Ritratti
24 Gennaio 2023

Franco Baresi: uomo, capitano, icona

Il Milan fatto volto ed esistenza.

“Sì, il primo lo tiro io”. Non un attimo di esitazione per il capitano azzurro, nel comunicare ad Arrigo Sacchi l’assunzione di responsabilità nell’atto finale del Mondiale. Un epilogo inedito fino al 1994,  quello di assegnare la Coppa tramite tiri dal dischetto, che vedrà il Brasile laurearsi tetracampeão e che accomunerà in una beffa atroce Franco Baresi e Roberto Baggio, rispettivamente il primo e l’ultimo di quella maledetta sequenza. Allora, sfiancato dal sole cocente del Rose Bowl di Pasadena e dall’aver dato tutto, annullando Romario a soli 23 giorni dall’operazione al menisco, Franco scoppia in un pianto disperato in mondovisione.

Una deroga all’immagine sovrumana di Baresi, a quel volto “inossidabile ai sentimenti” (cit. Licia Granello, su Repubblica qualche mese prima) che l’ha accompagnato un’intera carriera.

E pensare che quell’appuntamento col destino, per il numero 6, sembrava ormai sfumato. Infatti, solo le richieste di soccorso di una squadra orfana di Baresi, un paio d’anni prima, lo facevano tornare a vestire la maglia azzurra. Un proposito, quello di ritirarsi dalla Nazionale, dovuto ai dubbi riguardo alla propria tenuta fisica, perché pure Franco, all’apparenza immortale, era soggetto allo scorrere di un tempo che iniziava a presentare il conto al suo corpo di umano.



Oltre all’età, quel fisico veniva anche messo alla prova dall’impegno totalizzante di leader di un Milan, quello degli Invincibili, pronto a dominare nuovamente sull’intero continente anche nell’era di Fabio Capello. Infine, a far saltare i programmi, ecco quella “fitta tremenda” al ginocchio durante la partita contro la Norvegia, in un Mondiale già iniziato sotto cattivi auspici con la sconfitta ad opera dell’Irlanda.

“Il ginocchio mi fa male, ma il dolore fisico è niente rispetto a un sogno spezzato. Non riesco a evitare di pensare che in fondo questo infortunio me lo sarei dovuto aspettare. Ero troppo stanco, da troppo tempo. C’è un limite oltre cui si cede, le cose come le persone. E lo apprendo nel momento peggiore possibile. Durante il mio ultimo Mondiale. L’unico da capitano”. [i]

Il sogno, il dolore e lo spazio. Componenti che alimentano in maniera imprescindibile la vicenda umana e calcistica di Franco Baresi, che ha origine nella campagna di Travagliato, a pochi chilometri da Brescia. Un’infanzia agricola, quella di Franco (all’anagrafe Franchino), trascorsa nelle distese della Bassa Bresciana, dove, dopo essersi lasciata alle spalle i colli, la Pianura Padana si sdraia fino agli Appennini.

Qui, la passione per il calcio dei fratelli Baresi si adatta al ritmo della vita in cascina e al passare delle stagioni, con l’asfalto dell’aia quale terreno principale di gioco, da alternare all’erba appena tagliata dei campi a primavera, su cui correre scalzi dietro a un pallone. Che sia una sfera improvvisata di stracci o un pallone di cuoio marrone, da conservare ingrassandolo con la cotenna di maiale, ciò che conta è il gioco “senza costrizioni, senza preoccupazioni, senza timori”, come suggerito da un’autobiografia intitolata, appunto, Libero di sognare.

Lo spirito di sacrificio e la solidarietà sono elementi richiesti dalla quotidianità contadina, per poi essere traslati su un vero campo di calcio, con la militanza nell’USO Travagliato. Una realtà quella pensata dal giovane don Piero Gabella che, oltre a essere un luogo di aggregazione giovanile, costituisce un’autentica palestra di sport e di vita. Infatti, con regole quali una ferrea disciplina e il divieto ai genitori di assistere agli allenamenti, i ragazzi crescono responsabilizzati e senza il peso di dover dimostrare qualcosa, facendo così dell’Unione Sportiva Oratorio Travagliato un covo di talenti unico in un contesto provinciale.

