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11 Giugno

Giovanni Arpino, un apolide dell’esistenza

Matteo Zega

4 articoli
Il pallone in poesia e in purezza.

Ci sono territori di frontiera che diventano, nel tempo, crocicchi della storia. Luoghi che accolgono il passaggio di uomini, popoli e patrie, ne assorbono l’essenza pur restando all’apparenza immutati, inviolati dal coacervo di umanità che vi transita. Queste terre offrono i natali a viandanti, uomini di ventura, predoni del destino e della storia. È la sorte di Giovanni Arpino, che nel gennaio del 1927 nasce a Pola, per eccellenza terra di confine “presso del Carnaro, / ch’Italia chiude e suoi termini bagna”. Da una simile terra non poteva che nascere un errante dell’esistenza, un “atipico” della vita, capace di trovare il proprio centro di gravità alla soglia tra il sogno erotico di una vita estetica e il realismo del mondo concreto, umano troppo umano, che non può nascondere le proprie miserie.

Giovanissimo si sposta in Piemonte, dapprima a Bra poi a Torino, che presto diventa “una capitale dell’anima”. Città mutevole, vitale e irrefrenabile, nella Torino del primo dopoguerra, letteraria e operaia, borghese e proletaria, avviene per Einaudi l’esordio con il romanzo Sei stato felice, Giovanni. Arp è giovanissimo ma non acerbo e la sua prima fatica, apprezzata e promossa più da Elio Vittorini che non da egli stesso, ne rispecchia il carattere errabondo. Dirà l’autore

«il mio gettone d’esordio è picaresco, anarchico, corsaro. Il suo sigillo è l’avventura, che si innerva ovunque, in casa e fuori, sui terreni conosciuti a memoria e no, tutti permeabili alla sorpresa, al colpo di dadi».

Dopo alcuni romanzi di successo, come La suora giovane, lodato da Montale, e L’ombra delle colline, che nel ’64 gli vale il Premio Strega, nel 1969 pubblica Il buio e il miele, da cui un ispirato Dino Risi trarrà Profumo di donna, per la magnifica interpretazione di Vittorio Gassman. Nello stesso anno inizia a scrivere di sport per La Stampa: il giornalismo sportivo in quel momento è un parnaso di nomi inavvicinabili, uno su tutti il magister Gianni Brera, che definirà Arpino il suo “Nobel privato”, corrisposto dall’affettuoso accrescitivo di Grangiuann.



Ci sono poi, giusto per citarne alcuni, Nando Martellini, Gino Palumbo e Sandro Ciotti: giganti di una narrazione sportiva di impostazione accademica, colta, che Arpino riesce a trasformare in arte secondo uno stile tutto personale. Non il lirismo dannunziano, la poetica mitizzante à la Saba o il culto pasoliniano della sacralità domenicale del calcio, ma una trasfigurazione al contempo poetica e prosastica del gioco del pallone, con la vicenda tecnica che si fa sintesi di quella umana e morale. Croce e delizia, il pallone è definito da Arpino, secondo la personalissima arte del neologismo, sferomachia:

«Il gioco di palla, la sferomachia, è sempre stato poetico: un atto puro, che attraverso decine di machiavellismi conserva dal principio un che di casuale, di fatale, e proprio per la sua imponderabilità fa ridere, fa piangere, sia chi guarda sia chi officia. I giocatori che fanno mucchio e si abbracciano e si rotolano per le terre dopo un gol (latini e anglosassoni, non esiste differenza) e i vinti che disperano, anche in questo obbediscono al rito, che vuole la vittoria, e cioè il Bene, subito plausibile, comunicato a tutti».

Perché Giovanni Arpino inventò sé stesso, creò una figura inedita, divenne il poeta da bordocampo che non c’era, l’aedo dell’agonismo, esteta della passione e cantore del destino. Gentiluomo di ventura al motto “la vita o è stile o è errore”, narrò lo sport esprimendosi nelle forme del giornalismo ma anche del romanzo e della poesia. Arp, come il suo primo romanzo, è un picaro, un mariolo gentile, deciso, ambiguo ma coerente, come l’attaccamento ad entrambe le squadre torinesi.



Perché la Juve è nobiltà, tradizione e universalità, ma il Toro, il Grande Toro “rosso come il sangue / forte come il Barbera” è il sogno dannunziano da amare nonostante il tormento. “La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un “esperanto” anche calcistico, il Toro è gergo”, la Juve è prestigio, esempio virtuoso di continuità storica, ma il Torino è oltre il sentimento, è desiderio caduco, devota dichiarazione d’amor fati. Se alla Juventus dedicherà bei poemi, è con l’elegia dedicata al Grande Toro che il Nostro raggiunge toni sublimi:

Rosso come il sangue

forte come il Barbera

voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.

In quegli anni di affanni

unica e sola la tua bellezza era.

Venivamo dal niente, da guerra e da fame

Carri bestiame, tessere, galera,

fratelli morti in Russia e partigiani,

famiglie separate, perduta ogni bandiera.

Eravamo poveri, lividi, spaventati,

neanche un soldo sulla pelle e per lavorare

e dovevi sorridere, brigare, pregare

fino all’ultima goccia del tuo fiato.

Fumare voleva dire una cicca in quattro,

per divertirsi dovevamo ridere di poco,

per mangiare mangiavamo perfino i gatti,

non eravamo nessuno: i furbi come gli sciocchi.

E tuttavia c’è un “ma”, continua Arpino.

Ma avevamo un fiore ed eri tu, Torino,

tagliata nell’acciaio era la tua bravura,

gioventù nostra che tutti i dispiaceri

portavi via con la tua faccia dura.

