Per la dote di incarnare il carattere di una “razza”, Giacomo Bulgarelli deve essere considerato una bandiera di Bologna e non solamente del suo Football Club. Il 12 febbraio 2009 la città ha pianto uno dei suoi affetti più cari ed autentici, un figlio che ha saputo portarne il nome e l’identità in tutto il globo. Descrivere l’animo di un bolognese ad un forestiero è un esercizio tutt’altro che banale ed il rischio di rimanere incompresi è alto, per quanto possa essere minuziosa ed articolata la lezione. In ogni tempo la città è vissuta su un peculiare equilibrio, fondato sulla capacità di conciliare al suo interno anime profondamente distinte.

 

 

Concepita da cromosomi etruschi, gallici e romani, è cresciuta tra il desiderio di libertà e l’assoggettamento alle signorie ed allo Stato Pontificio, antitesi il cui esito è ben visibile sulla facciata della basilica di San Petronio.

 

Nel Ventennio  la strage di Palazzo d’Accursio avvia il fascismo agrario e la città è considerata da Mussolini come base della fedele Decima Legio; invece, dopo l’8 settembre, è scenario di uno dei più eclatanti successi della Resistenza. Nel Dopoguerra si professa “di sinistra” ed abbraccia l’american way of life all’italiana, così negli anni ’60 si scopre borghese, ma appena un decennio dopo è la camera di combustione in cui divampa l’antagonismo giovanile.

 

 

Tanto quanto la storia, anche la geografia ha contribuito a plasmare l’anima felsinea, ponendo la città sul crocevia tra Pianura Padana e Mediterraneo, ai piedi degli Appennini ma a meno di un’ora di macchina dal mare. In bilico tra Strapaese e Stracittà, il capoluogo emiliano vanta i pregi della provincia ed ammette i vizi della metropoli.

 

 

Il fascino eterno di Bologna ha sempre attirato arte e cultura (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Bologna ti sa accudire come una madre amorevole, ma può castigarti come una vecchia zia inacidita. Amante passionale, è in grado allo stesso tempo di mostrare il lato peggiore della più orrenda megera. A questo punto l’osservatore superficiale potrebbe pensare che l’animo petroniano affondi ed anneghi in questa miscela apparentemente confusa ed incoerente di esperienze, situazioni ed influenze; commetterebbe invero, l’osservatore, una leggerezza imperdonabile.

 

 

Il carattere degli autoctoni riflette chiaramente questo crogiuolo millenario, individuando la sua peculiarità proprio nell’esaltazione del carnevalesco spettro delle diverse personalità presenti nell’italica Penisola. Nella polarizzazione tra Nord e Sud, il bolognese trova la sua ragion d’essere nel mitigare i pregi ed i difetti delle differenti realtà, conciliandoli nel suo spirito unico. Indaffarato e laborioso, il nativo all’ombra del Nettuno trova sempre il tempo per dedicarsi alle prelibatezze della cucina tradizionale, connubio tra ingredienti popolari e precise proporzioni geometriche.

 

 

Se canticchia le più amare strofe di Lucio Dalla, poi può concludere con una dissacrante rima degli Skiantos, oppure, mentre ripassa tra sé e sé i versi risorgimentali del Carducci, può esplodere in un “Socc’mel!” . Di fronte alle tombe dei Glossatori, antichi maestri di Diritto, ti racconta orgoglioso della fondazione dell’Università, lamentandosi allo stesso tempo dei fuorisede; la filippica termina soltanto se, vinto dalla fame, passa all’enunciazione delle migliori trattorie del circondario. In una di queste, l’oste prima ti squadrerà con diffidenza, poi ti servirà un sensuale piatto di tajadel o turtlèin, ed in conclusione si siederà sorridente al tuo tavolo per farsi un bicchiere alla tua salute.

 

Il bolognese non si fida dei preti, ma chiede protezione alla Madonna di San Luca, che veglia dalle icone ovunque disseminate nel chiaroscuro dei portici e dai cruscotti delle auto targate “BO”. Infine, che si tratti di BFC, Fortitudo o Virtus, gode, soffre e rimugina sulle vicende sportive tutta la settimana, giorno e notte, anche se, da Pasqua in poi, la domenica scappa al mare.