Vedi Giovanni Lorini e Fabio Pancheri che riusciranno a esordire in Serie A con le maglie di Milan e Inter. Proprio come Beppe Baresi, destinato ai nerazzurri e a precedere di un paio d’anni il fratello nel viaggio verso la grande metropoli, dopo una formazione comune nell’USO, l’uno da mediano e l’altro da difensore. Un vestito, quello di libero, calzante a pennello sin da subito addosso a Franchino, in grado di dominare lo spazio avendo

“una visione totale del gioco”.

Nonostante i dubbi riguardo a un fisico gracile, a Milanello si convinceranno delle doti del Piscinin vedendolo brillare proprio grazie ai compagni di Travagliato, invitati per una partita contro i pari età rossoneri valida come ultima chance per Franco, dopo il provino deludente di Linate. Un primo sogno realizzato, l’ingresso nel vivaio milanista, all’interno però di una stagione traumatica dell’esistenza, in cui dover fare i conti con la scomparsa di entrambi i genitori nel giro di pochi anni. Per un Baresi adolescente ecco allora che l’unico modo di gestire un’assenza troppo ingombrante è quello di trasferire tutta la sofferenza sul campo, per onorare la memoria e le fatiche fatte dai genitori nell’epoca ormai irraggiungibile di un’infanzia povera ma felice.

“[…] se mi guardo indietro sento d’aver costruito la mia carriera anche sul dolore e la rabbia”. [ii]

Dolore, rabbia e nostalgia che avrebbero potuto fare di Franco un precoce sradicato e che invece vengono sublimati con l’adattamento all’habitat di Milanello, al profumo dell’erba tagliata che riporta ai campi di Travagliato e a quella “gioia assoluta” provata solo sul rettangolo verde. Il Diavolo diventa così una seconda famiglia e il rossonero aderisce in maniera indelebile alla pelle, nella buona e nella cattiva sorte. Una promessa di fedeltà che poggia le basi su un battesimo in prima squadra in cui si ha a che fare con il gotha della storia casciavìt, ovvero pranzando al tavolo di capitan Gianni Rivera e giocando agli ordini di mister Nils Liedholm, il tutto sotto l’ala protettrice di un direttore tecnico come il Paròn Nereo Rocco.



Se il primo anno da titolare cade sotto una buona stella, quella del decimo scudetto nel 1979, con Baresi già protagonista e rinominato Franz dai compagni (in un paragone tutt’altro che azzardato col Kaiser bavarese), le stagioni successive valgono come dura prova per il Milan e la tempra di Franco. Un periodo buio segnato da due retrocessioni del Diavolo e dalla malattia, un’infezione del sangue, che nel 1981 colpisce un ventunenne Baresi, costringendolo in breve su un letto d’ospedale senza più riuscire a camminare.

La graduale guarigione, allora, restituisce un Franco ulteriormente temprato dal dolore, stavolta fisico dopo quello dell’anima, e quindi è naturale per la società proporgli di diventare il capitano di una nave in tempesta. Così com’è altrettanto naturale per il numero 6, appena convocato per il Mundial di Spagna, accettare di assurgere a leader di una rinascita rossonera ripartendo dal fango del torneo cadetto.

“Il Milan mi aveva accolto come un figlio quando ero in grande difficoltà, mi aveva cresciuto e mi aveva curato quando mi ero ammalato. Era la mia famiglia. Non potevo voltare loro le spalle nel momento del bisogno”. [iii]

Una fedeltà che verrà ripagata sul finire di quel decennio, con il 5-0 al Real Madrid quale compimento di una scalata ai vertici del Milan berlusconiano. Oltre a ciò la semifinale di Coppa dei Campioni 1989 rappresenta per Baresi l’elezione allo stato di libero liberato (cit. del diretto interessato), cioè il culmine di quel processo completato da Arrigo Sacchi, ma iniziato nell’apprendistato con Liedholm. Infatti, negli anni di purgatorio dei casciavìt, il giovane Franco doveva fare di necessità virtù, sentendosi “in gabbia” nel ruolo di libero tradizionale previsto dal sistema della marcatura a uomo.

baresi maradona milan napoli
Nel 1988, prima di un Napoli-Milan dominato dagli azzurri (4-1, foto Wikipedia)

Allora il ritorno del Barone nel capoluogo meneghino, nel 1984, era l’occasione per calarsi nella difesa a zona, mostrata dall’allenatore svedese negli anni di Roma e tanto apprezzata da Baresi. Non più ultimo uomo arretrato rispetto alla linea difensiva, quindi, ma centrale affiancato agli altri difensori con licenza di offendere.

