Questa storia parla di un ragazzo nato a Mancot, nel nord del Galles e che fin da bambino sognava solo una cosa: diventare un calciatore professionista. Ci riuscirà, pur non avendo doti tecniche innate, ma grazie ad un fisico atletico e soprattutto ad una dedizione non comune che gli hanno permesso di diventare un giocatore di primissimo livello, per oltre venti anni di carriera.

 

Queste righe raccontano di un calciatore che ha lasciato un ricordo indelebile per la sua serietà, educazione, personalità e soprattutto per un rendimento sempre altissimo, ovunque abbia giocato. Un calciatore che in bacheca non ha raccolto molte medaglie: un unico trionfo in campionato nelle file del Leeds United a soli 22 anni, quell’età in cui pensi che quel trofeo sarà solo il primo di una lunga serie. Non sarà così. Ma quello che ha lasciato in eredità Gary Speed è molto, molto di più. Una persona con un cuore grande che ha saputo farsi amare per le sue qualità umane prima ancora che tecniche.

Spesso però succede che, dietro a questa realtà che racconta di un atleta di valore, di una persona di spessore, di un padre e marito attento ed affettuoso, esista un’altra parte più nascosta, tenuta in un angolo buio e polveroso.

Il sorriso aperto, l’assoluta disponibilità con compagni e tifosi ed una professionalità decisamente “rara”, in un periodo dove nel calcio britannico imperversavano gli eccessi. Anni in cui Oltremanica Paul Gascoigne, Tony Adams e Paul Merson erano tutto fuorché eccezioni. Gary Speed non amava gli eccessi. Curava l’alimentazione e il proprio corpo. Un esempio per tutti in ogni allenamento, soprattutto per i compagni di squadra più giovani. Spesso però succede che, dietro a questa realtà che racconta di un atleta di valore, di una persona di spessore, di un padre e marito attento ed affettuoso, esista un’altra parte più nascosta, tenuta in un angolo buio e polveroso. Un lato che ogni tanto riaffiora e torna a fare male, come un ferita che non ne vuole proprio sapere di rimarginarsi completamente.

 

 

Uno di questi dolori mai sanati riguarda la squadra del cuore di Gary: l’Everton FC. Quando nell’estate del 1996 Joe Royle, allenatore dei Blues di Liverpool, si presentò al Leeds United con un assegno di 3.5 milioni di sterline la tentazione fu davvero troppo grande per tutte le parti coinvolte. In primis per il Leeds United, dove Gary aveva esordito nella stagione 1988-1989, diventando in brevissimo tempo uno dei calciatori fondamentali nel ritorno prima in First Division del 1990 e poi nella sorprendente conquista del titolo due stagioni dopo.

 

Gary Speed

Le prime gioie di Gary Speed con la maglia dei Whites (foto Getty Images)

 

Allo stesso tempo, per il nostro l’Everton significava coronare il sogno di ogni adolescente: giocare per la squadra a cui si era promesso da bambino. Questo sentimento viscerale era nato nonostante all’epoca sarebbe stato assai più facile innamorarsi dell’altra squadra di Liverpool, quella che giocava in completo rosso, che dominava in Inghilterra e spesso anche in Europa. Invece da qualche anno i Toffees stazionavano regolarmente nei bassifondi della Premiership, flirtando spesso con il pericolo di una disastrosa retrocessione. In particolare, nonostante la presenza di alcuni ottimi calciatori, i Blues schieravano ancora tanti, troppi mediocri elementi per potersi permettere di ritrovare lo smalto della decade precedente. Eppure al cuore non si comanda.

 

 

Così Gary si accasa a Goodison Park e disputa una prima stagione ad livelli altissimi, chiudendo addirittura la stagione come miglior marcatore della squadra insieme a Duncan Ferguson, con ben 11 reti all’attivo. Anche in quell’annata però non si va aldilà di una sofferta salvezza e Joe Royle viene costretto a lasciare. Sulla panchina dei Toffees nell’estate del 1997 torna a sedersi, per la terza volta in carriera, Howard Kendall, l’uomo che poco più di dieci anni prima costruì l’Everton probabilmente più forte della storia. Una formazione meravigliosa, che Gary adorava, capace di vincere FA CUP, Campionato e Coppa delle Coppe, tra il maggio del 1984 e quello del 1985.

