Per anni non siamo riusciti a capire eppure la risposta è sempre stata lì, davanti ai nostri occhi; ancor di più, a portata di mano! All’improvviso ci siamo trovati assediati da migliaia di piccoli e grandi analisti che discorrevano di statistiche, tattiche, expected goals; in balìa di lavagne tattiche e heat maps, senza la possibilità di reagire. In pochi anni questa “avanguardia” è riuscita a rendere il calcio una materia da addetti al settore, ridimensionando stadi, tifosi e anche talento individuale in favore della tattica.

 

 

Sotto la cortina fumogena della “competenza” si è consumato il delitto perfetto: il pallone come fenomeno sociale ha abdicato in favore di un calcio come sola materia di campo, anzi come materia scientifica. Addio alla metafisica e spazio alla matematica, in soffitta le differenze e lunga vita al linguaggio unico della globalizzazione calcistica, che unisce pian piano tutti i Paesi sotto la bandiera del progresso calcistico. Il luogo del delitto è anch’esso chiaro, i social, ci sfuggiva però inafferrabile il movente: finalmente, dopo anni di confusione, lo abbiamo capito.

 

 

Nel suo corrosivo pamphlet Genealogia della morale Friedrich Nietzsche ripercorre le tappe del Cristianesimo, o meglio della sua “egemonia” culturale. Praticamente, per farla semplice, di come i cristiani siano riusciti a imporre la propria visione del mondo sostituendo all’etica aristocratica e virile dei cavalieri una morale pacifista fatta di valori remissivi e amore del prossimo. Anche qui erano chiari il delitto, l’etica guerresca, e il luogo, la morale.

 

 

Sfuggiva il movente fino a che il dinamitardo di Rocken non lo spiegò chiaramente: i cristiani erano gli ultimi che volevano diventare i primi, ma non nella prossima vita, in questa! Nulla di più semplice. Dunque avevano bisogno di sbarazzarsi dei cavalieri e, non potendoli affrontare a viso aperto, architettarono una strepitosa trama cospirativa in grado di ribaltare i rapporti di forza.

 

“I giudizi di valore cavalleresco-aristocratici presuppongono una poderosa costituzione fisica, una salute fiorente, ricca, spumeggiante e con essa quel che ne condiziona la conservazione, cioè guerra, avventura, caccia, danza, giostre, nonché, in generale, tutto quanto implica un agire forte, libero, gioioso.

 

(…) I sacerdoti invece sono i nemici più malvagi perché sono i più impotenti. È a causa dell’impotenza che l’odio cresce in loro fino ad assumere proporzioni mostruose e sinistre, le più intellettuali e venefiche”.

 

(Genealogia della Morale, F. Nietzsche, ed.Adelphi)

 

Una boccata di aria fresca per sfuggire al logorio della vita moderna, all’ipocrisia finto-democratica, al commercio dei buoni sentimenti.

 

 

Bene, ora guardateli, studiateli questi nerd del calcio. L’epifania ci è venuta per caso, dopo la “rissa” Ibra vs Lukaku: ex giocatori di alto livello hanno subito minimizzato l’accaduto parlando di fatti di campo; noi ci siamo addirittura esaltati, trovando finalmente uno slancio di vitalismo e un senso alla Coppa Italia. Al contrario l’altra campana, quella dei teorici del calcio sempre corretti, ha manifestato tutto il proprio moralistico ribrezzo. Lo stesso Bergomi ha però espresso al Club un concetto apparentemente banale, in realtà decisivo: «chi ha vissuto il campo … magari diciamo che chi non ha vissuto il campo l’ha vista un po’ più grave la situazione ecco, e lo rispetto, però… (interrotto puntualmente da Caressa).

 

 

 

Comunque il punto di vista era chiaro, quelli che chiedevano le teste di Ibra e Lukaku il rettangolo verde non l’avevano vissuto abbastanza. Da qui e dal fantasma di Nietzsche, abbiamo avuto l’illuminazione: i nerd del calcio erano semplicemente le pippe! Parliamo per la quasi totalità di impediti del pallone, scoordinati, fisicamente inappetenti, e che proprio per la loro impotenza si sono vendicati del calcio con le tattiche e gli expected goals. Magari il campo lo hanno anche vissuto ma anzi, proprio perché l’hanno vissuto mostrando una palese inadeguatezza, hanno poi deciso di imporre un nuovo linguaggio.

