No, non è ancora giunta l’ora di parlare di “morte” per il seppur vecchio e malandato Grifone, come il titolo suggerisce a chi conosce il magistrale romanzo di Gabriel García Márquez. Il Genoa non è ancora stato irrimediabilmente ferito come Santiago Nasar, può continuare la sua ultracentenaria vita in cui ha alternato comportamenti da marinaio, quando ha illuso con false promesse la folla adorante, oppure da camallo, quando ha assorbito, ruvido e fiero, l’ennesima sconfitta sindacale.

 

 

È la mediocrità che oggi affligge il Genoa Cricket & Football Club, la più antica squadra d’Italia fondata in quel lontano 7 settembre 1893, ed è una malattia in realtà nemmeno troppo rara nel calcio del XXI secolo, che traccia solchi sempre più profondi tra le squadre più ricche e quelle “meno abbienti”, per dirla alla Maria Rita Vittorio Balabam (il Megadirettore Galattico di Fantozzi). Il Genoa, soprattutto dal 2010 ad oggi, si è, ci si passi il termine, “chievoveronizzato”, cioè tende a sopravvivere in una serie A povera di pathos ormai cannibalizzata dalla iena torinese, sovradimensionata per numero di squadre (venti) e con troppo poche retrocessioni (tre) per regalare le emozioni degli anni passati.

 

 

È infatti prassi che ogni anno, più o meno da aprile fino al termine, ci siano almeno cinque-sei squadre senza più nulla da dire in termini agonistici e di obiettivi. Né lotteranno per un piazzamento valido per l’Europa (in molti casi per volontà) né saranno troppo preoccupate di finire con il deretano in serie B, anche se può capitare l’annata in cui la salvezza diventa più complicata (vedasi proprio l’ultima dei Rossoblu). Tra queste squadre, immancabilmente, c’è proprio il Genoa, i cui giocatori finiscono la stagione godendosi spensieratamente focaccia e sciacchetrà (pregiato vino delle Cinque Terre) sulla riviera ligure lautamente pagati dal presidente, Enrico Preziosi.

 

Il presidente Preziosi qui con Galliani, un rapporto storico (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Ecco. L’abbiamo nominato. Colui che, a detta di una sempre maggior fetta dei tifosi genoani, è l’artefice di questo scialbo e bucolico momento storico per il Vecchio Balordo (altro nome con cui storicamente è chiamato il Genoa). L’attuale presidente è un imprenditore di origini avellinesi famoso per l’azienda di giocattoli che ha creato, la Giochi Preziosi, ma anche per la sua non proprio immacolata storia di dirigente sportivo e, per chi segue il pallone, la spericolata gestione di uomini alle sue dipendenze.

 

 

Acquista il Genoa nel 2003 dopo aver abbandonato il Saronno e fatto fallire il Como (per il quale è stato condannato in via definitiva), e sembra dare una speranza di rilancio al popolo genoano dopo una retrocessione in C sul campo ed un miracoloso ripescaggio in seguito all’affaire Catania. Inizia quella che sembra una cavalcata inarrestabile verso palcoscenici più consoni al blasone del Genoa, con una promozione in serie A nel 2005 grazie ad una rosa di categoria superiore (solo per citarne alcuni: Milito, Stellone, Lamouchi, Marco Rossi, Giovanni Tedesco, Cozza ecc) ed una campagna acquisti per la stagione successiva iniziata con ottimi colpi (Abbiati, Lavezzi, Guidolin in panchina).

 

 

I sogni di gloria, invece, si infrangono in una valigetta contenente il contratto di Rubén Maldonado e 250.000 euro con il quale Preziosi avrebbe comprato l’ultima partita di serie B, quella decisiva, contro il Venezia. Dal gustarsi Milito e Lavezzi a San Siro, i genoani passano a godersi Grabbi e Dante López a Cremona contro il Pizzighettone (senza peraltro riuscire a batterlo nei due confronti!). Con la faticosissima risalita in serie B inizia l’era Gasperini, condita da una immediata promozione in serie A, il quinto posto con la Champions League sfiorata, il ritorno in Europa e molti derby vinti e stravinti. Ma, come un giocattolo economico “made in P.R.C.”, il Genoa si guasta, si aggiusta, si riguasta e ti fa girare l’anima, a te bambino che ti divertivi ed a te genitore che potevi goderti un po’ di relax con il pargolo impegnato.