Così accade quello che, con grande ingiustizia e dolore di Speed, rovinerà per molto, troppo tempo, l’immagine del giocatore gallese presso i tifosi del Goodison Park.

Nella sua camera campeggiavano i poster dei due bomber Graeme Sharp e Andy Gray, del mancino irlandese Kevin Sheedy, del mastino Peter Reid e soprattutto dei connazionali Neville Southall, Kevin Ratcliff e Pat Van den Hauwe, pilastri della difesa dei Blues. Inoltre l’inizio della relazione con Kendall è eccellente. Addirittura il manager affida la fascia di capitano al mancino gallese, regalandogli un onore ed una gioia immensi. I risultati però non arrivano, mentre i crescenti problemi economici del club iniziano a farsi insostenibili.

 

 

Approssimazione e disorganizzazione sono ormai all’ordine del giorno, tanto che sovente è lo stesso Gary ad organizzare e gestire le sedute di allenamento. Howard Kendall pare preferisca sedersi al bancone di un pub, frequentemente con altri colleghi dello staff tecnico e, si mormora, addirittura con qualche giocatore. La professionalità del club è lontana anni luce dai parametri del neo-capitano e dal suo modo di intendere la vita, prima ancora che il football. La necessità di vendere i pezzi più pregiati del team diventa sempre più impellente, così a fine gennaio viene ceduto il forte terzino Hinchcliffe per tre milioni di sterline.

 

Speed Everton

L’impagabile sentimento di vestire la maglia della squadra del cuore. Gary Speed all’Everton (foto Getty Images)

 

A questo punto gli altri due “pezzi da novanta” rimasti tra i Blues sono Duncan Ferguson e proprio l’esterno gallese. Cedere il primo scatenerebbe una rivoluzione e addirittura l’incolumità del Presidente Peter Johnson potrebbe essere in pericolo. Così accade quello che, con grande ingiustizia e dolore di Speed, rovinerà per molto, troppo tempo, la sua immagine presso i tifosi di Goodison Park. A fine gennaio 1998 il Newcastle di Kenny Dalglish mette sul piatto 5 milioni di sterline per portarlo a St. Jame’s Park, ma Howard Kendall rifiuta, convinto di poter giocare al rialzo con i Magpies.

 

Nel frattempo c’è l’imminente trasferta ad Upton Park per la fondamentale partita in chiave salvezza contro i padroni di casa del West Ham. Il manager chiede espressamente al suo capitano di rinunciare a giocare questo incontro, in quanto ritiene Gary non sia psicologicamente in grado di giocare il match. In verità c’è il timore che un infortunio possa mandare a monte l’operazione. “Boss, non mi sono praticamente mai fatto male in tutta la mia carriera … non credo proprio che possa capitare stavolta!” è l’orgogliosa risposta di Speed, ma niente da fare. Il manager dell’Everton ha deciso ed il numero dieci non sale sul pullman della squadra diretto a East London. La partita finisce 2 a 2, ma è al termine dell’incontro che Kendall “sgancia la bomba” , quella che però colpirà in pieno solo il povero Speed.

Gary a questo punto non ha scelta. I tifosi sono inviperiti nei suoi confronti e a lui non resta che andarsene dal club che amava e che lo ha vigliaccamente tradito.

“Viste tutte le voci su una sua possibile imminente cessione, Gary Speed ha preferito rinunciare a questo incontro” affermerà l’allenatore di fronte ai media a fine partita. Il gallese è tanto incredulo quanto arrabbiato. Chiede immediatamente un incontro con il manager, il quale non trova di meglio che giustificarsi dicendo che quello era l’unico modo per evitare che i tifosi si scagliassero contro la società per la cessione di uno dei giocatori più amati, ovvero far credere loro che fosse proprio il centrocampista a volersene andare.

