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5 Maggio

Gino Bartali nella storia d’Italia

Andrea Muratore

8 articoli
Ginettaccio pedala al nostro fianco.

Pedala ancora tra noi, Gino Bartali, pedala sempre più incessantemente mano a mano che l’Italia si allontana dal suo tempo, lanciata in corsa sulla strada di una modernità che troppo spesso ha significato divisione, spaesamento e incertezza. Pedala ancora nell’Italia di oggi il ricordo dell’uomo che, assieme a Fausto Coppi, a Edoardo Mangiarotti, al Grande Torino fu il simbolo sportivo dell’Italia rinascente: l’Italia che nel Giro vedeva il suo specchio, un fattore di ricostruzione dell’unità nazionale, un simbolo che rendeva complementari le preziose diversità delle realtà locali del nostro paese, ma anche molto di più.

 

 

Ginettaccio ha identificato una stagione epica del ciclismo italiano, l’ultima in cui «si correva per rabbia o per amore», e ha al tempo stesso incarnato l’autentica essenza dell’Italia profonda, entrando nell’immaginario collettivo della sua generazione come uomo di saldi valori morali, complementari alle doti tecniche e al carisma personale che ne hanno fatto un indiscusso fuoriclasse delle due ruote. Non è infatti un caso che Indro Montanelli, nei suoi resoconti dal Giro d’Italia, abbia paragonato Bartali nientemeno che ad Alcide De Gasperi, incensando in tal modo il campione di Ponte a Ema del parallelismo con lo stimato statista trentino.

 

De Gasperi e Bartali: la Grande Storia

 

 

Vestito nello storico verde della divisa della Legnano, la formazione per la quale militò negli anni più fulgidi della sua carriera, Bartali si presentò sulle scene del ciclismo mondiale giovanissimo trionfando nel Giro d’Italia del 1936 all’età di ventidue anni e bissando nell’edizione successiva, alla quale rischiò di non partecipare dopo aver meditato un precoce ritiro dall’attività agonistica a seguito della morte del fratello Giulio, anch’egli corridore.

 

 

Il 1938 segnò un’ulteriore consacrazione per il giovane Bartali, che avendo subito forti pressioni da parte del governo fascista abdicò forzatamente dalla difesa della Maglia Rosa per disputare il Tour de France. Il 22 luglio, nel corso della quattordicesima tappa, una leggendaria fuga sul colle dell’Izoard portò Bartali alla conquista della Maglia Gialla, difesa in seguito sino all’arrivo di Parigi.

Bartali volle apparire come campione italiano, non littorio, rifiutando di associare i suoi successi alla mitologia del fascismo.

La cerimonia di premiazione di Bartali al termine della Grande Boucle, ritornata italiana dopo tredici anni, rappresentò la consacrazione dell’indipendenza di un uomo dotato di salde convinzioni morali e restio a prestarsi a giochi di propaganda di qualsivoglia provenienza: Ginettaccio sconfessò platealmente la prassi comune tra gli atleti italiani del tempo, che prevedeva di celebrare i successi internazionali col saluto romano, sottolineando la volontà di ascrivere il successo alle sue qualità personali e all’appoggio della validissima Legnano versione 1938, e quindi di voler prevenire un suo sfruttamento a fini propagandistici.

 

 

Bartali volle apparire come campione italiano, non littorio, rifiutando di associare i suoi successi alla mitologia del fascismo, impadronitasi delle vittorie di Primo Carnera e dei trionfi mondiali ed olimpici della nazionale di calcio di Piola, Meazza e Vittorio Pozzo con il consenso esplicito degli interessati.

 

Un giovane Bartali in sella

 

 

La spiccata indipendenza personale di Bartali si univa a una genuinità d’animo e a un senso del dovere che lo portavano a considerare il suo impegno agonistico con doverosi criteri professionali ed umani: la sua celebre espressione «la Maglia Rosa non mette mai il piede a terra» riflette una forte concezione del ciclismo, propria dei grandi interpreti della disciplina dell’età “eroica” di questo sport, figli di gente umile, di una cultura che in Italia si identificava con la genuinità, l’operosità, il servizio.

 

 

Nel dualismo passato alla storia tra Gino Bartali e Fausto Coppi si leggono tutte le peculiarità connesse alla divisione del popolo del ciclismo in due anime complementari, che portavano sul piano sportivo una diversità di mentalità riscontrabile anche nella società italiana, da sempre in oscillazione tra la vena strapaesana della nazione e le spinte particolaristiche delle realtà locali.

 

 

Nel suo breve libro dedicato al dualismo Coppi-Bartali, ristampato di recente da Adelphi, il grande Curzio Malaparte ebbe modo di delineare alla perfezione la percezione che l’Italia del secondo dopoguerra ebbe di una rivalità sportiva destinata a diventare il paradigma di un paese che scoprì proprio nel mondo del ciclismo la sua passione per le polarizzazioni e, al contempo, cercava di investire i suoi atleti-simbolo dei valori che dopo il 1945 ne interessavano maggiormente la società.

