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Tennis
2 Febbraio

Fred Perry non è solo un marchio

Diego Mariottini

52 articoli
Il più grande tennista britannico, allergico all'etichetta.

Per molti Fred Perry è soltanto una maglietta sportiva con un logo d’alloro mentre pochi, in realtà, ricordano le gesta tennistiche del campione inglese. Perry tuttavia è stato il tennista britannico ad aver vinto più tornei, dominando la scena dal 1934 al 1936 e rimanendo consecutivamente #1 del mondo nella classifica per tutto il periodo citato: eppure la triplice impresa non racconta tutto di lui. Nella carriera, il campione inglese ha infatti vinto i quattro tornei del Grande Slam nel singolare maschile, nel doppio maschile e nel doppio misto.

Si è aggiudicato anche gli US Open e ha contribuito a far vincere alla Gran Bretagna l’International Lawn Tennis Challenge (che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale si trasforma nella Coppa Davis), dal 1933 al 1936. Ma la sua è stata una mano adatta a ogni tipo di racchetta e una testa che ha saputo vedere il nuovo in ogni sua espressione. Contro ogni forma di pregiudizio.

Fred Perry nasce a Stockport, pochi chilometri a sud di Manchester, nel 1909. Scopre fin da piccolissimo di avere talento e cerca di assecondare in ogni modo le naturali capacità fisiche. Prima di diventare un asso del tennis, 20 anni appena compiuti, Fred Perry si laurea campione mondiale di tennistavolo. Per arrivare a quel risultato molla anche il calcio, ed è un peccato, perché l’Aston Villa di Birmingham aveva messo gli occhi su di lui. È proprio grazie al tennistavolo che il futuro trionfatore a Wimbledon sviluppa i colpi migliori, primo fra tutti il dritto “di polso”.



Una strana storia, quella del tennistavolo. Nel 1927, quasi per sfida, si presenta a un torneo. Ha talento nei giochi che richiedono coordinazione occhio-braccio e che implicano velocità fra pensiero e azione, ma c’è un piccolo problema. Fred Perry non conosce le regole. Gli basta però vedere come giocano gli altri, per imitarli e annullare in fretta il gap iniziale.

Il risultato ha dell’incredibile: arriva in finale e attira la curiosità di Ivor Montagu, capitano della selezione inglese in vista dei campionati mondiali che si svolgeranno nel 1928 in Svezia. A Stoccolma arriva terzo ma l’anno dopo è lui il nuovo campione del mondo. Una carriera dunque da dedicare al tennistavolo? Assolutamente no: Fred Perry si è messo in testa di vincere Wimbledon, ama il tennis anche se, inizialmente, il tennis non sembra amare lui. Il primo a conoscere la decisione di un figlio talentuoso ma inquieto è Perry Senior, che non è d’accordo ma si adegua.

Anche se in Italia la sua è ancora una figura conosciuta e apprezzata soprattutto dagli appassionati della moda sportiva, per gli inglesi Fred Perry è l’icona più autentica del torneo di Wimbledon. Anni fa, appena fuori dall’ingresso al campo centrale è stata eretta una statua ad altezza naturale che lo raffigura in azione. Da allora tradizione vuole che chi non si fa riprendere o non si fa un selfie al cospetto di quel monumento è come se, a Wimbledon, non ci fosse mai stato. L’immagine intende celebrare la prima vittoria di Perry sull’erba londinese nel 1934.

Ma se oggi la critica è d’accordo nel considerare il ragazzo di Stockton un campione assoluto, forse il più grande di tutti, 86 anni fa quella vittoria non fu gradita.

Il motivo è spiacevole, specie se analizzato con il senno di poi. L’affermazione in finale contro l’australiano Jack Crawford viene commentata con una “strana mancanza di eccitazione” tra gli spettatori, ricorda la BBC. Finito il match e rientrato negli spogliatoi, Perry dovrebbe essere felice e non lo è affatto.

In fondo è un inglese che ha vinto in casa sua ma si sente quasi uno straniero. Anzi, uno straniero sarebbe trattato con maggiore rispetto ed è proprio questo che lo rende furioso. Uno degli organizzatori si lascia sfuggire di bocca che “non ha vinto il migliore”. Una rivista americana dell’epoca scrive: «Perry non è un campione popolare in patria». Ma perché?

A working class hero (is something to be), direbbe John Lennon.

Nei confronti del vincitore c’è dunque una generale diffidenza, difficile da comprendere, almeno per chi si è avvicinato al tennis nei decenni successivi. Ma un motivo c’è. Negli anni 30 in Gran Bretagna il tennis è ancora uno sport di élite e Perry proviene dalle classi popolari – i genitori appartengono alla working class dell’Inghilterra del nord. Da ragazzo inizia a praticare il tennis soltanto quando suo padre si è creato uno spazio in politica, nei movimenti della sinistra londinese. Se non avesse una “sponda” di quel genere, nessuno lo accetterebbe in un circolo.


