Pay-tv, diritti televisivi, lessico e mercato internazionale, agenti e intermediari, scuole calcio iper-specializzate e specializzanti. Sono solo alcune delle caratteristiche più tangibili del calcio di oggi, conseguenza ineludibile dell’attuale contesto globalizzato. Ma il calcio non è sempre stato questo.

 

 

Qualcuno giura d’aver vissuto in un’epoca nella quale nessuna rete televisiva trasmetteva partite in diretta, e gli highlights in bianco e nero della RAI erano gli unici scampoli di immagini. “Tutto il calcio minuto per minuto” raccontava soltanto i secondi tempi, le voci dei radiocronisti popolavano i bar di paese gremiti di tifosi e i ragazzi tentavano di emulare le gesta dei grandi campioni giocando liberi per strada e negli oratori. È in questo contesto che prende forma il mito di Giacinto Facchetti.

 

 

 


Le origini


 

Sono gli anni della ricostruzione post Seconda Guerra Mondiale. È un’Italia che pian piano riparte sospinta da capisaldi morali di stampo democristiano. La guerra ha tolto quasi tutto, ma lo spirito del Paese è ansioso di risorgere sulle macerie del conflitto. Treviglio, tranquillo comune a 20 km da Bergamo. All’oratorio del paese si presenta un ragazzo di 12 anni, alto e magro. Si rivolge al responsabile chiedendo

“Come si fa a giocare a calcio? Posso giocare anch’io?”.

Il ragazzo si piazza in difesa, il responsabile gli aveva spiegato chiaramente i rigidi ruoli del tempo: chi sta in attacco deve segnare, chi sta in difesa deve impedire agli avversari di segnare. Ma il ragazzo col passare del tempo si spinge in attacco, poi torna indietro a difendere, poi di nuovo in attacco. È un moto perpetuo per tutto il campo, aiuta e si sacrifica per i compagni, è dominante. Così dominante che al momento della formazione delle squadre, dopo il più classico dei “pari e dispari”, alla frase “Io prendo Giacinto” si rispondeva “Ah no, Giacinto ne vale tre, perché difende, attacca e segna”.

 

 

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Un giovane Giacinto Facchetti in maglia nerazzurra (foto Inter)

 

 


La chiamata di Baüscia


 

In tutta la Lombardia inizia a spargersi la voce del suo talento. L’Inter lo acquista senza pensarci troppo.

“Mi misi l’abito buono, presi il treno per Milano e appena firmato il contratto non ci potevo credere: ero un giocatore dell’Inter!”.

È la sintesi del modo in cui Facchetti amava ricordare quei momenti. L’emozione per “l’abito buono”, senza procuratori a strappargli lembo dopo lembo la veste. “Il mago” Herrera rimane folgorato dalla sua facilità di corsa e dalla sua propensione ad alternarsi ininterrottamente tra difesa e attacco, e non ci mette molto a farlo esordire in Serie A.

 

 

Roma-Inter, maggio del 1961. A Facchetti viene richiesto di marcare Ghiggia, l’uruguaiano che nel giorno del “Maracanazo” fece piangere milioni di brasiliani. Non fa una gran figura, Giacinto. Ad Herrera viene subito chiesto il perché dell’utilizzo del giovane Facchetti, la sua risposta è serafica.

“Questo ragazzo sarà una colonna fondamentale della mia Inter”.

I giornalisti sono scettici, ma Herrera insiste e rilancia: vara per la sua Inter una tattica innovativa, fatta di ali d’attacco che difendono e di terzini che attaccano. Una tattica “bislacca” per i più, un primo assaggio di “calcio totale” per i posteri. E Facchetti beneficia incredibilmente di questi nuovi schemi, diventando un terzino a tutta fascia che difende in maniera straordinariamente pulita ed efficace e che si lancia in attacco tagliando al centro e segnando. In barba alla classica figura del “terzinaccio” che deve saper solo difendere randellando gli avversari.

 

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Armando Picchi, capitano dell’Inter datata 1964, celebra insieme ai compagni e a Giacinto Facchetti, che qui solleva la coppa, la vittoria dei nerazzurri nella World Cup Championship al Santiago Bernabeu di Madrid, 26 settembre (foto di Hulton Archive/Getty Images)

 

 


La Grande Inter e il giovane, ma già grande, Facchetti


 

È così che nasce la Grande Inter che vincerà tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel segno della modernità. Herrera modifica il concetto di calcio professionistico, che di “professionistico” prima di lui aveva ben poco. Introduce la preparazione fisica intensa e sfiancante e impone ai propri giocatori “la vita da atleta”: alimentazione curata, controllo del peso e privazione degli eccessi al di fuori del campo. Facchetti, con la vita da atleta, va a nozze. Segue alla lettera le indicazioni di Herrera senza sgarrare di un millimetro, dà il massimo negli allenamenti, va a letto presto la sera e cura il proprio benessere psicofisico in funzione della partita della domenica. Nei novanta minuti è infatti inarrestabile.