“Ha sempre guidato la squadra in silenzio, anche quando era giovanissimo e tra i compagni vi erano personaggi importanti. Ma a lui bastavano poche parole, per capire e farsi capire. […]

La differenza l’ha fatta grazie alla sua capacità di resistere al dolore, prerogativa dei grandi. Poi la velocità, straordinaria negli anni della gioventù, a cui ha poi aggiunto la capacità di intuire cosa stava per accadere. Per questo pareva che la palla andasse sempre dove c’era lui”.

Nils Liedholm, la Repubblica, 24 giugno 1997

D’altronde per esaltarsi pure con la marcatura a uomo, il repertorio di Franco già prevedeva quelle doti comportamentali, tecniche e atletiche idonee a sopperire una carenza di centimetri rispetto ad altri difensori. In particolare, si nota un’aggressività sul campo (così lontana dalla sua timidezza fuori) anche figlia di quella sofferenza e quella rabbia portati dentro di sé e vestiti con discrezione da Baresi.

Una foga espressa nell’anticipare i movimenti degli avversari e nelle accelerazioni con o senza palla, a seconda che si tratti di tappare un buco in scivolata oppure di prendere in mano la situazione trascinando i suoi all’arrembaggio. In breve, “uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato”, come scriverà Gianni Brera a canonizzazione di Franco ormai avvenuta, rispondendo a un lettore di Repubblica che gli chiede lumi su chi sia il più grande libero della storia del calcio.



Sono appunto gli anni dell’ascesa dell’immagine di Baresi a icona, completata da quella “cura del dettaglio maniacale” prevista dal Sacchi pensiero. Una visione, quella del mister di Fusignano, materializzatasi, dopo lo scetticismo iniziale, grazie alla totale devozione alla causa trasmessa dal capitano al resto del gruppo. Ecco allora tutti quegli automatismi, necessari a realizzare una macchina perfetta, venire appresi con allenamenti sfiancanti, in particolare per il reparto arretrato.

Come per esempio far giocare i difensori da soli in 4 contro 8, dove tra questi ultimi ci sono Gullit, Van Basten e Rijkaard. Tanto si muove all’unisono l’orchestra sognata da Arrigo, e diretta da Franco, che il leggendario quartetto – Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini – riesce spesso a concludere quelle partitelle senza subire reti, come ricorderà Billy Costacurta in un’intervista a La Stampa in occasione del sessantesimo compleanno di Franco, sottolineandone il fondamentale ruolo di guida ispiratrice.

“Il più grande leader con cui abbia giocato. Quando Paolo Maldini è diventato capitano, per me non è mai stato un leader, ma un fratello con cui condividevo gli insegnamenti di Franco. Credo che Paolo sia d’accordo. Sto guardando in tv The last dance: ecco, i compagni dicono di Michael Jordan quello che una volta si diceva di Baresi”.

Alessandro Costacurta

Leader della formazione artefice di una rivoluzione all’insegna di pressing alto, squadra corta e fuorigioco sistematico, incarnato dal braccio alzato che entra nell’iconografia di Franco talmente è ripetuto, infastidendo talvolta giocatori e allenatori avversari. Allora, in uno stanziamento biennale sul tetto d’Europa e del Mondo, poco importa che il Pallone d’Oro per Franco Baresi sia solo accarezzato (secondo dietro Van Basten) quando, proprio in quel 1989, si può vedere Maradona tornarsene negli spogliatoi del San Paolo con addosso la maglia del 6 rossonero, ovvero “il massimo come difensore”.



Insomma, il riconoscimento più prestigioso, a cui si aggiungerà quello del cineasta Werner Herzog, ammaliato dal Baresi padrone dello spazio, oltre che dalla “sua integrità come uomo e come calciatore”, innescando tra i due una sincera stima reciproca culminata in un amichevole incontro.

