Editoriali
09 Novembre 2022

Ghirelli e la Serie C come NBA dei poveri

Una riforma che aumenterebbe solo le contraddizioni.

“Noi parliamo di riforma della formula della Serie C. La proposta è talmente duttile e flessibile che non preclude alcuna soluzione di riforma dei campionati. Unica salvaguardia che opera è mantenere i playoff. Su questi ultimi quando vennero proposti per la prima volta si scatenò un dibattito aspro contro. Questa è la storia delle riforme in Italia e il calcio è parte integrante della nostra bella e contraddittoria Italia”.

Parole e musica di Francesco Ghirelli, offerte alla stampa nel pomeriggio di venerdì 28 ottobre a margine dell’Assemblea di Lega. Così il presidente della Lega Pro ha voluto introdurre la sua “ambiziosa” riforma del format dei campionati a partire dalla stagione 2024/25: una proposta che fa molto discutere, soprattutto tra i “grandi” club, che non vedono di buon occhio la riforma avanzata da Ghirelli e ancor prima sono scettici sull’idea di spettacolarizzazione che ne sta alla base.


La proposta di riforma di Serie C di Ghirelli


Ma andiamo con ordine e addentriamoci in questa riforma, cercando di capirne di più – non sarà affatto facile, vi avvertiamo. Ghirelli sostanzialmente vuole sostituire gli attuali tre campionati con sei gironi da 10 squadre ciascuno, seguendo il modello territoriale. Le promozioni dirette scomparirebbero e tutto verrebbe deciso dalla formula dei playoff. L’ispirazione è il modello nordamericano, stile NBA, e l’obiettivo dichiarato quello di rendere più appetibile il prodotto sul mercato. Ma per avere le idee più chiare, dobbiamo iniziare a illustrare la riforma partendo dalla parte bassa della classifica.

Intanto le cose semplici: le ultime 5 classificate di ciascuno dei sei gironi (30 squadre quindi) andranno a comporre 3 gironi da 10 squadre della cosiddetta poule retrocessione. In questi, le tre ultime classificate (quindi l’ultima di ciascun girone) retrocederanno direttamente in Serie D, mentre i club dalla sesta alla nona posizione si sfideranno in gare di andata e ritorno (6a contro 9a e 7a contro 8a) per salvarsi. Le sei perdenti retrocederanno anch’esse, per un totale di nove retrocessioni; al contrario le migliori due dei tre gironi della poule retrocessione (quindi sei squadre totali) verranno ripescate per i playoff.

Compresa la fase playout, compresa si fa per dire, bisogna ora concentrarsi sulla parte alta della classifica.

Come detto non esisteranno più le promozioni dirette per le prime classificate: infatti, le prime 5 squadre di ogni girone andranno a formare i tre gironi della poule promozione (10 squadre per girone); poi le prime 3 classificate di ogni girone (9 squadre) accederanno direttamente alla fase finale insieme alla vincente della Coppa Italia di Serie C. Invece le squadre che si piazzeranno dalla 4a alla 10a posizione transiteranno nei playoff (quindi 21 squadre totali, 7+7+7) dove troveranno anche le 6 salite dalla poule retrocessione (le prime due di ogni girone playout): in totale 27 squadre entreranno in gioco in tre turni, ciascuna in gara secca. Di queste ne rimarranno 6 che si andranno ad unire alle precedenti 10 qualificate (le 9 di cui prima più la vincente della Coppa Italia) e questa sarà la fase finale dei playoff con 16 squadre, che si comporrà di otto semifinali. Quindi quattro finali – finale A, finale B, finale C, finale D – che decreteranno le quattro squadre vincitrici, ovvero le promosse in Serie B

Sperando di schiarirvi le idee…

Una riforma per ridurre i costi… e la competitività


In sostanza Ghirelli, con il suo entusiasmo per i playoff, vuole puntare tutto su questo format avendo due principali obiettivi: ridurre i costi per i club e accrescere l’appetibilità del campionato per i diritti tv (italiani ed esteri). Ma questa proposta non è un fulmine a ciel sereno: ogni anno, tramite il suo ufficio stampa, il presidente si lancia in lodi sperticate per i playoff, rivendicando l’alta affluenza negli stadi durante gli spareggi. La scoperta dell’acqua calda: da sempre i playoff attirano la partecipazione del pubblico, sia perché c’è in palio la Serie B, sia perché in primavera c’è un miglioramento effettivo delle condizioni meteorologiche, che consente l’afflusso di spettatori in strutture fatiscenti e scarsamente attrezzate per gestire condizioni avverse.

Il discorso però è ben più complesso.