 

 

Facchetti è sin da giovane un cultore del lavoro e del metodo. È serio, attento ai particolari, minuzioso. Si fascia le dita di uno dei due piedi prima di ogni partita per poter calciare meglio. Per recuperare il prima possibile dagli infortuni, passa giornate intere al centro sportivo, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, per poi andare a letto alle otto di sera.

L’attenzione al lavoro gli deriva dalle sue umili origini e dalle sfide che la vita gli impone sin da giovanissimo.

Figlio di un ferroviere, perde la madre a diciassette anni. Un legame profondo con la famiglia che viene esaltato in una delle sue prime interviste da calciatore. «La mia infanzia è stata normale, felice, fino a quando è morta mia madre. Mio padre, mio fratello e le mie tre sorelle mi hanno aiutato molto a passare quei brutti momenti». La famiglia è tra i punti cardinali della sua vita anche da adulto. Giacinto sposerà una semplice ragazza di un paese vicino a Treviglio, Giovanna. Non sono ancora i tempi in cui i calciatori si legano indissolubilmente a veline e showbiz, un mondo di riflettori e false luci dal quale – ne siamo certi – anche il più giovane e inesperto Facchetti avrebbe saputo stare alla larga.

 

 

Facchetti è umile. Nonostante i mezzi fuori dal comune, si sente “un uomo qualunque”. È di poche parole, nelle interviste come nella vita di tutti i giorni. Le soppesa, taglia il superfluo. È un animo buono, all’apparenza senza grinta. Suo padre era solito dire di lui: «È troppo buono, non picchia». In realtà Facchetti, di grinta, ne ha da vendere. Non la dimostra nelle espressioni, ma nei fatti. Interviene sugli avversari “in punta di piedi”, cercando il pallone e non la gamba del rivale. «Per me il calcio è ancora uno spettacolo e quindi bisogna evitare, nel possibile, di fare interventi pericolosi per l’avversario». Grintoso ma elegante in ogni zona del campo.

 

 

facchetti murales

Giacinto Facchetti dipinto, in eterno, sulle mura della città di Milano

 

 

Una sola espulsione in tutta la carriera, avvenuta per “applauso ironico” all’arbitro subito dopo essere stato ammonito. Un gesto istintivo, una leggerezza punita e accettata di buon grado. All’espulsione non segue alcuna reazione, Facchetti si dirige verso gli spogliatoi senza protestare. E qui accade l’insolito: il pubblico non protesta per la decisione dell’arbitro, piuttosto si riunisce in un lungo applauso in tributo al proprio beniamino. Anche questa è la grandezza di Facchetti, unire i propri tifosi in eticamente profonde gesta di sport anziché in inutili sceneggiate.

 

 

 


Facchetti Nazionale


 

Ai tempi in cui la critica ancora mal vedeva l’idea che i terzini potessero spingersi in fase offensiva, Herrera dichiara un’altra delle sue sentenze. «Facchetti diventerà il giocatore con più presenze nella nazionale italiana». Anche questa volta il Mago ha ragione. Facchetti esordisce in Nazionale sotto la guida tecnica di Edmondo Fabbri. Il CT riconosce il talento di Facchetti, ma la sua concezione di calcio è diversa dalle modernità introdotte da Herrera. Fabbri è difensivista, in un solo termine “catenacciaro”. Per lui la difesa deve esclusivamente limitare gli avversari, a lei non possono essere deputati compiti di attacco. In Nazionale, Facchetti, per consegne tattiche non può spingersi in avanti.

 

“Il vero calcio è quello dell’Inter e non quello della Nazionale Italiana, perché il signor Fabbri ci proibisce di andare in avanti. Lui vuole solo pareggiare, e con i soli pareggi non arriveremo da nessuna parte in Inghilterra”.

 

Parole di fuoco, quelle di Facchetti. Il capitano è un uomo d’altri tempi, che sa esprimere le proprie opinioni con pacatezza ma con fermezza. Mettendo a rischio il suo posto in Nazionale. Ma riuscendo anche ad essere profetico: ai mondiali del 1966 il dentista nord-coreano prestato al calcio Pak Doo-Ik ci manda a casa. È la più grande figuraccia nella storia della selezione azzurra.