 

Adesso si intuisce lo scetticismo del lettore ed il limite ormai superato della sua pazienza, ma questo studio antropologico “al ragù” è determinante per comprendere la figura del Nostro e la sua virtù pedatoria.

 

Infatti questa capacità di sintesi, dote che ha permesso di fondere armoniosamente le variegate sfaccettature della vita sotto le Due Torri, trova una perfetta corrispondenza nel modo in cui Giacomo Bulgarelli ha interpretato il ruolo di centrocampista fondendo insieme recupero e rifinitura, grinta e tocco, regia e tackle. Anche nella personalità, il numero 8 ha saputo incarnare lo spirito della gens bononiensis: fuori un borghese dal tono pacato e ponderato, in campo pronto a tutto per la causa rossoblù.

 

 

Il colpo di fulmine per il pallone si abbatte su Giacomino tra il campetto dell’oratorio e lo spiazzo della sua casa di Portonovo di Medicina, paesino di campagna ad una trentina di chilometri dal capoluogo. Negli anni cinquanta la famiglia si trasferisce nella periferia orientale di Bologna, nell’odierno quartiere Mazzini, dove i ragazzini posso sfogare le loro voglie negli spazi verdi che si alternano ai neonati palazzoni.

 

 

Leggenda narra che su questi cortili si affacciasse proprio la finestra dell’appartamento di Guyla “Giulio” Lelovich, che non si lascia sfuggire quel piccoletto che corre a testa alta e gioca senza guardare il pallone, condotto con tocchi eleganti. L’ungherese è al servizio del club dagli anni 30’, quando diviene il capostipite della gloriosa dinastia di allenatori magiari che guidano quel Bologna “che tremare il mondo fa”.

 

Giacomo Bulgarelli, figlio e simbolo di Bologna

 

 

Fedelissimo del presidente Dall’Ara, adesso dirige le giovanili felsinee, in cui a quattordici anni viene arruolato il nostro protagonista. Gli anni dell’adolescenza passano rapidi, gli allenamenti si susseguono alle lezioni del Liceo classico San Luigi, mentre le prime “cotte” lasciano il segno tanto quanto le prime esperienze con la prima squadra, che in quegli anni alterna salvezze sofferte a piazzamenti ai piedi del podio della classifica della serie A. Al di là dei risultati altalenanti, si attinge dal fertile vivaio i cui germogli daranno dolci frutti nelle stagioni a seguire.

 

 

Così, nella primavera del ’59. arriva finalmente per Giacomein l’esordio in massima serie, reso ancora più agognato dall’ultimatum paterno: «Se non ti fanno giocare di qui a un mese, ti tolgo dal Bologna!». Fortunatamente l’allenatore Alfredo Foni non tentenna oltre ed il 10 aprile dello stesso anno, in occasione dell’1-0 sul Lanerossi Vicenza, Bulgarelli veste la maglia del Bologna per la prima volta, seguita dal bis contro la Lazio sette giorni dopo. Sedici anni dopo, gli almanacchi ne registreranno 488.

 

Bandiera. (Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

 

 

L’annata successiva, la maturità appena conseguita e l’iscrizione alla facoltà di Giurisprudenza rassicurano definitivamente il padre Leardo, ma Giacomo è ben più interessato a cogliere i dettami tattici del ruvido Federico Allasio. L’impegno e la determinazione lo introducono stabilmente nelle rotazioni della squadra che, trascinata dai centri di Gino Pivatelli ed Ezio Pascutti, chiude al quinto posto. “Piva” diviene famoso per il destro alla dinamite e le vertiginose medie realizzative, il cui apice è rappresentato dalle 29 marcature in 30 presenze nel campionato 55/56.

 

 

Dopo sette anni rossoblu, conditi da 105 gol in 196 apparizioni, passerà al Napoli prima di conquistare la prima Coppa dei Campioni del Milan. Invece Pascutti, friulano di Mortegliano, giunge in Emilia poco più che cinno (“ragazzino” in dialetto bolognese) e viene adottato per sempre dalla città. Amato tanto quanto Bulgarelli, a cui è unito da un legame fraterno sin dai tempi delle giovanili, è un’ala sinistra che abbina capacità balistiche uniche ad un’incredibile carica agonistica, a volte ingestibile.

