Il documentario Gascoigne (2015) di Jane Preston è come un buon vino e, come tale, ha bisogno di riposare. Deve decantare perché berlo tutto in un sorso significherebbe non riuscirne ad assaporare quel retrogusto amaro che rimane sul palato e che, una volta posato il bicchiere, scende giù dritto al cuore, senza passare per il cervello. Questo perché il Gascoigne presentato da Preston non è annacquato ma puro e avvolgente e lascia un senso di profonda tristezza che riempie lo spettatore. Questa recensione-articolo vuole, pertanto, essere un decanter per dare la possibilità di coglierne appieno il gusto amaro.

 

Non vi aspettate di vedere un documentario sul mito di Gazza perché qui non si parla di calcio. Non vi aspettate tanto meno di vedere qualcosa che vi piace, perché se siete abituati a biopic esaltanti e motivazionali qui non troverete nessun buon sentimento.

 

Raccontare un uomo e un giocatore come Paul Gascoigne è compito arduo. Raccontarlo senza cadere nel pietismo dell’eroe mancato o nell’esaltazione dell’eterna promessa dribblando la facile Gazzamania diventa ancora più arduo. Per questo ciò che colpisce fin da subito di “Gascoigne è la regia”. Una regia femminile – quella della regista e giornalista Jane Preston – che offre una visione di genere alquanto unica ma che, allo stesso tempo, fa vacillare il tifoso di genere maschile nel suo credo più importante: l’eroicità.

 

 

Sia chiaro, ci sono registe come Kathryn Bigelow (che ha diretto in chiave “maschile” film d’azione come Point Break (1991) o The Hurt Locker (2008)) che hanno dato a molti uomini uno scenario identitario assai forte. In questo caso però Preston decide di non prestarsi a questo gioco e la sua interpretazione del calcio è una negazione.

 

Gascoigne, il documentario

Un documentario strano, che lascia un particolare senso di incompiuto

 

 

A Gascoigne, inteso come documentario, manca il calcio. Ma forse questo è il punto di tutto: Gascoigne, come uomo, senza calcio non è nulla; e non è un esagerazione o interpretazione ardita, perché è lo stesso numero 8 a ripeterlo a più riprese. Il tema portante con cui va affrontata la visione del documentario, dunque, è quello della solitudine. Il racconto sulla solitudine si costruisce così all’interno di un atmosfera intima e privata, dove le testimonianze di Gazza sono accompagnate da Gary Lineker, Wayne Rooney e Josè Mourinho.

 

 

Già la scelta particolare dei tre guest speakers rivela molto su Gazza: i tre sono infatti quasi estranei se non addirittura avulsi dal racconto. I loro interventi sembrano ricordi da bar. Ma questa non è una mancanza, bensì il riflesso più diretto della solitudine del numero 8. Se si pensa al quasi contemporaneo documentario sul Wimbledon che nel 1988 vinse l’FA Cup contro il Liverpool (Tre Crazy Gang, 2014) ci si accorge di quanto intorno a Gazza manchi una squadra, come se ogni esperienza calcistica si fosse risolta nella superficialità delle sue buffonate usate a schermo impenetrabile della sua persona.

 

Sembra quasi che Gazza abbia giocato uno sport parallelo, non di squadra e che il rapporto con il pallone sia stato un continuo atto onanistico incondivisbile. Non c’è nessuno che conosce realmente Gazza tanto da poter parlare di lui.

 

Lineker infatti, se da un lato rappresenta l’apice della carriera di Gazza con la semifinale di Italia ’90 e la FA Cup con il Tottenham, dall’altro si limita a raccontare aneddoti che tutti abbiamo letto almeno una volta su un qualche giornale o visto in televisione. Rooney e Mourinho rappresentano poi quasi due fan se non degli sconosciuti. Rooney è legato a Gazza per il periodo all’Everton, in cui il primo era una giovane promessa delle giovanili, e l’altro un monumento più volte intaccato dai colpi della storia che cercava di riposizionarsi sul piedistallo del Merseyside.

 

 

Mourihno, poi, ha una conoscenza addirittura indiretta di Gazza, filtrata dalle storie di Sir. Bobby Robson di cui è stato assistente tecnico a Barcellona. I suoi ricordi inoltre sono anche inesatti quando ad esempio afferma che Inghilterra-Scozia dell’Europeo del 1996, partita alla quale assistette, fosse la prima partita del girone. Non si riesce ad afferrare, dalle loro parole, l’anima e il corpo di Gazza. Tutto sembra distante e in questa distanza il Gazza calciatore diventa un puntino lontano nella storia. È come guardare qualcuno dallo specchietto retrovisore: lo vediamo allontanarsi in un gioco prospettico che, paradossalmente, lo fa sembrare più vicino a noi.

 

C’è un uomo dietro al ghigno? (Photo by Dan Smith/Allsport/Getty Images)

 

 

Questo è esattamente ciò che il documentario racconta, la storia di una duplice sparizione. La prima è quella interna allo stesso Gazza. L’implosione del giocatore che la ribalta dei Mondiali trasformò da ragazzo grassoccio ad icona mondiale distruggendone ben presto la vita privata, avvicinandolo alla bottiglia e allontanandolo dal pallone. La seconda sparizione è quella esterna, quella legata al mondo del calcio stesso fatto di tifosi, giocatori, giornalisti e appassionati da lunedì. Le immagini del Gascoigne calciatore che il documentario ci presenta sono conosciute e non aggiungono nulla alla nostra conoscenza calcistica, così che il ricordo delle sue giocate si affievolisce giorno dopo giorno.

