Calcio
02 Agosto 2023

L'animo sensibile che ha reso grande Buffon

L'arte, la maschera e la depressione del più grande di tutti.

Quando un’icona dello sport abbandona il palcoscenico, la critica si dimentica di essere tale e lascia volentieri il posto all’elogio fiabesco. Nel caso di Gianluigi Buffon, sarebbe difficile fare altrimenti: la sua figura è maestosa. Ma, di nuovo: più grande è lo sportivo, maggiore è il coraggio richiesto al giornalista per affrontarne l’altezza scalandone il vissuto. È quello che dobbiamo fare qui ed ora. Buffon è stato gigantesco perché prima di tutto si è sentito piccolo. Bestemmiatore seriale, non ha mai smesso di confessarsi al Signore. Prodigio già a 17 anni, non ha cessato di inseguire il proprio sogno (seppur nel tormento) fino a 45. C’è chi lo ha accusato di continuare a giocare per soldi, ma un mese fa ha rifiutato un anno di contratto in Arabia Saudita da 30 milioni a stagione.

Per Buffon i numeri – facili ironie a parte – non sono mai stati rilevanti. Prima di tutto, al fondo dell’esistenza di Gigione, c’è l’anima. La sacra fiammella che tutto muove e nulla tace: «Sono qui per parlare della tua anima. Sì, la tua anima. Tu ne hai una, che ci creda oppure no». Così inizia la confessione a The Players’ Tribune del 2019, dove Buffon ha affrontato pubblicamente per la prima volta l’esperienza della depressione. «Tra pochi giorni, avrai l’occasione della vita: esordire in Serie A col Parma. Dovresti stare a casa, dormire. E invece vai in un nightclub con un amico della Primavera. Solo una birra, giusto? Ma poi esageri. Reciti la parte dell’uomo-forte. Questo è ciò che fai solitamente per coprire quella pressione che nemmeno sai di avere. Presto sarai fuori dal nightclub a discutere con un poliziotto. Per favore, stai zitto e vai a casa».

Ma è proprio da questi errori che Buffon, come lui stesso ammetterà nel corso della confessione, strutturerà il proprio essere. Di marito, padre, capitano.

Ottanta volte per la nazionale, innumerevoli per la Juventus – club al quale si è legato indissolubilmente, diventandone icona amata e odiata (dagli altri tifosi della Penisola) ad un tempo. Buffon in carriera ha vinto col Parma (Coppa Italia, Supercoppa e Coppa UEFA, tra il 1998 e il 1999), squadra con la quale ha appunto esordito a 17 anni contro il Milan di Weah e Baggio tra gli altri. Quando Nevio Scala, allenatore dei Ducali all’epoca, gli disse la sera prima che avrebbe esordito in Serie A contro i rossoneri, Buffon gli aveva risposto: «Nessun problema». Il giorno dopo realizzerà neanche maggiorenne una delle prestazioni più memorabili nella storia della Serie A. In Italia vincerà 10 scudetti con la Juventus, 6 Supercoppe italiane e 5 coppe nazionali. Al PSG, in Francia, vince tutto in patria ma gli sfugge nuovamente quel sogno Champions tanto agognato e mai raggiunto in carriera. Leader tra leader nell’Italia campione del mondo nel 2006, ha il record di presenze in nazionale (176) e in Serie A (657) come portiere. Detiene ancora oggi il record di imbattibilità (974’ nella stagione 2015/16).



Ci sembra qui quasi inopportuno aprire un dibattito sul tema e ci prendiamo quindi la responsabilità di parlare in nostro nome: Gianluigi Buffon è stato il più grande portiere della storia del calcio. E non semplicemente perché, come scrive Luigi Garlando su Gazzetta, «Casillas, Neuer e gli altri li ha visti sfilare quasi tutte alle sue spalle come pioppi su una strada di montagna». Buffon nasconde più di quanto mostri. Ma è scavando nel suo intimo che si scopre l’altezza del suo essere. Nei Proverbi infatti si legge: «l’elevazione dell’uomo lo abbassa e l’abbassato di spirito ottiene la gloria» (29,13). Buffon ha incarnato questo principio da quando ne ha avuto contezza, e infatti confessa: «Soldi, fama, il lavoro dei tuoi sogni. Sicuramente penserai: che cosa potrebbe esserci di pericoloso in tutto ciò? Bene, questo è un paradosso». Che cosa significa?

«Una persona che non ha paura può facilmente dimenticare di avere una mente, di avere un’anima. Se vivi nichilisticamente, pensando solo al calcio, la tua anima inizierà ad appassire. Col tempo diventerai così depresso che non vorrai nemmeno alzarti dal letto».

Dietro queste parole si cela una profondità di spirito che è stata troppo spesso sottaciuta in riferimento a Buffon. L’uomo forte, con le braccia alzate e lo sguardo spiritato verso lo spicchio di tifosi alle sue spalle, che non guarda i rigori dei compagni perché confida nel coraggio di chi sta teso sui seggiolini, è forte in quanto debole. Non è forte tout court. Nessuno lo è. Qualcuno a questo punto potrebbe chiedersi come abbia fatto, Gigi Buffon, ad uscire dalla depressione. Qui ci si aspetterebbe un racconto strappalacrime (stile Dele Alli) sul percorso lungo e tortuoso che gli ha permesso di tornare a vivere, o a conviverci. Niente affatto. Buffon parla di una rivelazione.

chagall the walk
Marc Chagall, The Walk (1918)

«Entrerai in un museo, dice al sé stesso di 25 anni, in quello specifico giorno. Sarà la decisione più importante della tua vita. Se non entrerai in quel museo, e continuerai con la tua vita di calciatore, come Superman, continuerai a chiudere i tuoi sentimenti in una cella, e il tuo animo si deteriorerà. Ma se entrerai, vedrai centinaia di quadri di Chagall. Nessuno di essi ti colpirà, tranne uno: si chiama The Walk». Il quadro è noto e i sentimenti suscitati in Buffon da quella visione (amore, ricordo d’infanzia, dolcezza) non sono in questa sede la cosa più importante.

Dobbiamo cogliere la portata della confessione di Buffon: non è stata la terapia a salvarlo, né l’amore di una donna o un riscatto sportivo. È stata un’opera d’arte, a testimonianza – di nuovo – di un animo sensibile e profondo, fondamento di uno sportivo iconico già in piena attività sportiva. Oggi, che lascia il calcio giocato, metabolizziamo a fatica il suo addio. Noi, che pure lo abbiamo attaccato per quella sindrome ‘tottiana’ del cordone ombelicale, siamo stati ciechi: il bambino ha sempre ragione, e i suoi sentimenti non vanno sottoposti a giudizio. Neanche se il bambino è diventato grande.

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