 

Pascutti in tuffo anticipa Burgnich ed insacca: forse l’immagine più famosa dell’immaginario rossoblù.

 

 

Torniamo quindi all’epilogo della stagione ’59/60, quando giunge il momento della firma del primo contratto professionistico: Giacomo è convocato agli uffici della società, in via Amendola nei pressi della stazione. Qui, Dall’Ara è solito fare aspettare i giocatori un paio d’ore sull’uscio, nel tentativo di prenderli per sfinimento e scongiurare sul nascere qualsiasi discussione riguardo l’offerta, da lui presentata. Anche questa volta il copione si ripete impietoso e, nonostante si fosse premunito con un paio di panini farciti seguendo il consiglio dei compagni, quando viene ricevuto dal patron ben oltre l’ora di cena, Bulgarelli crolla e firma praticamente in bianco.

 

 

Poco dopo, in occasione dei Giochi di Roma 1960, la convocazione per la Nazionale Olimpica testimonia la stima di cui gode non soltanto sotto le Due torri. La selezione guidata dalla coppia Rocco-Todeschini chiuderà al quarto posto e porterà alla prima ribalta internazionale una nuova generazione di Azzurrini, tra cui Rivera, Trapattoni e Burgnich. Nell’annata ’60/61, il Bologna ha concluso al nono posto ma, nonostante ciò, le buone prestazioni degli elementi più acerbi convincono il presidente ad investire sul gruppo. Il progetto dovrà riportare il club saldamente ai vertici del campionato e la squadra dovrà essere condotta al salto di qualità dal nuovo mister, Fulvio Bernardini.

 

Giacomo Bulgarelli mentre telefona alla moglie dal ritiro azzurro (Ted West/Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Romano del Terminillo, Fuffo è stato centromediano di innata classe e superiore visione di gioco tra Lazio, Inter, Roma e Nazionale; dopo un’esperienza come giornalista, nel Dopoguerra inizia a girare lo Stivale, dispensando lezioni dalla panchina. Nel ’39 aveva assistito al 2-2 tra Italia ed Inghilterra ed era rimasto ammaliato dal “Sistema” degli ospiti, tanto da abiurare le convinzioni maturate in quasi vent’anni di carriera.

 

 

Ovviamente il suo credo calcistico lo aveva reso il bersaglio designato per le affilate penne della stampa fedele ai dogmi di Brera.«Prima si insegna a giocare a calcio e poi si vincono gli scudetti: ma poi!» è il mantra con cui si presenta a Bologna e, nonostante le divergenze caratteriali li rendano umanamente incompatibili, il presidente Dall’Ara sa di aver affidato i suoi ragassoli al più illuminato maestro di calcio del tempo.

 

 

Ebbene, si sa che per lo svezzamento dei giovani sono necessari allenatori che, animati da fiducia, coraggio ed acume tattico, sappiano introdurli alla Verità del calcio, permettendo loro di realizzare il salto da promesse a campioni. Precettori in grado di volgere l’irruenza e la fame, tipiche della gioventù, al servizio del talento e dell’abnegazione. Nel caso di Bulgarelli, questo provvidenziale precettore sarà rappresentato proprio dal Dottore.

 

In maglia azzurra nel 1965.

 

 

Inizialmente Giacomo veste la numero 10 ed è provato con Romano Fogli davanti alla difesa, per un’accoppiata ad alto tasso di tecnica e fosforo. Tuttavia lo 0-3 al Comunale contro la Fiorentina fa rimescolare le carte a Bernardini, che rinforza il centrocampo grazie al dinamismo di Franzini. Così, la squadra trae giovamento dal maggior equilibrio sulla mediana e finalmente ingrana, tanto che il tabellone finale indica il quarto piazzamento, impreziosito dalla conquista della Mitropa Cup.