 

 

Le immagini calcistiche selezionate da Preston del resto ci raccontano Gascoigne come l’uomo dell’ultimo passaggio o del passaggio mancato. Tre momenti in particolare sono emblematici nella costruzione di questo discorso: il primo (quarti di finale Italia ’90, Cameron-Inghilterra) è il passaggio vincente che innesca Lineker verso l’area di rigore dove il bomber di Leicester verrà falciato procurandosi così il rigore del 3-2 finale; il secondo momento è lo splendido goal su punizione, da 30 metri sotto l’incrocio, contro l’Arsenal in semifinale di FA Cup; il terzo è il goal del pareggio nel derby contro la Roma del 29 novembre 1992 (tra l’altro il suo primo con la maglia della Lazio).

 

In tutti e tre questi momenti manca l’atto finale, il completamento, o se volete il coronamento di Gazza come giocatore.

 

Dopo i quarti vinti contro il Cameron, l’Inghilterra affronta in semifinale la Germania. Al primo tempo supplementare, dopo un pareggio raggiunto con le unghie e con i denti, Gascoigne prende il secondo cartellino giallo del suo torneo che significa addio all’eventuale finale. Gazza, alla fine dei tempi supplementari e dopo un lungo colloquio con Bobby Robson – l’allenatore che più di tutti lo ha amato e accudito – decide di non calciare i rigori. Alla fine Psycho Pearce calcerà addosso a Bodo Illgner, e Chris Waddle sparerà nel cielo del San Paolo. È la prima delusione calcistica di Gazza.

 

Stadio Delle Alpi, Torino, 4 Luglio: il capitano della Germania Lothar Matthaus consola Gascoigne dopo la lotteria dei rigori e l’eliminazione dell’Inghilterra (Photo by Simon Bruty/Allsport/Getty Images)

 

 

Con il Tottenham l’anno successivo il ragazzo di Gateshead è il vero trascinatore della FA Cup con sei goal, compreso lo splendido sigillo della semifinale. La finale contro il Nottingham di Brian Clough e Stuart Pierce però gli riserverà un altro finale amaro. Dopo un quarto d’ora – e dopo una scampata espulsione per un fallo inutile a centrocampo – Gazza si lancia in un altrettanto inutile tackle contro il terzino del Forrest Gary Charles. Risultato, legamenti rotti al pari di Charles di cui in quel momento, però, nessuno si interessa. Se il documentario su Gascoigne avesse voluto parlare di calcio questa sarebbe stata la più classica delle sliding doors:

le carriere che si spezzano infatti, con un solo tackle solo, sono due.

 

Sia Gazza che Charles condividono infatti una storia di alcolismo nata esattamente in quel momento. Nel momento in cui il sogno si interrompe, e senza calcio si scopre un abisso terribile. Charles, anche lui all’apice e giovane promessa del Nottingham, uscirà dal tunnel grazie all’aiuto di compagni come Roy Keane che ne sostiene, anche economicamente, il percorso riabilitativo.

 

 

Gazza invece è solo. È solo nella camera d’ospedale mentre il Tottenham alza la coppa (anche se poi tutti i compagni la porteranno nella sua camera d’ospedale) e sarà solo per il resto della sua vita. Non ha trovato un Roy Keane, e in questo Preston è maestra facendoci capire come la solitudine sia stata la sua unica compagna di squadra.

 

Il Gascoigne biancoceleste, anche nella Capitale sempre sopra le righe. Amato, anche dal pubblico, ma strutturalmente solo (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Senza voler raccontare il documentario, nello specifico sono da sottolineare il tema della morte e quello dell’infortunio, che tornano più volte nei racconti di Gazza. A tratti spaesato, in parte forzato con quel volto tirato dal lifting, Gazza sembra nascondere le emozioni ma le mani gli tormentano il volto e allora tutto è chiaro. Gazza è un uomo solo.

 

 

Da notare infine come la versione italiana abbia tradotto in maniera moraleggiante il racconto dell’incontro con Maradona, avvenuto durante l’amichevole tra Lazio e Siviglia all’inizio della stagione 1992/1993. La storia originale vuole che Gascoigne, ancora ubriaco dopo un tour de force di bevute, confidò a Maradona di essere ancora ubriaco

“I remember a private game against Sevilla, from Maradona, in Spain, after having been drinking for three days in Disneyland. In the access tunnel to the changing rooms, I tell Diego that I was on my way. He answered ‘no’ worry, me too [estou bêbedo]’ Gazza”.

 

La traduzione italiana ha preferito un generico “sono distrutto.” Ultima parentesi per il finale che non deve lasciare lo spettatore spiazzato su un racconto troncato a metà, quanto piuttosto renderlo partecipe dello stato confusionario di un giocatore che, senza calcio, ha smarrito la sua bussola e la sua stessa identità.