 

Bartali e Coppi: due icone assolute dell’italianità

 

 

Superando la definizione netta e grossolana che vedeva in Coppi il “comunista” e in Bartali il “democristiano”, Malaparte, nel suo volume edito originariamente in lingua francese uscito nel 1949, tratteggiò infatti un confronto al tempo stesso umano e sociale tra Ginettaccio e l’Airone, affermando che

“Coppi [era] il campione del nuovo mondo partorito dalla guerra e dalla liberazione: egli rappresenta[va] lo spirito razionale, scientifico, il cinismo, l’ironia, lo scetticismo della nuova Europa, l’assenza d’immaginazione delle nuove generazioni, il loro credo materialista.

 

In Bartali, nato da una famiglia di agricoltori toscani, prevale[va] il contadino, con la sua mistica elementare, la sua fede in Dio, il suo attaccamento ai valori tradizionali della terra”.

 

Due percorsi diversi, accomunati da una comune radice: il dualismo tra Coppi e Bartali fu, in fin dei conti, complementare. La celebre foto del Tour del 1952, che mostra i due fuoriclasse intenti a un cavalleresco passaggio di borraccia, appare una dimostrazione forte e netta dell’incontro delle due facce dell’Italia, del dialogo forte e costante tra la matrice profonda, popolare e strapaesana, del nostro paese e le istanze della modernità.

 

 

Nel grande giro della storia, il ciclismo è lo sport che a lungo maggiormente ha saputo trovare spazio: e in questo tourbillon Bartali ha avuto uno ruolo di primo piano, ulteriormente sottolineato dal trionfo al Tour del 1948 che, a detta di alcuni commentatori, avrebbe addirittura contribuito a prevenire una guerra civile in Italia.

 

Una fotografia destinata a segnare la storia dell’Italia sportiva

 

 

I fatti sono noti: dal 15 al 18 luglio 1948, dopo che l’attentato a Palmiro Togliatti compiuto da Antonio Pallante nella giornata del 14 aveva portato a intense manifestazioni di piazza nelle principali città italiane e a duri scontri tra i militanti comunisti e le forze di polizia, il trentaquattrenne Bartali si scatenò sulle strade della Grande Boucle, conquistando tre tappe consecutive e ribaltando a suo favore una corsa che sembrava destinata a finire nelle mani dello scoppiettante Louison Bobet.

 

 

L’entusiasmo e l’attenzione galvanizzati dalle imprese di Bartali in Francia contribuirono a rasserenare l’orizzonte interno italiano: si parla anche di una serie di telefonate che Alcide De Gasperi avrebbe fatto al campione toscano, il cui contenuto è tuttavia ancora oggi avvolto nel mistero. Se Bartali non fu chiaramente l’unico risolutore di una situazione tesissima, è oggi pressoché accertato che la sua rincorsa alla Maglia Gialla abbia funto da catalizzatore e contribuito al riflusso delle proteste, stemperando una tensione giunta al parossismo nelle ore seguite all’attentato al leader comunista.

 

 

Dal 1948 fino alla morte, avvenuta nel 2000, Bartali ha negato in continuazione ogni merito per la vicenda; il carattere riservato e schivo del corridore che «perpetuava nel mondo moderno lo spirito eroico della vecchia Europa» lo spingeva a evitare di proposito investiture di così ampia portata.

 

I giornali all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti

 

 

Le spiccate qualità umane di Bartali erano state in precedenza mostrate da Ginettaccio nel corso del delicatissimo periodo conclusivo della seconda guerra mondiale, nel corso del quale il campione si impegnò in prima persona per favorire la protezione di centinaia di ebrei minacciati dalle deportazioni nei campi di concentramento: sfruttando l’alibi degli allenamenti e la sua immensa popolarità, infatti, Bartali poté percorrere in bicicletta per decine di volte una lunga strada che da Firenze lo portava in svariate località del centro Italia per conto di una rete clandestina allestita dal rabbino Nathan Cassuto e dall’arcivescovo Elia Angelo Dalla Costa.

 

 

Documenti contenenti le nuove identità di 800 ebrei italiani minacciati di deportazione viaggiarono all’interno dei tubolari della bici di Ginettaccio, che portò a lungo, nel silenzio del suo cuore, il segreto di un impegno tanto risoluto, rischioso e nobile, rimarcato da un aforisma diventato celebre:

il bene si fa, ma non si dice.E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”

 

Per questo suo impegno che è doveroso definire eroico, Bartali è stato recentemente riconosciuto tra i “Giusti tra le nazioni”, ovverosia tra coloro che hanno contribuito a salvare vite nel corso dei grandi genocidi del XX secolo. Due alberi, piantati rispettivamente a Padova e Gerusalemme, ricordano l’impegno di Bartali in due importanti “Giardini dei Giusti”. Un impegno narrato splendidamente dagli scrittori canadesi Aili e Andres McConnon in La Strada del Coraggio e che oggi rappresenta il più bel ricordo di un campione che ha segnato un’epoca e una fase decisiva della storia recente d’Italia.

 

 

Pedala al nostro fianco, Ginettaccio, pedala ancora tra noi e si spera possa farlo ancora a lungo: dal passato ci arriva ancora forte il ricordo di un italiano di altri tempi che, per citare un’ultima volta Malaparte, fu prima di tutto «un uomo nel senso antico, classico e anche metafisico della parola […] un mistico che confida[va] soltanto nel proprio spirito e nello Spirito Santo». Semplicemente, un Uomo. Semplicemente, Gino Bartali.

 

 

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