 

 

Intanto, mentre in città ci si prepara alle ferie, Giacomo ed i compagni Pascutti, Tumburus e Janich, si imbarcano con gli Azzurri verso il Cile, paese ospitante della Coppa del Mondo del 1962. Dopo il pareggio a reti inviolate contro la Germania Ovest, la selezione di Mazza e Ferrari esce con le ossa rotte dal cruento confronto con i padroni di casa, tramandato ai posteri come la Battaglia di Santiago. Il secco 3-0 inferto alla Svizzera è mera statistica, ma Giacomino coglie “la palla al balzo” per ben due volte, potendo così celebrare l’esordio in Nazionale maggiore con una doppietta. Intanto, mentre i bolognesi cercano di sfuggire all’afosa estate, in sede si lavora per spezzare l’egemonia dell’asse Milano-Torino, metropoli divenute ormai i centri di poteri dominanti del pallone tricolore.

 

 

Il fiuto per gli affari e la lungimiranza di Dall’Ara portano all’ombra del Nettuno il nazionale tedesco Helmut Haller, raffinato talento che dispensa tanti assist e dribbling in campo, quanti sorrisi e goliardate fuori. Il nuovo innesto obbliga Bernardini a ridisegnare la mediana, un riassetto che metterà tutti d’accordo. Infatti, per quanto Bulgarelli si senta limitato in principio dal potenziale del biondo teutonico, il Dottore, cucendogli la numero 8 sulla pelle, spiega:

 

«Mi ascolti e mi segua: Haller non recupera palla, Haller mi gioca sulla trequarti ed oltre, quindi lei mi deve stare dieci metri più indietro, lei ha la testa ed i piedi per fare quello che le chiedo. Lei mi farà l’interdizione e la regia. Lei dice che le chiedo troppo? No, le chiedo di farmi quello che lei sa e saprà fare meglio».

 

In effetti il Bologna si dimostra il miglior attacco del torneo, ma l’eccessiva permeabilità della retroguardia non consente di andare oltre all’ennesimo quarto posto, proprio dietro a Inter, Milan e Juve. Ormai Giacomo è cresciuto ed il suo carattere spicca in campo: sul rettangolo verde sta acquisendo le malizie del mestiere di centrocampista ed ha imparato a non tirare indietro la gamba nei contrasti, come si accorgono presto gli avversari. Inoltre, sebbene la fascia da capitano sia saldamente stretta attorno al braccio sinistro dell’esperto Pavinato, terzino granitico, il suo carisma è altrettanto rispettato nello spogliatoio. Come la tecnica si va perfezionando, anche la personalità del ragazzo non esita a manifestarsi nella quotidianità.

 

 

Da buon felsineo, ama le tavole imbandite e le gambe tornite delle gnòche, sapendo alternare un sorriso goliardico alla schiettezza della lingua. In particolare, non può digerire le critiche capziose né da parte dei giornalisti, né da parte dei tifosi. Riguardo ai primi, tiene a precisare che «Io leggo la firma e non posso offendermi se chi mi critica è un imbecille!». Invece, quando un manipolo di sostenitori lo accusa di aver fatto le ore piccole in dolce compagnia, prima di una partita di coppa, lui suggerisce loro di non perdere tempo con tali stupidaggini e di prestare più attenzione alle signore e signorine rimaste a casa, da sole.

 

 

A proposito di giornalismo: il tifoso Pasolini “torchia” i suoi beniamini in Comizi d’amore (1965).

 

 

Intanto dal “Mantova dei miracoli” è arrivato il portiere William Carburo Negri, che infonde rinnovata sicurezza al reparto arretrato e finalmente il BFC può volare. Il Diavolo prova a mantenere il passo dei rossoblu e dell’Internazionale, ma la sconfitta casalinga contro i primi lo esclude dalla volata scudetto. Alle idi di marzo, dopo aver espugnato San Siro, il Bologna è in testa, ma un fulmine a ciel sereno sconvolge il campionato, che si tinge di giallo, poi tragicamente di nero.