 

La contestazione ha investito anche vari quartieri del capoluogo ligure (qui lo striscione esporto a Varazze)

La gestione della società diventa a dir poco caotica. Giocatori che vanno e vengono più dei turisti in un ostello, allenatori idem, dirigenti pure. Ormai il Genoa targato Preziosi è conosciuto per l’enorme quantità di acquisti e cessioni che ad ogni sessione di mercato stravolge la rosa. Ma per non restare nell’astratto, proviamo a snocciolare qualche dato di questa rovinosa tendenza, prendendo in esame il lasso temporale giugno 2003 – gennaio 2019:

 

–  Secondo il sito calcio.com il Genoa ha effettuato 441 trasferimenti in entrata e 476 in uscita (si consideri che i numeri comprendono anche i rientri dei prestiti e qualche giocatore compare più di una volta, inoltre sono presenti anche i giovani della primavera);

 

– ben 23 sono stati i cambi di allenatore, con il massimo di 4 tecnici nella stagione 2011/2012. Solamente due tra questi 16 mister sono riusciti a resistere un anno intero, Serse Cosmi nel 2004/2005 e Gian Piero Gasperini per cinque anni in due occasioni, l’unico ad aver saputo reggere una presidenza così pesante.

 

Dall’account Instagram di Transfermarkt: sul “best managed” avremmo più di qualche dubbio

Con quanto esposto al punto 1 si può già facilmente smontare la presunta reputazione di “scopritore di talenti” di Enrico Preziosi. È vero, quasi ogni anno pesca dal cilindro uno o due buoni giocatori pagati poco e rivenduti ad un prezzo molto più alto (non sempre) a beneficio del bilancio, con delle corpose (quanto equivoche) plusvalenze. Ma se in 15 anni di sessioni di calciomercato (30 finestre) caratterizzate da un incredibile tourbillon di giocatori (mezzi giocatori, giocatoricchi, pigliainculo e quaquaraquà – mi scusi Sciascia per il grezzo scimmiottamento), con una media, approssimando per difetto, di 25 acquisti annui, se ne rivelano forti solamente uno-due a stagione, più che un talent scout Preziosi sembrerebbe una persona afflitta da shopping compulsivo, un rabdomante che trova fonti d’acqua o filoni d’oro ogni milione di km quadrati setacciato.

 

 

Per un Milito gli stoici genoani si sono dovuti sussare (sorbire) una dozzina di Ishizaki, Zeytullayev (che si scopre far parte dell’allegra associazione mondiale Atleti di Cristo), Nieto, Marty Mason, Rivaldo (non QUEL Rivaldo), Wilson, Gleison, Masiero; per ogni Perotti ci sono stati quindici Domingo, Roman, Aleksić, Gucher, Zapater, Tőzsér, Melazzi, Piscitella; un Borriello è costato almeno venti Linus Hallenius, Pelé, Zuculini, Chico, Rudolf, Jelenič; un bomber vero come Piątek è stato spurgato con circa trenta Ribas, Seymour, William, Zé Eduardo, Nadarević, Anselmo, Cabral, Bergdich…basta! Il vero scopritore di talenti è quello che su tre acquisti più o meno ne azzecca due. Questa è classe. Preziosi ha culo.

 

Un’operazione tutt’ora sospetta e mai del tutto chiarita quella che portò Milito e Thiago Motta a Milano. Ausilio dichiarò: «Grazie a Bonucci, Acquafresca, Bolzoni, Fatic e Meggiorini abbiamo speso solo 18 milioni per acquistare Milito e Thiago Motta, a fronte di una richiesta di 40 da parte del Genoa», ma secondo molti l’Inter avrebbe investito decisamente meno

Sfatiamo un altro mito, cioè che riesca a rivendere i giocatori a prezzi decuplicati rispetto agli esborsi per acquistarli. Ciò è successo con Piątek, con il baby Pellegri prodotto del vivaio, con Perotti…ma gli altri? Prendiamone due su tutti: Diego Milito e Thiago Motta. Acquistati rispettivamente per 13 milioni ed a parametro zero, sono stati venduti all’Inter di Mourinho (risultando fondamentali per il conseguimento del Triplete) per 35,2 milioni.

 

 

Sembra un buon affare, peccato che negli accordi il Genoa abbia dovuto comprare dalla società milanese Robert Acquafresca per 15 milioni, Riccardo Meggiorini per 5, Leonardo Bonucci per 4, Francesco Bolzoni per 3, Ivan Fatic per 1: 35 milioni incassati e 28 spesi (questi almeno i dati di Transfermarkt, autorità in materia, in un maxi-trasferimento che ancora oggi conserva molte ombre). Non male. Bonucci è poi stato venduto al Bari per 10 milioni ed è diventato uno dei più forti difensori in Italia. Degli altri si sono perse le tracce senza praticamente mai aver giocato con la maglia a quarti rossoblu. Ce ne sarebbero altri di “affaroni” ma crediamo basti questo.