 

 

La carriera di Facchetti in Nazionale non si ferma agli asti con Fabbri: ne diventa capitano, vince l’Europeo del 1968 sollevando la coppa e con 94 presenze totali diventa il recordman di gettoni in azzurro. Capitano nell’Inter e in Nazionale, quando ancora si diventava capitani per carattere adatto a ricoprirne il ruolo e non per fama o maggiore esperienza. Il capitano dei capitani, per Fabio Cannavaro.

 

 

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Giacinto Facchetti qui ritratto in maglia nerazzurra

 

 


La fine della carriera, l’inizio della leggenda


 

Sarà proprio la sincerità a chiudere per sempre la sua esperienza in azzurro. È il 1978, Facchetti è al termine della carriera e da qualche anno ha spostato il proprio raggio d’azione dalla fascia al centro della difesa, mantenendo grande efficacia nonostante il passare degli anni. Bearzot vuole convocarlo per i Mondiali in Argentina, ma pochi mesi prima delle convocazioni Facchetti si infortuna. Fa di tutto per recuperare in tempo, ci riesce ma non è in grande forma. E con lealtà lo fa presente a Bearzot: «Mister, non sono in grado di essere competitivo, chiami un altro al mio posto».

 

“Quando avrò smesso di giocare a calcio, vorrò essere meno calciatore e più uomo”.

 

Dopo il ritiro, Facchetti diventa dirigente dell’Inter, prima da direttore generale e infine da presidente. È nella sua carriera dirigenziale che dà nuovamente prova delle proprie qualità umane. Ascolta i calciatori, dai titolari alle riserve, si sincera delle loro necessità, fornisce insegnamenti senza parlare in prima persona. Con modestia, da “uomo qualunque” pur consapevole del suo ruolo. Rimane gentile e disponibile con gli addetti ai lavori, dai giornalisti ai magazzinieri. Rispetta gli avversari, come ha sempre fatto da calciatore. Come ai tempi delle sobrie e divertenti uscite serali con amici che giocavano nel Milan, nelle quali era il barzellettiere della comitiva.

 

 

Come quando il milanista Lodetti fu escluso all’ultimo secondo e senza spiegazioni dai convocati della Nazionale ai Mondiali del 1970. «Giovanni, non entro nel merito, sono cose che succedono, siamo professionisti. Ma il mio numero di telefono lo conosci, qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno, chiamami». E continua a sostenere la sua Inter, “la sua seconda casa”. Gli anni di Calciopoli, il marcio e la grande sconfitta per gli uomini di sport come lui.

 

 

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Giacinto Facchetti insieme ai due neo-acquisti Zanetti e Rambert (foto Passione Inter)

 

 

Per Facchetti il tempo di comprendere bene gli effetti dello scandalo che ha scosso il calcio italiano non è molto. Si ammala gravemente, di un male che lo colpisce così inaspettatamente che lui stesso confida, con un filo di ironia mista ad amarezza, di sentirsi come un personaggio di un racconto di Buzzati che si reca in ospedale pensando di non avere nulla e poi si accorge di avere “troppo”.

 

 

Un male che lo spegne nel giro di pochi mesi. Ma fino all’ultimo rimane lucido, col sorriso di sempre nonostante la fine fosse vicina. Nelle tante visite ricevute da amici e colleghi distoglie subito ogni discorso sul proprio stato di salute per non mettere gli ospiti in soggezione, gli piace scherzare. Come con Boninsegna e Burgnich. «Tarcisio, tu la palla non la sapevi stoppare. Appena la toccavi ti sbatteva in faccia. Bonimba, ti ricordi delle botte che Tarcisio ti dava quando giocavi nel Cagliari?»

 

 

“L’Équipe” lo ricorda come “Le seigneur de l’Inter, lo Stade de France gremito gli dedica un lungo e spontaneo applauso. Dall’esterno della basilica di Sant’Ambrogio di Milano, dove i funerali di Facchetti si sono celebrati, si sentono voci dei tifosi e della gente comune accorsa per l’ultimo saluto al capitano.

 

“Giacinto – con quel bel nome vegetale – era figlio della sua terra: un bergamasco senza montagna e senza accento, che dei bergamaschi aveva però le qualità che contano, e al resto d’Italia spesso sfuggono: la tenacia, l’affidabilità, l’incapacità di parlare a vanvera, l’indignazione lenta ma implacabile.” (Beppe Severgnini)