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Leonardo Arigone
28 Maggio 2022

El fútbol vuelve a casa

Il calcio è argentino, non inglese.

Da venticinque anni, dopo ogni vittoria dell’Inghilterra nelle competizioni calcistiche internazionali, non ha cessato di levarsi un coro, quasi sussurrato timidamente nelle fasi iniziali dei tornei e mai ancora cantato a squarciagola dopo una finale: football’s coming home – il calcio sta tornando dove degli accademici del Trinity College di Cambridge ne hanno formalizzato le regole a metà Ottocento. Prima della semifinale dell’ultimo Europeo tra Inghilterra, padrona di casa, e Danimarca, il portiere danese Kasper Schmeichel, canaglia già abituata a sovvertire le gerarchie con il provinciale Leicester campione d’Inghilterra nel 2016, ha posto una domanda decostruzionista: “has it ever been home?” – esiste un’origine pura e incontaminata? il fondamento è effettivamente inconcusso?

Fuori casa, estroflessi verso gli oceani, gli Inglesi hanno costruito la loro talassocrazia. Tra i prodotti esportati dai colonizzatori anglosassoni, insieme a valori occidentali quali sfruttamento, diseguaglianza, violenza e discriminazione, rientra il football, che attecchisce così bene sulle coste del Río de la Plata – tra Buenos Aires e Montevideo – da guadagnarsi già a inizio Novecento la storpiatura in “fútbol”. Le difficoltà degli ispanofoni con l’inglese, del resto, sono note; e non è raro imbattersi ancora in Argentini che si vantino di non parlare la lingua di Shakespeare con il divertente understatement

sólo conozco tres palabras en inglés: «yankees go home»”.

Dai porti di Buenos Aires, dove gli operai inglesi invitano i colleghi argentini a trascorrere il dopolavoro calciando un pallone, il fútbol infesta l’intera Argentina risalendo l’interior lungo le linee ferroviarie costruite dagli Inglesi stessi per favorire il trasporto di carne da rivendere nel Regno Unito. Si dice che gli Argentini siano Italiani che parlano spagnolo e che sognano di diventare Inglesi. La fascinazione albiceleste con i sudditi della monarchia britannica è iscritta nella genealogia della cultura argentina. Inglesi erano infatti la bisnonna paterna di Juan Domingo Perón e la nonna materna di Jorge Luis Borges, che ha insegnato l’amore per la letteratura di lingua inglese a generazioni di Sudamericani.

Le squadre argentine più note portano nomi indubbiamente inglesi: la traduzione inglese di Río de la Plata – River Plate – trova un pendant nel nome che i ragazzi del quartiere de La Boca si sono dati – Boca Juniors. E poiché ogni padre suscita un’ambivalenza emotiva che oscilla tra l’ammirazione incantata e la pulsione omicida, non di sole affinità è il rapporto dell’Argentina con gli Inglesi: l’espulsione ingiustificata di Antonio Rattín nel Mondiale del 1966 in casa dell’Inghilterra, che prefigura il gol fantasma di Geoff Hurst in finale contro la Germania Ovest – unica volta finora che il football sia tornato nella sua presunta home –, l’irredentismo delle Malvinas e la partita di colpa e redenzione di Diego nel Mondiale del 1986 sono tutti elementi dell’epica argentina. È accertato anche che la famiglia Guevara di Rosario, città di un milione di abitanti di cui almeno trecentomila trequartisti, fosse di origini irlandesi – altro popolo cattolico con un rapporto non lineare con Albione.



Per un mimetismo comune a tutte le relazioni tra colonizzatore e colonizzato, gli Argentini si appropriano del gioco inventato dagli Inglesi e lo trasformano. I lanci lunghi e la rude fisicità del football inglese vengono sublimati in Argentina in gesti tecnici e piroette non dissimili da quelle del balletto classico, che nella Buenos Aires degli anni Venti può essere apprezzato in un numero di teatri d’opera superiore anche a quello di Parigi. Il distacco intellettualistico degli Inglesi nei confronti del calcio viene poi ecceduto dal sentimentalismo descamisado del tifo argentino, che ancora oggi ispira i ritmi e le movenze delle curve del resto del mondo.

Se gli Inglesi hanno inventato il calcio, nel Cono Sur si è inventato l’amore per il calcio.

Non un’isola incastonata nell’Atlantico, ma le due nazioni affacciate sul Río de la Plata – Argentina e Uruguay, non a caso le più titolate del subcontinente – hanno consegnato al mondo futbolero il giocatore più forte – il bionico Lionel Messi –, il più grande – la divinità fallita Diego –, il più influente – quell’Alfredo Di Stéfano che fa vincere al Real Madrid le prime cinque Coppe Campioni della storia grazie ai principi di gioco appresi nel River Plate – e la vittoria della partita più famosa di sempre – il Maracanazo, l’unico match calcistico a godere di un nome proprio.

Un solo gesto tecnico non è stato sperimentato nei potreros sudamericani e poi esportato in Europa, ma al contrario è autoctono del Vecchio Continente: la veronica, nata tra l’altro nella città più meticcia d’Europa – Marsiglia. Un’interruzione dunque taglia la discendenza diretta tra l’Inghilterra e il calcio; un supplemento spurio inficia la verginità dell’origine anglosassone del gioco; una contaminazione meridionale e latina parassita la narrazione ufficiale della genesi protestante del football. La dialettica padrone-servo si risolve in favore di quest’ultimo; la traccia che dovrebbe seguire l’arché in realtà la precede. Il football ha anche una cara sucia. Il fútbol, invenzione rioplatense praticata per la prima volta in Inghilterra.


Nell’immagine di copertina il murale realizzato a Morón, Buenos Aires. Foto da deramosdigital.com.ar


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