 

 

Il risultato di opachi giri di milioni e di calciatori sono bilanci disastrosi, debiti vertiginosi e tasse non pagate. Chi ha memoria si ricorderà che al termine della stagione 2014/2015, con Gasperini in panchina, il Genoa riuscì ad arrivare sesto in campionato e qualificarsi per l’Europa League; peccato che la licenza Uefa gli venne rifiutata per inadempienze contabili (ed il destino beffardo volle che in Europa ci andò la Sampdoria…). Questo perché, nonostante le mirabolanti operazioni di mercato, le casse del club sono sempre vuote ed i debiti sempre abnormi.

 

Più chiari di così… (Foto ANSA/LUCA ZENNARO)

Dando un’occhiata all’ultimo bilancio ufficiale (chiuso al 31/12/2018), si può evincere che il totale dei debiti è di 235,5 milioni di euro, di cui 85,5 a medio lungo termine e 149 a breve termine. I debiti tributari raggiungono l’astronomica cifra di 58 milioni, 9 quelli verso le banche e 65 verso società calcistiche. Dal dettaglio si può dedurre che Preziosi stenta a pagare le tasse (le inadempienze partono dal 2013), contribuisce a far fallire le banche (l’esposizione bancaria è quasi tutta con la pericolante Carige) e si indebita sempre di più con le altre squadre (+38 milioni rispetto al 2017).

 

 

Andiamo avanti in questa frettolosa analisi di bilancio? Il patrimonio netto è negativo (-15,7 milioni) nonostante vari apporti della Fingiochi spa (la capogruppo) negli anni scorsi; le gestione caratteristica è negativa; il risultato netto è negativo (-4,8 milioni). Tra le poche cose positive troviamo l’aumento delle plusvalenze che nel 2018 sono state di 48,9 milioni (+18,5 milioni rispetto al 2017). Sempre che queste famose plusvalenze non si rivelino poi fittizie tra un paio d’anni.

 

 

A questo quadro desolante potremmo aggiungere la diffidenza (quando non ostilità) di cui gode Preziosi dalle altre squadre di calcio in giro per il mondo a causa di mancati pagamenti (3,5 milioni all’Independiente per Julian Velazquez nel 2012) o ripensamenti a cose fatte (Mauro Formica dal Newell’s Old Boys); poi aggiungiamo che il Genoa può solo sognarsi un centro sportivo di allenamento attrezzato come altre società (ora si allena al “Signorini”: un solo campo di calcio e la palestra in un tendone); le squadre giovanili si allenano disperse per i campi sintetici di Genova e dintorni; la sede (Villa Rostan) è in affitto; il bellissimo stadio all’inglese in cui gioca meriterebbe tutt’altra manutenzione ed un massiccio rinnovamento (ma qui le colpe si dividono con i “cugini” blucerchiati). Può bastare così.

 

Va bene tutto, ma l’ironia non ce la toglierete mai

 

Ed in tutto ciò i genoani cosa si augurano? Che la proprietà passi di mano sperando che l’acquirente sia ancora una persona fisica che ci metta un po’ di cuore, e non un fondo d’investimenti statunitense o saudita che della storia della squadra e del calcio non sa nulla. Il “progetto” di Enrico Preziosi è naufragato da quasi dieci anni, viene chiamato sprezzantemente “71” (chi conosce la smorfia napoletana ne capirà il significato) dalla Gradinata Nord che lo contesta da anni e che, nelle ultime partite della scorsa stagione, si è ritirata sull’Aventino in segno di protesta, salvo ritornare al fianco dei giocatori nelle finali e decisive due partite.

 

“Belin come gioca bene l’Atalanta” recitava uno striscione nella vuota Gradinata, dedicato a Gasperini ma soprattutto al presidente, che gli diede il benservito anni or sono. Poi però tutto ricomincia, come sempre, con una canzone popolare genovese che, guarda caso, tratta dell’infedeltà coniugale e di promesse non mantenute.

“O trilli trilli trilli t’æ ciû musse che mandilli / mandilli no ti n’æ , t’æ ciû musse che dinæ / o gnao gnao gnao m’ou belin comme t’é cäo / e fotto fotto fotto m’ou belin comme t’é brûtto”,

si alza forte dalla gremita Gradinata.