 

 

Le analisi dei campioni di urine prelevati in seguito alla gara casalinga contro il Torino, giocatasi a febbraio, rivelano tracce di sostanze amfetamino-simili nelle provette di cinque rossoblu: Fogli, Pascutti, Capitan Pavinato, l’ala destra Perani e Tumburus, che vengono immediatamente deferiti insieme a Bernardini ed al medico sociale Igino Poggiali. Mentre la società chiede accertamenti, i tifosi, che si riuniscono al centralissimo “Bar Otello”, insorgono. Per Giacomo non ci sono dubbi:

 

«Ho giocato decine di partite a Milano e ce l’hanno sempre messo in quel posto. E adesso hanno fatto un capolavoro. Bene, bravi e bis, bastardi che sono tutti quanti!».

 

Seguono due mesi di polemiche e veleni, in cui scendono in campo anche medici, avvocati, il tribunale federale e la giustizia ordinaria. Infine a maggio, la Provvidenza tende la mano ai felsinei: i riesami rilevano una quantità elefantiaca di “drogaggio”, le provette sono state manomesse. Cinquantanni dopo, i congiurati rimarranno ancora ignoti, ma intanto il BFC riottiene i tre punti della vittoria contro i granata e conclude il campionato a 54 punti, pari ai nerazzurri, nonostante la sconfitta interna nello scontro diretto, durante la Pasqua di sangue. Dopo varie ipotesi, la Federazione decide di dirimere l’inedita questione con uno spareggio da disputarsi all’Olimpico di Roma.

 

 

Tre giorni prima nella sede milanese della Lega Angelo Moratti, patron della Beneamata, e Dall’Ara si confrontano riguardo i premi da destinare ai giocatori: il patron del Bologna vuole evitare un’asta al rialzo, ma la diatriba si fa complessa e, già provato dalla tribolata stagione, il suo cuore non regge più. Ruspante reggiano, capace imprenditore nell’ambito della maglieria, il calcio gli era stato imposto oltre trentanni prima dai vertici del Fascio bolognese. Lui, di quello sport, si era follemente innamorato. Ne aveva indagato i segreti, conciliando fiuto per i talenti e senso degli affari. Ai suoi calciatori riservava affetto paterno, ma mai una lira più del dovuto.

 

 

Durante i funerali che si celebrano nel cimitero monumentale della Certosa, a due passi dallo stadio che oggi ne porta il nome, i Bolognesi omaggiano il fautore di squadre che avevano fatto tremare il mondo e poi giocato come in paradiso”, stagioni fastose che non torneranno mai più. Il 7 giugno, per chi non ha potuto raggiungere la capitale, le radioline Ducati diffondono la telecronaca di Niccolò Carosio in tutta la città: nella ripresa Fogli e Nielsen trafiggono Sarti, e i rossoblu sono campioni d’Italia.

 

 

La doppietta di Bulgarelli nella partita incriminata contro il Torino.

 

 

Al triplice fischio di Concetto Lo Bello, Giacomo crolla sul terreno di gioco. Le emozioni sono state troppe, i pensieri gli sfuggono, forse è deve soltanto godersi l’intensità di quell’attimo irripetibile. Pasolini lo aveva definito prosatore realista, mentre i suoi contemporanei, tra colleghi e cronisti, ricorrono alle diciture di regista, mezzala e metodista. Forse un’etichetta risulterebbe riduttiva, ma si potrebbe usare centrocampista area-area, rifacendosi al concetto del box-to-box britannico.

 

 

Partendo davanti alla difesa, il numero 8 rossoblu interpreta il ruolo conciliando corsa e tecnica, offrendo copertura alla retroguardia e trovando le soluzioni più semplici ed efficaci per rilanciare l’azione. Il suo gioco da un lato anticipa il temperamento di giocatori inglesi come Scholes, Lampard e Gerrard, dall’altro presenta i virtuosismi dei maestri della scuola spagnola, anzi catalana, vedi Xavi ed Iniesta, impareggiabili per l’eleganza e la disarmante spontaneità delle giocate.

 

 

A tu per tu con Bulgarelli, fresco campione d’Italia.