 

 

Ecco chi sono i maniaci della tattica: dei Milhouse della vita che ora si vendicano di tutti quei Nelson che li hanno bullizzati – sportivamente parlando, si intende. Quelli a cui nessuno passava la palla, coloro che venivano scelti per ultimi dai capitani e che, tramite l’esasperazione tattica e lo svuotamento degli elementi più gerarchici – talento naturale, carattere, forza fisica, tutte qualità che a loro mancavano –, sono riusciti a ribaltare i rapporti di forza nella narrazione sportiva. Ancor prima, a compiere un’opera di castrazione del calcio mai vista prima.

 

“Nella morale la rivolta inizia quando il risentimento diventa esso stesso creatore e genera valori; il risentimento di quelli a cui la vera reazione, quella dell’azione, è negata e che si consolano soltanto attraverso una vendetta immaginaria”.

 

Per citare un altro filosofo tedesco, Schopenhauer, che si riferiva a Petrarca e al suo amore per Laura: «se la sua passione fosse stata appagata, il suo canto si sarebbe ammutolito». Ecco, se i nerd del calcio avessero fatto un minimo di carriera sportiva, le loro penne non avrebbero avuto inchiostro; meglio, i loro computer non sarebbero mai stati accesi. Che poi è un altro modo per esprimere ciò che Allegri aveva rimproverato ad Adani: tu parli ma non hai mai allenato, non hai vinto niente, e anzi proprio per questo parli. Da qui lo “stai zitto, adesso parlo io!” di Max al professore senza cattedra: una reazione catartica, sacrosanta, naturale! Gerarchica e pratica (e anzi che Adani la sua ottima carriera l’ha fatta).

 

“Ormai in Italia state diventando tutti teorici!”. (Foto Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

 

 

In definitiva, chi è stato protagonista sa che in campo scendono gli uomini, conosce dinamiche e meccanismi; chi il campo l’ha visto dalla panchina, dalla tribuna o dalla poltrona, è naturalmente portato a prendere il taccuino (o lo smartphone) e scrivere, scrivere, scrivere. Così ingabbiare il talento in moduli e schemi diventa un modo per vendicarsi del talento stesso, per far prevalere l’artificio dell’intelletto sulla natura delle doti fisiche; quelle stesse doti fisiche e naturali che i maniaci della tattica non hanno mai avuto, e di cui condannano senza appello gli eccessi (Ibra vs Lukaku) tradendo in ciò un’impotenza che però, subdola, si maschera da giustizia.

 

“Tutti gli istinti che non si scaricano all’esterno, si rivolgono all’interno”.

 

Al contrario, chi nei campi di calcio le ha date ma soprattutto le ha prese, accetta e comprende le regole (non scritte) del gioco, senza risentimento o processi dopo i 90 minuti. Così come accoglie serenamente le gerarchie naturali, fra tutte “l’obbligo” di passare la palla al più forte nel momento di difficoltà – e non solo. L’esasperazione tattica, sotto la nobile veste del collettivo, è invece il trionfo dell’algoritmo, del calcolo, della mentalità scientifica su quella umanistica; una deriva che vuole punire le gerarchie e premiare lo studio in un mondo, quello del calcio, in cui la pratica è più importante della teoria e l’intelligenza spesso non si spiega, ma è una qualità imparata naturalmente.

 

 

Per questo non dovremmo più assecondare le derive tattiche e rancorose dei nerd, ma anzi contrattaccare sfidandoli a calcio; anche perché parliamo degli unici secchioni che non sanno mettere in pratica la materia di cui parlano. Secchioni per vendetta, per la necessità di prendersi una rivincita e ritagliarsi un ruolo in cui finalmente potessero toccare il pallone: il loro unico mezzo per riuscirci – geniale, c’è da riconoscerlo – era svuotare la pratica e renderla teoria. Non potendo diventare allenatori o dirigenti, e quindi professionisti che con le statistiche e i numeri ovviamente ci lavorano, lo hanno fatto tramite una «vendetta lungimirante e sotterranea» nella narrazione. Chapeau! Tuttavia, una volta trovato il movente, si può anche inchiodare il “colpevole”.