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Storie
20 Gennaio

Garrincha viveva per il dribbling

Pablo Malevic

1 articoli
Abbasso la scienza, viva la fantasia!

È che a Garrincha dribblare piaceva troppo. Come le donne, come il bere: un vizio. Non ci si poteva far nulla, era fissato: una fissazione! Come quando col Brasile, in un’amichevole di preparazione al Mondiale contro la Fiorentina, in Italia, dribblò nell’ordine Robotti, Magnini, Cervato e il portiere Sarti. Non era mai sazio, come con le donne, come con la cachaca, mai! E anziché appoggiare di piatto in rete a porta vuota si fermò.

 

 

Aspettò il ritorno di Robotti, lo scartò ancora fino a che Robotti, quasi sbronzo, si dovette appoggiare al palo, senza più baricentro, e solo allora Garrincha la buttò dentro. A nulla servì la sfuriata furente del suo capitano Bellini! La Federazione brasiliana pensò pure che Garrincha fosse scemo. Semplicemente gli piaceva troppo, dribblare. Se ne era fatta una ragione pure Zezé Moreira, suo allenatore al Botafogo. Stanco dell’eccessivo numero di dribbling (inutili) del suo giocatore, provò a rieducarlo.

 

 

Un giorno in allenamento gli mise come avversario di fascia una sedia. Garrincha doveva solo passare oltre e crossare al centro, semplice, facile; ma a Garrincha il dribbling piaceva troppo. E allora, in allenamento, iniziò a girare intorno alla sedia un mucchio di volte e a far passare la palla sotto, tra le gambe della sedia, tunnel su tunnel, una decina di volte e solo dopo si decise a crossare, a mettere palla al centro per il centravanti. E Zezé se ne fece una ragione: a Garrincha piaceva così, non cambiava.

 

Não tenho paciência pra televisão, eu não sou audiência para a solidão (Garrincha il dribbling ce l’ha anche nelle parole)

 

 


Antefatto


 

Nossa Hiroshima: il 15 luglio 1950 allo stadio Maracana di Rio si era consumato El Maracanazo. Tragedia: il Brasile che festeggiava la prima Coppa del mondo già prima di averla vinta, in casa, col copione già scritto e sicuro dell’esito, della vittoria certa, sbatté pesantemente il muso contro l’Uruguay di Ghiggia. E perse. Il copione già scritto venne strappato. Tragedia, e caos. In un Maracana gremito da 199.854 spettatori, il Brasile, in vantaggio col goal di Friaca, si fece prima raggiungere e poi rimontare dagli uruguagi. E fu tragedia vera.

 

Fu allora che la Federazione brasiliana decise di darsi alla scienza. Il Brasile, sempre stellare, non era ancora riuscito a vincere un Mondiale. Giù le magie e le giocate, e mai una coppa. Stellare sempre, e sempre perdente.

 

E la Federazione volse gli occhi all’Europa, e decise: meno magie, facciamo all’europea! In Federazione si iniziarono ad accumulare scartoffie, schemi, tattiche, tabelle di allenamento. Approccio tattico, rigoroso, scientifico. Meno allenamenti con la palla e più scienza. Meno partitelle e veroniche. Esami clinici, cuore, circolazione, capacità polmonare e psichiatria: tutti schedati, studiati. E ancora giù di tattiche alla lavagna. E in Federazione entrarono gli scienziati. Il Futebol moleque, marchio di fabbrica brasiliano, quel tipo di calcio basato su improvvisazione e giocate individuali, senza regole, andava estirpato!

 

Il gol vittoria di Ghiggia, che manda nel caos un intero popolo: la vera e propria tragedia del Maracanazo.

 

 


Svezia ‘58


 

La Federazione oramai pendeva dalle labbra degli scienziati. Poco importava, e ben presto entrarono in una spirale scientista e positivista e si votarono al dio Lombroso. Se si era partiti dal neutro rigore all’approccio sportivo degli europei, ora si stava calcando la mano in studi di antropologia fisica, e si era ad un passo da misurare i crani col compasso. Uno studio, sulla scrivania del capo della Federazione brasiliana, spiegava le eterne sconfitte della Seleção con il carattere antropologico del popolo brasiliano, bollato come “molto nostalgico”.

