3-0 sulla Lazio di Eriksson.

Il principe Charles e suo figlio Harry durante Inghilterra-Colombia, vinta dagli inglesi Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

Si spegne il sogno dell’Italia di raggiungere le semifinali per la settima volta nella storia dei Mondiali (nel 1978 gli Azzurri disputarono la finale per il terzo posto dopo essere arrivati secondi dietro l’Olanda nel mini girone del gruppo A della seconda fase). E si spegne ancora a causa dei rigori, una specie di maledizione che ci perseguita per il terzo Mondiale consecutivo. Contro la Nazionale padrona di casa gli Azzurri scelgono di privilegiare una condotta di gara guardinga, forse troppo, scommettendo su un atteggiamento difensivo che penalizza l’utilizzo di Del Piero, schierato inizialmente in panchina.

 

Cesare Maldini decide di affidare la guardia del temutissimo Zidane al compagno di squadra nella Juventus Pessotto, una marcatura che ricorda da vicino quella di Beppe Baresi su Michel Platini nell’ottavo di finale giocato fra le due Nazionali al Mondiale messicano di dodici anni prima. Per il resto difesa bloccata sul trio composto dal veterano Bergomi, dal milanista Costacurta e dal parmense Cannavaro, centrocampo solido con gli incontristi Dino Baggio e Di Biagio e il geometrico Albertini, e fase offensiva affidata alle scorribande dell’interista Moriero e alle invenzioni di Del Piero a beneficio dell’ariete Vieri.

I francesi Laurent Blanc e Fabien Barthez (PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

Ne salta fuori una partita bloccata, noiosa, nella quale l’Italia si fa vedere rare volte nei pressi dell’area di rigore avversaria. I francesi non sfruttano questa sorta di timore reverenziale che serpeggia nelle fila degli Azzurri e si fanno trascinare ai supplementari dove, al 103’, Roberto Baggio si trova addirittura sui piedi la palla dell’insperato vantaggio, che spreca calciando a lato. Poi la lotteria dei rigori ci punisce. Salutiamo il Mondiale dopo averlo affrontato in modo anonimo, con poco coraggio, riscoprendo la grammatica del “primo non prenderle” e accontentandoci di osservare orizzonti meno vasti rispetto a quelli del periodo sacchiano.

La storia è scritta anche nel gruppo G (Ben Radford/Getty Images)

La Partita

Martedì 30 giugno, allo stadio “Geoffroy Guichard” di Saint-Étienne, va in scena la rivincita del match del 22 giugno 1986 di Città del Messico, quello del famoso “colpo di mano” con cui Maradona beffò Shilton portando in vantaggio l’Albiceleste. Dal punto di vista agonistico ed emotivo è uno dei match più intensi della rassegna francese. Si fronteggiano due Nazionali divise da una storica rivalità calcistica, nata dopo il controverso quarto di finale del Mondiale inglese disputato il 23 luglio 1966, a Wembley, davanti a novantamila spettatori.

Il grandissimo gol di Michael Owen

In quell’occasione, i sudditi di Sua Maestà bollarono gli argentini con l’epiteto animals, dopo l’invereconda gazzarra scatenata dai calciatori sudamericani al fischio finale dell’arbitro Kreitlein, colpevole di aver espulso il capitano Rattin per una banale protesta al 35’ minuto, e di non aver visto il fuorigioco di Hurst in occasione della marcatura decisiva dell’attaccante inglese a dieci minuti dal termine. La Fifa ebbe la mano pesante squalificando Rattin, Onega e Ferreiro, e accarezzò l’idea di escludere l’Argentina dalle qualificazioni per i successivi Mondiali messicani.

Ortega, amor perduto (Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

La partita si mette bene per l’Albiceleste che sblocca il risultato al 6’ con Batistuta, su rigore concesso dall’arbitro danese Milton Nielsen per fallo del portiere Seaman su Simeone. L’Inghilterra non demorde e in dieci minuti ribalta il risultato. Protagonista è un diciottenne del Liverpool, esordiente in Nazionale: Michael Owen. Owen prima si procura il rigore che permette a Shearer di pareggiare, poi si inventa quello che sarà considerato il goal più spettacolare del Mondiale: nel cerchio di centrocampo, dopo uno stop di tacco a seguire, Owen si invola verso la porta avversaria a velocità supersonica vanamente inseguito da Chamot, si libera con irrisoria facilità di Ayala e, di destro a incrociare, fa secco Roa.

 

In quello che doveva essere il Mondiale di Ronaldo, un nuovo astro appare nel firmamento calcistico internazionale. La stella di Michael Owen sarà destinata a splendere a intermittenza, non mantenendo del tutto le aspettative, anche se si aggiudicherà un Pallone d’Oro nel 2001, e marcherà 40 reti su 89 presenze con la maglia dell’Inghilterra.

