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7 Giugno

Non potrebbe più esserci un Gianni Clerici

Valerio Santori

32 articoli
In un'epoca come la nostra di piattume e pesantezza.

“Per sempre nella storia del tennis italiano”. L’annuncio arriva dagli account social degli Internazionali D’Italia, dove insieme alla notizia della dipartita si comunica anche che la Sala Stampa gli verrà da oggi intitolata. Un omaggio dovuto allo Scriba del tennis, Gianni Clerici, che «con la sua prosa e la sua voce ha accompagnato intere generazioni di appassionati del nostro sport, facendole sognare». Quando muore un vero maestro, difficilmente riconducibile a etichette di ogni sorta, solitamente i “coccodrilli” si popolano di aneddoti ancor prima che di numeri, di preziosi ricordi personali ancora prima che di riconoscimenti professionali.

E ciò è particolarmente azzeccato se il gigante in questione ha fatto di tutto in vita per non sembrare tale, se la sua esuberanza non può essere ridotta ad alcun profilo di carriera. Noi che Gianni Clerici non lo abbiamo mai realmente conosciuto, però, possiamo solo ricordarlo per ciò che ci era dato vedere e sentire, ovvero per i suoi articoli, le sue telecronache e i suoi libri – che hanno fatto innamorare molti di noi del tennis; e ancor più per il suo stile inconfondibile, fatto di leggerezza sorniona e beffarda. Quello stile che qualcuno oggi definisce “lombardese” citando non a sproposito un altro grandissimo che allo sport ha concesso una vita: Gianni Brera, che lo aveva voluto appena diciannovenne alla Gazzetta dello Sport.

«”Sono quello con la racchetta“. Rispose a Gianni Brera che gli chiedeva come poteva riconoscerlo all’appuntamento che si erano dati in galleria a Milano».

Dall’ottimo articolo di Marco Ciriello di oggi sul Mattino

Come Brera, anche Clerici aveva il vezzo dei neologismi, evidentemente tipico delle anime creative, impossibilitate a raccontare qualcosa senza aggiungerci del proprio, non per vanagloria ma per la gioia genuina di condividere con tutti la bellezza del proprio sguardo. Tra i tanti, restano celebri i “grantoli” (dall’inglese “grunt”, “grugnire”, e l’italiano “rantoli”), ovverosia gli “urletti” che hanno iniziato ad accompagnare i colpi dei tennisti solo in epoca televisiva, e quei “gesti bianchi” che poi finirono per diventare anche il titolo di uno dei suoi libri più conosciuti, codificabili solo all’interno della mistica di Wimbledon, del tennis come forma di appagamento insieme corporeo ed estetico. 



Ma al di là dei neologismi, peculiare del suo stile erano la pura e divertita esaltazione, la predisposizione al battibecco bambinesco col compare di sempre Rino Tommasi, la spiazzante naturalezza nel parlare di fronte a migliaia di italiani come si fosse al circolo. Nel 2002 Jon Wetheim denominò bonariamente sul Time quello stile come “osceno”, celebrandolo al contempo come una peculiarità del tennis italiano. Glielo concediamo ancora oggi solo perché in puritania non esiste una traduzione del termine “scanzonato”, e nemmeno l’abitudine tutta latina di cantare per decantare: roba da “provocatori raffinati”, come scrive oggi in un bell’articolo Federico Ferrero rivolgendosi direttamente al compianto maestro.

«Sapevi discettare delle mutandine di Steffi Graf e dello Swann di Marcel Proust con identica disinvoltura. Quando in tivù inauguravi le celebri telechiacchiere con «Bongo Bongo Bongo, stare bene solo al Congo», te la ridevi degli indignati e indicavi nella «assenza di ironia, la vera volgarità».

Già, gli indignados. Fino alle ultime telecronache targate Tommasi-Clerici parevano un fenomeno tutto sommato gestibile. La canzoncina di Bongo, piena zeppa di stereotipi, era divenuta la “sigla” del duo senza destare chissà quali polemiche, forse per via della contagiosa allegria e spensieratezza che era in grado di trasmettere al di là dei contenuti, o forse perché quell’Italia era, checché se ne dica, un Paese più maturo di quello attuale. Un Paese in cui anche un mito come Clerici poteva a tratti “perdere la serietà professionale“, e lasciarsi andare a battute e allusioni che oggi verrebbero stigmatizzate dalla santa inquisizione woke, bollate come sessiste, omofobe, razziste.

Sembra infatti impensabile nella nostra epoca di vittimismo esagitato e sempre allerta, ma fino a qualche tempo fa se una canzoncina o una battuta nasceva come goliardico divertissement anziché come volgare insulto, il pubblico a casa lo capiva e reagiva di conseguenza. Mette invece tanta tristezza pensare a cosa ne sarebbe stato oggi, in quest’epoca di fragilità esasperate, di tanta gaia leggerezza. Viene da chiedersi come reagirebbero gli attivisti di turno ad una canzoncina di tal fatta, se potrebbe ancora esserci lo spazio per un altro Gianni Clerici, e in definitiva se il giornalismo sportivo non abbia forse perso la sua anima gioconda e creativa, scanzonata ma elegante, credendo di progredire verso costumi più “civili”.

Ora che pare sia lecito ricondurre tutto quanto a questioni ideologiche, persino la più spensierata delle manifestazioni umane, viene da ringraziare per l’ultima volta chi per tutta la vita si è impegnato nella direzione opposta. E che con la sua leggerezza intensa ha saputo rendere immensi certi appiccicaticci pomeriggi di giugno, certe domenucole post-prandiali, scrivendo nel frattempo – ma senza farci troppo caso – la Storia della narrazione sportiva italiana.

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