 

 

Un altro studio analizzava la componente nera e mulatta dello stato come parte del popolo più “emotivamente instabile”. D’altro canto i capri espiatori della tragedia del Maracana furono i due neri Bigode, terzino sinistro, e Barbosa, portiere, a quanto pare troppo “emotivamente instabili” per i novanta minuti finali contro l’Uruguay.

 

Poi il mondiale in Svezia.  E gli scienziati avevano la ricetta per vincere! Gli studi, scientifici, c’erano. E non si poteva sbagliare.

 

La prima mossa dell’allenatore Vicente Feola muoveva da qua, dagli studi, dalla scienza: fuori tutti i neri e dentro i bianchi! I bianchi, nel clima nordico svedese, scientificamente avrebbero meglio figurato: fuori i neri Djalma, Santos, Zozimo e il giovanissimo Pelé, dentro i bianchi De Sordi, Orlando, Dida. E Garrincha? Garrincha, oltre ad essere nero, era la scheggia impazzita: rappresentava quel “Futebol moleque” che in tutti i modi si cercava di estirpare. Garrincha non ascoltava, era indisciplinato e aveva un’indole individualistica estrema. Impossibile fargli seguire gli schemi. E si sedette in panca.

 

Garrincha dribbling
Quella scheggia impazzita di Mané Garrincha

 

 


URSS, Scienza e Futebol Moleque


 

Il Brasile degli schemi e dell’ordine esordì in Svezia: tre a zero all’Austria. E poi fu il momento dell’Inghilterra. Gli scienziati avevano le soluzioni! Finalmente si sarebbe vinto; e invece fu brusco il ritorno sulla terra: zero a zero, senza luce. Non si brillava. E alla terza partita già si rischiava di uscire e tornare a casa. Ora il Brasile di Feola doveva sfidare l’Urss di Lev Jashin, il Ragno nero. L’Urss era l’emblema, all’epoca, del calcio scientifico che i brasiliani volevano emulare, con meno derive scientiste. Alle spalle dei russi stavano veri studiosi, vere tabelle, veri schemi. E l’individualismo non trovava e non doveva trovare spazio nella schematica impostazione di gioco sovietica.

 

 

Gli allenamenti, la preparazione e il gioco del calcio, per i russi, era vera matematica. Agli antipodi del “Futebol moleque”, la matematica! E ora i brasiliani si trovavano al banco di prova, coi suoi scienziati pronti a salire sugli scudi. Si arrivò al fischio di inizio, e la storia cambiò il suo corso già scritto. Feola la notte prima aveva preso e distrutto tabelle, schemi, e buttato al rogo tutta la loro scienza.Troppo deludente la prestazione con gli inglesi. Garrincha avrebbe giocato! E in campo scese una formazione ben diversa da quella opaca vista contro l’Inghilterra: dentro Zito, Pelé e Garrincha, fuori Dino Sani, Altafini e Joel. Tornò la fantasia.

 

 

Era la negazione dei precetti seguiti, il ritorno alle origini, il rischio e l’abiura. E Vicente Feola ebbe ragione. Contro la matematica giocò la fantasia sfrenata. Contro l’Urss giocò Garrincha. E fu il fischio d’inizio, e fu la storia. Il Brasile partì a razzo. E Garrincha iniziò coi dribbling: Kuznetsov, terzino russo, al primo minuto aveva già il mal di mare. Garrincha lo superava, si fermava, lo dribblava nuovamente.

 

Garrincha mette a sedere il gallese Hopkins nei quarti di finale a Goteborg, Svezia ’58. (Photo by Central Press/Getty Images)

 

 

Garrincha al primo minuto prese la traversa. Poi ancora giù a dribblare Kuznetsov, superarlo, cross al centro, palla al compagno e parata di Yashin. E poi fu il quarto minuto e ancora Garrincha in dribbling sul solito Kuznetsov, cross al centro, inserimento di Vavà, goal. In soli quattro minuti Garrincha aveva cancellato a suon di dribbling pagine e pagine di fascicoli scientifici, tabelle, studi. In quattro minuti aveva fatto la storia. Nessun metodo scientifico, nessun tatticismo: solo Garrincha! E i brasiliani smisero di guardare all’Europa. Chiusero con la scienza, la matematica, e si diedero all’arte. Individualismo e veroniche ritornarono come marchio di fabbrica, e il Brasile per la prima volta vinse un Mondiale.

 

 

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