L’Albiceleste (Mark Thompson/Allsport)

All’inizio del secondo tempo l’Argentina trova il pareggio con Zanetti, mentre un minuto dopo l’arbitro, con una decisione forse eccessiva, espelle Beckham, per un fallo di reazione su Simeone. Nonostante l’inferiorità numerica il match si mantiene equilibrato e vibrante e l’Inghilterra riesce anche a trovare il gol del vantaggio con il formidabile centrale difensivo Campbell, ma anche in quest’occasione l’arbitro si erge a protagonista annullando la rete per un fallo molto dubbio di Shearer su Roa.

 

Si va ai supplementari, durante i quali l’ineffabile arbitro danese non vede un clamoroso mani di Chamot in area. Decide la lotteria dei rigori. Dopo gli errori di Ince e Crespo, il numero uno argentino Carlos Roa diventa protagonista neutralizzando l’ultimo penalty della serie calciato da David Beatty. Come in Messico dodici anni prima, ancora una volta gli inglesi pagano dazio contro gli argentini.

Dario Suker e l’orgoglio della (Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

I Campioni

La Francia si laurea per la prima volta Campione del mondo. È il coronamento di una lunga rincorsa, iniziata da quel goal segnato da Lucien Laurent nel Campionato del 1930 disputato in Uruguay, prima rete in assoluto nella storia dei Mondiali. Il movimento calcistico transalpino si fregia del massimo titolo intercontinentale dopo aver visto i Blues arrivare quarti nell’edizione spagnola del 1982, terzi in quella messicana del 1986, e dopo aver vinto il titolo di Campione d’Europa nel 1984, massimo traguardo per la generazione di campioni capeggiata da “Le roi” Michel Platini.

Le Monde est à nous (Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

Fallita clamorosamente la qualificazione ai Mondiali italiani del 1990, e poi a quelli statunitensi quattro anni dopo, una nuova generazione di talenti riesce a far recitare alla Nazionale transalpina la parte del protagonista sulla scena calcistica mondiale.

 

Cresciuti per lo più nei famosi Centres de Formation sparsi sul territorio transalpino (il più famoso dei quali è Clairefontain, situato nella regione dell’Ile-de-France, e gestito direttamente dalla Federcalcio francese), settori giovanili con annesse scuole direttamente legate ai club di Ligue 1 e Ligue 2, grazie ai quali il binomio sport-istruzione trova una sintesi virtuosa, i Blues vincono il “loro” Mondiale dall’alto di un indiscutibile dominio tecnico e fisico, accentuato dalla presenza di atleti di origine magrebina oppure provenienti dalle ex colonie sub-sahariane e della costa guineana dell’Africa, diventati cittadini francesi grazie all’istituto giuridico dello ius soli.

Christophe Dugarry, Youri Djorkaeff e Thierry Henry (Laurence Griffiths/Getty Images)

Se a livello di competizioni europee per club i primi timidi tentativi del Saint-Étienne negli anni Settanta hanno trovato un degno coronamento nella vittoria del Marsiglia in Champions League nel 1993, e in quella del Paris Saint-Germain in coppa UEFA nel 1996, la grandeur francese ottiene la sua consacrazione intercontinentale a livello di Nazionale grazie a un gruppo di calciatori a cui non manca l’esperienza internazionale, vista la militanza di alcuni di loro in rinomati club europei.

 

Guidati in panchina dal Commissario Tecnico Aimé Jaquet, ex modesto calciatore di Saint-Étienne e Olympique Lione spesso osteggiato dalla stampa transalpina, i blues annoverano fra i pali Fabien Barthez, del Monaco. Gli esterni di difesa sono Lilian Thuram, del Parma, e Bixente Lizarazu, del Bayern Monaco. Grande atleta il primo, in possesso di un’ottima velocità di base abbinata a buone doti tecniche che, da due anni, lo stanno caratterizzando come una colonna della squadra emiliana e come uno dei migliori interpreti del ruolo nella serie A, molto tecnico il secondo, un mancino naturale colonna del Bayern di Monaco, squadra con la quale ha appena vinto la Coppa di Germania.

Tutta la disperazione dei Verdeoro (Ross Kinnaird /Allsport)

La coppia centrale di difesa è composta da Laurent Blanc, del Marsiglia e da Marcel Desailly, del Milan. Dopo essere stato compagno di squadra di Ronaldo al Barcellona, Blanc è ritornato nella League 1 e, dall’alto della sua esperienza, guida la difesa dei Blues con autorità e carisma ben protetto dal compagno di reparto, una specie di roccia invalicabile da cinque anni colonna del Milan.

 

Nato da genitori ghanesi, Desailly è un concentrato di energia capace al tempo stesso di inibire le incursioni avversarie e di fungere da straordinario propellente per gli attacchi delle squadre in cui milita. Avere questo guerriero come compagno di squadra deve fare tutta la differenza del mondo, se è vero che all’originaria aggressività, Marcel ha via via aggiunto buone doti tecniche, capacità di lettura delle situazioni di gioco e, soprattutto, una invidiabile consapevolezza nelle proprie capacità.