 

 

Quando l’ambiziosa Nazionale raggiunge l’Inghilterra per la Coppa Rimet del 1966, è ovvio che dai suoi piedi passeranno le trame e le speranze azzurre. Il gruppo, di cui è il capitano, verte sui blocchi di Bologna ed Inter, in più annovera talenti come Rivera, Meroni ed Albertosi tra i pali. Grazie a Mazzola e Barison ci si prende la rivincita sul Cile, ma poi si perde di misura con l’URSS, bestia nera. Alla vigilia della gara decisiva contro la Corea del Nord, il ginocchio di Giacomo è in pessime condizioni, tuttavia il medico Fini dà il via libera e lui non si tira indietro. Purtroppo, a metà primo tempo, un duro intervento lo stende sul manto verde di Ayrsome Park; prova a rientrare, ma è costretto ad uscire in barella e l’Italia rimane in dieci.

 

 

La porta dei coreani è maledetta, gli Azzurri sprecano di tutto, poi segna Pak Doo Ik e si consuma la tragedia sportiva. Il c.t. Fabbri è scaricato dalla Federazione e dato in pasto alla stampa milanese, che non ha ancora digerito lo spareggio e lo accusa falsamente di filo-bolognesità. Segue l’epurazione dei giocatori rossoblu, a cui in teoria sopravvive solo Giacomo. Nella pratica però, appena due partite dopo si conclude la sua carriera in azzurro, a ventisette anni. E dire che gli estimatori non mancheranno, anche in futuro.

 

Bulgarelli è costretto ad uscire in barella, per l’Italia è la fine. (Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Nell’estate del ’70 il Bologna è in tournée a Bucarest, quando la voce che il Milan stia per acquistare Bulgarelli si diffonde nell’albergo Athenèè, che ospita la squadra. Franco Carraro vuole esaudire i desideri del Paròn e del neo Golden Boy Rivera, che lo pressano: «Presidente, Lei ci porti Bulgarelli, che al resto pensiamo noi». Edmondo Fabbri, che ha pagato a caro prezzo la scelta di schierarlo in quel maledetto pomeriggio di Middlesbrough, si precipita in aeroporto, sale sul primo aereo per il Guglielmo Marconi e poi batte i pugni sulla scrivania del patron Venturi: «Bulgarelli non si tocca!». Così sarà, anche per volontà della moglie Carla, e quella rossoblu rimarrà la sua unica maglia.

 

 

Storia d’amore che infine conoscerà l’ingratitudine della società, quando nel maggio del ’75 arriva per Giacomo il momento di appendere le scarpe al chiodo. Un degno addio se lo regala lui stesso, ma lontano dai riflettori, andando a rendere omaggio all’unico bolognese più grande di lui, il leggendario Angiolino Schiavio. Negli anni seguenti, resterà sempre vicino al suo club, governato suo malgrado da dirigenze eufemisticamente inadeguate, quindi contribuirà alla fondazione dell’Associazione Calciatori, con gli amici Mazzola e Rivera. Infine, sarà spalla tecnica posata e competente in numerose telecronache.

 

«Al Bologna ho dato il cuore e l’intera carriera. Anche i ginocchi, malandati negli ultimi tempi, nel tentativo di raggiungere, a trentacinque anni, il record di presenze con la maglia rossoblu. E il Bologna mi ha dato i momenti più belli, la parte più importante della mia vita».

 

Per ricordarlo non si può prescindere dal saluto che, dai distinti sotto la torre di Maratona, l’illustre tifoso Gino Villani gli dedicava ad ogni entrata in campo: «Onorevole Giacomino, salute!». In occasione della morte, la Curva Andrea Costa, oggi intitolata in suo onore, gli ha dedicato uno striscione: nel cuore di Bologna le vere bandiere continuano a sventolare. Ora e per sempre, aggiungiamo noi.

 


Bibliografia:.

Onorevole Giacomino, vita e successi di Giacomo Bulgarelli” (di G. Civolani, Minerva Edizioni, 2010).

Angeli e diavoli rossoblù, il Bologna nei racconti dei suoi campioni” (di F. Calzia e F. Caremani, Bradipo Libri, 2003).

Bologna, un secolo d’amore” (di G. Marchesini, Gianni Marchesini Editore, 2009).