Intanto dobbiamo evidenziare che questa riforma trova solo i consensi dei piccoli club di Serie C: per quest’ultimi, d’altronde, la partecipazione ad un torneo interregionale significherebbe un impatto minore sulle casse dei club. Al tempo stesso però si abbasserebbe ulteriormente il livello del campionato, creando un ulteriore ed enorme divario con la Serie B, che anno dopo anno sta invece crescendo in termini economici e tecnici. Inoltre c’è un paradosso di fondo: quello di puntare tutto sui diritti televisivi per un campionato in cui molte società hanno strutture totalmente inadeguate – e che, data la scarsa qualità delle riprese per fattori strutturali e logistici, non favoriscono nemmeno l’apporto delle pay tv.



Inevitabile quindi che una simile riforma causerebbe un interesse assai minore (anche a livello di diritti televisivi) per i campionati territoriali di “regular season”, e correrebbe il rischio di infuocare il calciomercato di gennaio con alcune società che potrebbero già essersi assicurate la salvezza tramite questi playoff. Alla faccia della competitività. Ma è in generale la visione generale di Ghirelli a puntare ad un altro modello, come dichiara sul suo profilo Twitter rilanciando la sua idea di calcio moderno:

“Messina-Monterosi 3-2, alle ore 12. Vedremo al termine degli esperimenti se l’orario possa funzionare. È certo, occorre cambiare stili di vita, la crisi energetica sarà di lungo periodo; usare fonti rinnovabili. Si può pranzare insieme alla famiglia e vedere partite di C e di A.”

Francesco Ghirelli, 6.11.22 Twitter

Sembra Ursula von der Leyen, è Francesco Ghirelli. E già immaginiamo il boom per l’idea di pranzare in famiglia, davanti la tv, con le partite di Lega Pro. Così il presidente Ghirelli, invece di ammettere l’insostenibilità di un campionato con 60 club professionistici – il calcio italiano non può più permetterselo, lo ripetiamo da sei anni – persevera nella ricerca di un modello economico per tutelare gli interessi del sistema, ispirandosi ad un modello americano lontano anni luce dalla concezione europea di calcio e dalle stesse possibilità strutturali della Lega che rappresenta.

Tagliare venti squadre di serie C, perché? Inciderebbe il taglio per venti/trenta milioni di euro sul deficit complessivo (del sistema calcio ndr) e non servirebbe a nulla.”

Francesco Ghirelli, presidente Lega Pro

C’è da dire però che, al di là della formula, è assurdo che in Italia non si riesca a parlare concretamente di riforme strutturali dei campionati di calcio: Gravina è stato eletto proprio per agire in questo senso ma una serie riforma, al momento, sembra ben lungi dal venire.



L’unico ad aver fatto sentire la propria voce, e velatamente a criticare l’iniziativa della Lega Pro, è stato il presidente della Serie B, Mauro Balata. «L’obiettivo che dobbiamo porci tutti, responsabilmente, è rivedere questo sistema nell’ottica della sostenibilità e del valore delle competizioni. Il sistema così non regge. Noi abbiamo fatto grandissimi sforzi, con un incremento del valore delle produzioni di oltre il 50% ma abbiamo anche il tema delle 4 retrocessioni e delle 7 società su 20 che cambiano ogni anno, qualcosa di anomalo a livello internazionale. La Serie B aveva già approvato la proposta del presidente Gravina, dopodiché non ci è stato restituito un proposito, una controproposta o qualcosa di simile. Bisogna fare la riforma e trovare una sintesi perché oggi siamo indietro rispetto ad altri sistemi calcistici.

Farla entro l’anno? No, va fatta subito».

Una presa di posizione chiara, che va oltre i personalismi e gli interessi di parte. Ma in effetti, se Gravina parla di possibili riforme discusse nel mese di dicembre, perché Ghirelli ha avanzato in autonomia la sua proposta? Forse perché non vuole perdere i 60 voti che ha a sua disposizione, essendo anche vicepresidente della FIGC, e vuole mantenere potere e status quo, appoggiandosi soprattutto ai piccoli (ma numerosi) club di Serie C in quelli che sono i delicati equilibri federali. Un mix tra interessi politici e la volontà di non mostrare debolezza a chi invece punta il dito su un campionato fallimentare, sempre al centro di mille scandali per la (mancata) credibilità dei campionati, con club che non riescono a terminare la stagione inficiando sulla competitività generale.

Una Lega in cui si dovrebbe far luce sulle reali gestioni dei club, con molti, troppi personaggi loschi che riescono ad entrare in alcune società approfittando delle maglie larghe dei controlli. Senza parlare poi delle famose black list introdotte nel 2019 e che non sono servite a nulla (vedi la Pistoiese con De Simone, ex AD del Trapani, che cura gli interessi del club toscano tramite una società di servizi). La verità è che la leadership del calcio italiana è debole e non ha nemmeno una seria opposizione interna. Questa riforma di Ghirelli è allora l’ennesima mossa (disperata) di una Lega Pro incapace di riconoscere i limiti di un sistema introdotto anni fa proprio da Gravina. Intanto, tra una proposta di format e una battaglia per far entrare la Serie C nelle grazie della EA Sports, noi non possiamo far altro che goderci questo – triste – spettacolo.

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