Quando a Rio, qualche giorno fa, avevano vestito il Cristo Redentore con i colori dell’Inferno tutti avevano pensato a un atto di blasfemia. Era invece semplicemente l’ennesima dimostrazione dell’ascensione del fútbol a credo laico monoteista, ed ecco che allora la maglia rubinegra apposta al più celebre simbolo del Brasile appare per quello che nelle intenzioni doveva essere: l’attestazione di sostegno più alta, quasi divina, per riportare a Rio de Janeiro il massimo trofeo continentale.

 

Così il riferimento biblico sorge spontaneo, perché come quella notte a Betlemme, anche stavolta la notizia è stata portata dall’arcangelo Gabriele. Solo che questo le ali le ha tatuate sulla schiena, ha un’opinabile capigliatura ossigenata, ma soprattutto è conosciuto con un altro nome: Gabigol.

 

Sì, non è uno scherzo. E in verità non è nemmeno un caso, perché Gabriel Barbosa, ex meteora strapagata dall’Inter nell’estate 2016, dal suo rientro in terra carioca aveva già siglato 50 gol in 79 partite, numeri non indifferenti anche per gli standard meno competitivi dei campionati sudamericani. La critica lo aspettava, pronto a divorarlo ancora di fronte alle telecamere internazionali, incredula dell’epifania – del centravanti – di San Paolo; ed effettivamente per almeno 60 minuti di questa prima, storica, finale unica a Lima, sembrava di assistere alla riedizione dell’abulico centravanti nerazzurro.

 

Passerà alla leggenda, da quelle parti, come un segno premonitore. (Photo by Wagner Meier/Getty Images)

 

Nello stadio Monumental di Lima (quasi uno scherzo del destino, come a risarcire la Banda della finale dell’anno passato, sottratta al Monumental di Buenos Aires e riprogrammata a Madrid) i campioni in carica del River Plate erano partiti meglio e avevano impiegato solo un quarto d’ora a sbloccare il match con la girata fulminea in area del colombiano Rafael Santos Borré, già mattatore dei turni precedenti della competizione.

 

Quando sembrava ormai che gli uomini di Gallardo, temprati dall’esperienza di successi internazionali collezionati in serie, fossero destinati a replicare il successo dell’anno passato, ecco il cortocircuito sensazionale del fútbol che rimane sport incomprensibile, inafferrabile e per questo inarrivabile. Gli squilli dell’annunciazione arrivano al minuto 89 e al 93: prima un facile definizione suggerita da una deliziosa giocata del talento uruguagio De Arrascaeta, poi un’azione di potenza e prepotenza che inchioda sul 2 a 1 le goffe incertezze di Pinola e l’esito definitivo di questa finale.

 

 

Vince il Flamengo dopo 38 anni di attesa. Gabigol come Zico, un’altra eresia alla quale in questo momento è difficile non credere. Nel festival della blasfemia partecipa anche un Jesus, questa volta allenatore lusitano che inscrive il proprio nome nella storia, succedendo a Mirko Jozić come secondo europeo sulla vetta dell’America Latina.

 

I Millionarios perdono la prima finale internazionale del ciclo Gallardo, ma dopo due Libertadores vinte, una finale, una semifinale, una Copa Sudamericana, e tre Recopa Sudamericana, la sconfitta è un boccone amaro da ingoiare, ma non letale. La mirabile sportività con cui la Banda ha onorato gli avversari, applaudendone il trionfo, è una piccola goccia di speranza nel caotico e violento calcio latino.

 

L’esultanza di Gabigol dopo la rete decisiva (Photo by Raul Sifuentes/Getty Images)

 

E Gabigol? Segna, e continua a farlo da tempo. Il contratto ancora depositato nei cassetti della luccicante nuova sede al The Corner di Milano, ricorda con insistenza gli infortuni di Alexis Sanchez e Politano, le difficoltà nelle trattative estive per portare in nerazzurro Dzeko e il sogno proibito Dybala, oltre alla partenza del non troppo rimpianto ex capitano Mauro Icardi.

 

Quel cassetto inizia a scottare e l’idea di riportarlo in Italia per concedergli una chance ora che l’età e l’esperienza gli hanno conferito la convinzione che mancava, sarebbe un’occasione ampiamente meritata. In caso contrario, comunque il valore del suo cartellino potrebbe rappresentare un asset interessante da valorizzare nella prossima finestra di mercato, quando il prestito con il Mengão terminerà, almeno per fare registrare a bilancio una minusvalenza meno sanguinolenta.

 

Ma soprattutto, questo Gabigol, siamo sicuri fosse davvero un bidone?