“Non c’è stato mai nessun altro giocatore che ha capito così bene fisicamente lo spazio. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e gli spazi come l’Amazzonia proprio come Baresi ha capito il gioco”.

Werner Herzog

Oltre allo spazio, anche il tempo pare dominato, come bloccato da un’immagine del capitano ormai fissa nella memoria collettiva. Basta osservare il Baresi ventiduenne, precocemente invecchiato e appena insignito della fascia, per ritrovarlo anche da ultratrentenne con la stessa posa, stessa espressione, con l’immancabile “vizio” della maglia portata fuori dai pantaloncini, in un’epoca in cui i calciatori sono tenuti a infilarla dentro. Tuttavia, lo scorrere delle stagioni bussa pure alla porta di Franco, anche se in casa rossonera, con lo stile pragmatico di Capello, la difesa è addirittura rafforzata, prolungando così il tempo di un capitano che – insieme ai fedelissimi Tassotti, Maldini e Costacurta – guida il Diavolo al record di imbattibilità di 58 partite in campionato tra il ’91 e il ’93. Uno strapotere interno tracimato un’altra volta fuori dai confini, con la Champions League 1994.

baresi brasile italia

A questo punto, nell’iconografia di Baresi manca solo la Coppa del Mondo alzata da capitano, vista la sua presenza marginale a Spagna ’82 (campione senza mai scendere in campo). Un’ultima occasione segnata da un evento dovuto anche a una stanchezza mentale, “la peggiore di tutte”, avvolgente Franco sin dal raduno in vista dello sbarco in America, con il clima umido del New Jersey a fare il resto dal punto di vista fisico.

Qui, lo stop forzato e doloroso da sopportare, però, trascina Baresi verso il recupero di un’energia spirituale per compensare la fragilità del corpo, atteso da quei 120 minuti immersi nel calvario di un mezzogiorno estivo californiano, dove realizzare l’ostensione di tutto il repertorio di una carriera. D’altronde il crac con la Norvegia, i giorni di degenza e la presenza in campo quasi obbligata nella finale (visto il forfait per squalifica di Costacurta) non rappresentano forse un riassunto della vita, calcistica e non, di Franco?

“La forza che mi ha permesso di compiere la miglior prestazione in carriera in condizioni fisiche precarie ha radici potenti: nella solidarietà della mia infanzia, nell’aver perso i genitori troppo presto, nella riconoscenza  per tutte le persone che mi sono state vicino, nel senso di responsabilità per essere il capitano”. [iv]

“Sì, il primo lo tiro io”. Leader nella buona e nella cattiva sorte, senza più nulla da dover dimostrare, Baresi compie un gesto quasi iconoclasta verso la propria immagine sacra, da sempre refrattaria all’esternare emozioni. Una figura che comunque non sarebbe esistita senza la vicenda esistenziale dell’uomo che ora si sfoga versando lacrime di disperazione, o meglio di redenzione, nella diretta televisiva di un evento planetario.

Un’altra eccezione alla regola si avrà solo in occasione della partita-evento organizzata dal Milan, 6 per sempre, anticipata appunto dal ritiro della maglia, un inedito nel calcio italiano fortemente voluto da Silvio Berlusconi, per siglare un patto eterno tra Baresi e il Diavolo. Stavolta, al pianto di Franco, sfociato nel salutare il suo popolo con una corsa intorno al campo, si aggiunge anche la commozione del presidentissimo. D’altronde, difficile resistere all’addio al gioco del Capitano che aveva concretizzato speranze e ambizioni di una platea umana che andava dagli ultimi disgraziati all’uomo più ricco d’Italia. Alla fine quel momento era giunto davvero. Anche Franco Baresi era soggetto allo scorrere inesorabile del tempo e, ad aprire squarci d’immensità su un rettangolo verde, non sarebbe più tornato.


[i] F. Baresi, Libero di sognare, Feltrinelli (2021), p. 103.

[ii] Ivi, p. 46.

[iii] Ivi, p. 73.

[iv] Ivi, p. 116.

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