Nel migliore dei casi, rimane comunque un sopportato, uno “che non dovrebbe stare lì”. Il tennis sta cominciando a diventare uno sport aperto non soltanto all’aristocrazia, ma in certi ambienti l’origine costituisce una discriminante che pesa. Nobili e borghesi sono quel che sono, lui ci mette un carattere reattivo e poco incline a glissare sugli atteggiamenti ostili nei suoi confronti. Insomma, c’è poca chimica fra le parti. Sta di fatto che il campione viene visto con circospezione anche dai compagni di squadra nella Nazionale che partecipa all’International Lawn Tennis Challenge.

In effetti, nei circoli di tennis il ragazzo appare in aperta opposizione allo stile da gentleman richiesto ai tennisti di allora. Perry, una sorta di John Mc Enroe innanzi tempo, non esita a criticare e a volte perfino offendere avversari e giudici di sedia quando perde le staffe. Non teme inoltre di entrare in conflitto con le autorità sportive della Lawn Tennis Association (LTA), l’Associazione britannica dei professionisti. Insomma, quando si sente attaccato viene fuori il lato meno piacevole.

Ma al di là di un carattere non sempre nei ranghi, è un tennista diverso perché pensa diverso. Quando è in campo l’obiettivo è quello di essere sempre il gestore del match, in anni in cui anche i migliori si limitano a rimandare palla dall’altra parte. Il gioco viene concepito sempre “d’anticipo”, in modo da costringere gli avversari a mostrare un lato debole del quale approfittare. Una concezione talmente rivoluzionaria da indicare l’inglese come l’antesignano del campione moderno.

Il 3 luglio del 1936 il proletario Fred Perry batte l’avversario tedesco, il barone Von Cramm, con un umiliante 6-1 6-1 6-0 e si aggiudica per la terza volta il torneo di Wimbledon.

Quel giorno la classe operaia va in paradiso in diretta radiofonica, ma la frattura tra il campione e la Federazione inglese è ormai insanabile. Per lui quella che comanda è gente antiquata, spocchiosa e poco professionale. Per loro lui è un personaggio impresentabile. Secondo Fred Perry il tennis sta andando in una direzione che loro si ostinano a non comprendere. La decisione è drastica: preferisce aderire a un piccolo circolo negli Stati Uniti.

Dal suo punto di vista, gli americani hanno un approccio allo sport pragmatico e non classista. La ritorsione non si lascia attendere. La LTA lo esclude sia dal torneo di Wimbledon sia dalla Nazionale di Coppa Davis, gli ritira il riconoscimento onorario di membro dell’All England Club e lo priva della possibilità di partecipare ai tornei organizzati in Gran Bretagna. Il diretto interessato ne prende atto e procede per la sua strada. Loro continuano a pensarla come la pensano, e lui continua a vincere in barba all’etichetta.

Terminata la carriera agonistica, Fred Perry accetta una nuova sfida con se stesso. Aveva ragione mister Sam, suo figlio è un uomo inquieto. Inquieto sì, ma consapevole dei propri mezzi. Si trasforma in un imprenditore e crea una linea di abbigliamento per tennis e polo. Il successo arriverà a partire dagli anni 60: i prodotti Perry incontreranno soprattutto il gusto dei giovani Mods, i proletari inglesi eleganti e un po’ modaioli/modernist.

In sostanza, l’ex campione è il primo a comprendere che una maglia da tennis può trasformarsi in un normale capo d’abbigliamento anche fuori dal rettangolo di gioco.

Easy con venature chic. Un’idea di stile a costi accessibili. Lacoste, Ralph Lauren e Ben Sherman ci arriveranno dopo. La particolarità del logo sta nel fatto che, mentre il coccodrillo Lacoste è cucito alla maglia, la corona d’alloro Perry è ricamata direttamente nel tessuto. L’imprenditore rimane comunque nel mondo del tennis, come allenatore e commentatore, ovviamente negli Stati Uniti.

La riconciliazione con la Gran Bretagna avviene poco alla volta, a partire dal 1968. Gioca a favore dell’ex campione il fatto che nessun inglese sarà più riuscito a eguagliare le sue vittorie e che il tennis britannico viva anni di profonda crisi. Nel 1984, la pace ufficiale è cosa fatta. Gli organizzatori di Wimbledon gli dedicano la più grande statua del circolo in segno di pace e riconoscenza. Del resto, avere messo fine all’egemonia francese in quella che poi si chiamerà Coppa Davis dovrà pure valere qualcosa Oltremanica. O è tutto scontato?

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