 

Gary Speed Everton

4 dicembre 2011: il ricordo di Gary Speed dei tifosi Toffees (foto di Alex Livesey/Getty Images)

 

 

Non solo, Kendall chiede a Gary addirittura di non parlare con i mezzi di informazione, perché questo potrebbe fare saltare la trattativa. Qualche giorno dopo il Newcastle arriva con una nuova offerta, aumentata di mezzo milione di sterline. Gary a questo punto non ha scelta. I supporters sono inviperiti nei suoi confronti e a lui non resta che andarsene dal club che amava e che lo ha vigliaccamente tradito. L’ormai ex capitano è una persona corretta, onesta e leale. Per anni gli verrà chiesta la sua versione di fatti, ma non rivelerà mai nulla.

“Dalla mia bocca non uscirà mai una parola che possa gettare discredito sull’Everton Football Club”.

E’ il 26 novembre del 2011, quando partecipa come opinionista alla trasmissione della BBC, “Football Focus”. Appare sereno e disinvolto. In fondo di parla di calcio, materia che Gary padroneggia e di cui sa trattare di fronte ad una telecamera. Inoltre, poche ore dopo ha in programma di raggiungere Old Trafford per assistere all’incontro tra il Manchester United ed il Newcastle, in compagnia del suo grande amico Alan Shearer. Quello stesso giorno i due progettano una vacanza con le famiglie a Dubai per il mese successivo.

 

 

Quando esce dagli studi televisivi, c’è un gruppo di ragazzi che lo riconoscono e gli chiedono un autografo. Uno di loro si farà immortalare in una fotografia insieme a Speed: è l’ultima immagine che ci rimane di lui. Il mattino seguente sua moglie lo troverà senza vita nel garage della villa ad Huntington, con una corda al collo. Di tutte le illazioni e dei pettegolezzi sulle vere o presunte liti famigliari non è certo qui che leggerete. Da quel maledetto novembre, l’unica speranza è che Gary Speed rimanga nella memoria collettiva esattamente come lui stesso si definì in un’ intervista: “Sono solo un uomo onesto, che ama il suo lavoro e che è molto critico con sé stesso”. Riposa in pace Gary.

 

Gary Speed Galles

Il tributo della nazionale del Galles, di cui Gary Speed era diventato allenatore (foto Getty Images)

 

Alan Shearer, amico fraterno e compagno al Newcastle, lo saluta così: “Non riesco ancora a crederci. Il giorno prima abbiamo passato tanto tempo insieme, ridendo, scherzando e facendo programmi per noi e le nostre famiglie. Gary era una persona magnifica che con la sua presenza illuminava qualsiasi luogo in cui entrava. Sono orgoglioso di avere avuto il privilegio della sua amicizia e so che mi mancherà immensamente”.

 

 

Sam Allardyce, suo allenatore al Bolton: “Aveva un carisma incredibile. Appena arrivò al club molti dei ragazzi erano in soggezione nei suoi confronti. Non ha mai fatto pesare il suo status. Il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andarsene. Mai una lamentela, mai una protesta, mai un mugugno. Un professionista esemplare e una persona meravigliosa”.

 

 

Infine il ricordo più dolce e toccante, quello di Gordon Strachan, suo compagno di squadra al Leeds United: “Quello che ricorderò sempre di lui sarà la sua risata. Aveva la risata gioiosa di un bambino. Potrò dimenticarmi partite, risultati e goal, ma la risata di Gary non la dimenticherò mai”.

 


Il racconto “Gary Speed” è tratto da “Mavericks & Cult Heroes del calcio britannico”, di Remo Gandolfi (Urbone Ed., 2019)

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Questa è l’ultima storia di questa piccola raccolta di “matti, miti e meteore”.La storia che più sento, che più mi ha commosso, quella che è stata per il sottoscritto la più difficile da mettere nero su bianco.