L’incredibile doppietta di Thuram contro la Croazia in semifinale

 

A centrocampo agiscono Christian Karembeu, del Real Madrid, Emmanuel Petit dell’Arsenal, il capitano Didier Deschamps, della Juventus e Zinedine Zidane, anch’egli della Juventus. Forse meno tecnico e spumeggiante del famoso quartetto del ’82 composto da Platini, Giresse, Tigana e Fernandez, quello presentato da Jaquet è comunque un reparto molto ben assortito, dove la dinamicità di Karembeu, probabilmente più famoso per il suo matrimonio con la splendida modella slovacca Adriana Sklenaríkova che per le sue comunque buone doti di centrocampista eclettico, e la solidità di Petit, supportano le due incontrastate star: Deschamps e Zidane.

Il capitano dei Blues, da quattro anni anima e pedina insostituibile della Juventus di Lippi, è un calciatore di quantità animato dall’animus pugnandi tipico dell’autentico trascinatore. Nel club torinese è l’erede dei Furino, dei Benetti e dei Tardelli, scudiero ideale della stella per antonomasia del team, in questo caso Zidane. Carattere e personalità da leader, sul terreno di gioco è la longa manus dell’allenatore, ruolo che gli si attaglierà in maniera naturale a fine carriera.

Lo stacco che vale un Mondiale (Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Zinedine Zidane, ventisei anni, figlio di algerini, attende la finale per mettere in vetrina tutte le sue doti e riuscire lì dove non era arrivato Michel Platini, sostituendosi all’illustre predecessore nell’immaginario dei tifosi francesi. Meno spumeggiante di “le roi Michel”, di cui non possiede il genio, Zidane è un centrocampista completo, dotato di tecnica e forza fisica, in grado di suggerire l’ultimo passaggio ma anche di concludere l’azione in prima persona.

 

La caratteristica che più lo contraddistingue e il grande controllo di palla abbinato a una fenomenale protezione della stessa, grazie a una coordinazione unica e a una rara capacità di accelerare e frenare l’azione, con rapidi spostamenti della sfera da un piede all’altro, sia con l’esterno che con l’interno dello stesso, che disorientano gli avversari. A volte si fa tradire dai nervi, come è capitato nel match contro l’Arabia Saudita, quando un suo brutto fallo di reazione sull’arabo Amin gli costa l’espulsione e due giornate di squalifica, ed è questo forse l’unico vero limite di un campione per molti versi inimitabile. Viene eletto miglio calciatore dei Mondiali e, a fine anno, sarà premiato con il Pallone d’oro e il Fifa World Player.

Il Pallone d’Oro Zizou Zidane

In attacco troviamo l’interista Youri Djorkaeff e Stephane Guivarc’h, dell’Auxerre. Il primo è reduce da due buone stagioni nelle fila dei neroazzurri milanesi, impreziosite da alcuni goal spettacolari, come quello realizzato alla Roma il 5 gennaio 1997, con una semirovesciata acrobatica da posizione impossibile. L’attaccante di origini armene è un giocatore di manovra in possesso di una grande tecnica di base che può diventare letale per gli avversari negli ultimi venti metri di gioco.

 

Soprannominato “The snake”, il serpente, per la particolare traiettoria che riesce a imprimere al pallone, con un effetto sinusoidale simile alle spire di un cobra, Djorkaeff è il partner tecnico ideale di Zidane, nonché ottimo ispiratore per l’unica punta autentica della Nazionale transalpina, Guivarc’h, un discreto attaccante reduce da due buone stagioni nelle fila del Rennes e dell’Auxerre. Oltre all’undici titolare giocano qualche spezzone di partita il difensore Frank Lebœuf, del Chelsea, il centrocampista Robert Pires, del Metz, il centrocampista Alain Boghossian, della Sampdoria, il centrocampista Patrick Vieira, dell’Arsenal e due giovani gioielli del Monaco di cui sentiremo parlare a lungo: David Trezeguet e Thierry Henry.

Jeunesse dorée. Henry e Trezeguet con il Monaco (cronologiafutbolistica)

Istantanee

Ronaldo, che, claudicante, scende a fatica le scalette dell’aereo che lo ha riportato in Brasile insieme ai compagni della Selecao, è un’immagine che non si dimentica. Ma che significato si può attribuire a quell’istantanea? La debolezza del campione che evoca un po’ quella dell’eroe? Chissà… E poi: luci e ombre, grandezza e debolezza. Già… perché poi soltanto partendo dalle nostre fragilità possiamo evocare la potenza e l’aiuto della nostra forza; e solo chi è capace di cadere può sondare i limiti della propria umanità.

 

Forse è questa la vera sfida. Allora accogliamo con sguardo amorevole il campione in difficoltà. Ricordando che la luce senza l’oscurità è insopportabilmente noiosa, e che la bellezza della penombra è così autentica. Ciao, “Fenomeno”.

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Copertina a cura di Breccia Vignettista