La tua faccia d’operaio, mio Valentino!

mio Castigliano, Riga, Loik, e quella peste

di Gabetto, che faceva venire tutti matti

con venti dribbling ed era già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà il villano

a chiamarla un campo? Era una culla

di speranze, di vita, di rinascita,

era sognare, gridare, era la luna,

era la strada della nostra crescita.

Hai vinto il Mondo,

a vent’anni sei morto.

Mio Torino grande

Mio Torino forte.

Cifra essenziale dell’autore è la passione pura che dunque comprende il patimento, l’agonismo che da sportivo diviene esistenziale e non teme l’incontro col fato. Tutto ciò è condensato nei versi appena citati come nell’acuta osservazione per cui «da Superga a Meroni a Ferrini, la storia del Toro obbedisce a un copione drammatico. Di rappresentazione in rappresentazione, società tifosi, giocatori si sono cuciti addosso una divisa mentale ormai indelebile come la maglia granata: è più importante soffrire che non vincere».



Vero e proprio topos è l’esigenza d’amore oltre gli schemi e gli schieramenti, al di là della gloria, di qualsivoglia esaltazione. Se “un articolo è una cosa quasi fisiologica, scrivere romanzo è patologico” è perché il sentimento sportivo di Arpino è alimentato dall’incontro (scontro?) di eros e pathos che si avvicendano entro un disegno fatale dunque sublime; la narrazione di Arpino si staglia al confine tra l’intima occorrenza di una visione ideale, morale, e la necessaria descrizione del mondo com’è, concreto, fattuale, talvolta deludente ma ineludibile.

Frutto della delusione è Azzurro tenebra, edito nel 1977.

Romanzo sportivo ante litteram, nel comporlo Arpino è mosso dal fisiologico sdegno di tifoso e dal patologico vuoto esistenziale d’intellettuale di fronte ai mala tempora attraversati dalla Nazione e dunque dalla Nazionale. Narrando della disfatta al mondiale di Germania ’74, il romanzo, metacalcistico, racconta i caratteri di un’Italia sanza nocchiere, tesa, disgregata e plumbea, che si appressa inconsapevole al caso Moro.

Azzurro tenebra è una denuncia caustica dell’intero sistema, compreso quello più prossimo ad Arpino, il sistema mediatico popolato da “Jene” alimentatrici di facili entusiasmi, “belle gioie” e “costruttori di alibi” in grado di mantenere e conservare l’intero apparato in tutta la sua autoreferenzialità. Due sono le figure morali, veri e propri baluardi di eticità, che ispirarono Arp alla stesura dell’opera e che nel racconto si distinguono: Giacinto Facchetti, intimo amico dell’autore ed esempio virtuoso nel gesto atletico come nel portamento, tanto da comparire in copertina, ed il vecio Bearzot, “italiano atipico come tutti gli italiani di frontiera”, persona saggia “connaturata da un grandissimo senso del dolore e del sacrificio e da una grandissima moralità”.

Il migliore romanzo sportivo che sia mai stato scritto in Italia

Il romanzo racchiude le osservazioni sfrontate dell’Arpino maturo, che aveva valicato baldanzoso lo stige del giornalismo senza alcuna paura di impaludarsi: romperà irrimediabilmente con Brera – ufficialmente per uno sgarbo alla Domenica Sportiva, forse per motivi professionali – e non esiterà a tacciarlo di “stalinismo critico”. Perché d’altronde, come scrisse in Azzurro tenebra, “se non avrai nemici significherà che hai sbagliato tutto” e perché, come i suoi luoghi, Giovanni Arpino fu un eccentrico: fine artigiano della parola scritta, educato esteta della passione ma anche lucido bastian contrario, temerario dissidente, scontroso come le lettere che alla metà degli Anni ‘60 aveva indirizzato ai più celebri e disparati personaggi, tra cui Fanfani, De Gaulle, Fellini, Gassmann, Brigitte Bardot, i Beatles e Totò (l’unico a rispondergli).

Acre e cinico all’occorrenza, fu sempre pronto a battersi senza il timore di essere emarginato, lui che, “un piemontese in Italia, un italiano in Piemonte, un europeo di Torino”, alle terre di confine era abituato e destinato. Con Azzurro Tenebra mostrò compiuta la propria maturità di scrittore, capace di scendere nel più popolare dei contesti per scorgere i vizi più o meno latenti del proprio tempo; il tutto rimanendo fedele alla propria natura di poeta dello sport. Già, lo sport, che nel frattempo però andava perdendo di poesia. I tempi cambiavano e con essi il calcio, vittima e carnefice di sé stesso: andava sfumando l’epica della sferomachia, che smise di essere “atto puro” per farsi teatro disincantato dalle logiche economiche, nota d’incolore da cui l’autore, senza esitazioni, si allontanò secondo la consueta eleganza:

«A questo sport io mi sottraggo, e nemmeno lo guardo. Giocatori che si mettono a correre solo se sono inquadrati da un regista durante le “notturne” di coppa, gente che si vende per un gelato o un frigorifero, altra gente che non si sacrifica per scudetti o traguardi, ma per usare scudetti e traguardi a fini monetari, non sono i “miei” sportivi. Li ho salutati senza rancore, e non possiamo più rivolgerci un fraterno “tu”, ma un vecchio e più pulito “lei”».

In Passo d’addio, ultimo libro pubblicato in vita (nel 1986), affrontando lo spinoso tema dell’eutanasia Arp denuncia la fatica di vivere il proprio tempo e abitare il proprio spazio: l’Italia da bere, calcistica e non, aumentava di ricchezza e benessere ma perdeva spontaneità, si faceva prevedibile, arida e inenarrabile. La letteratura esistenziale di Arpino aveva la peculiarità di derivare dalla cronaca e dai luoghi a lui cari, che ora si andavano estraniandosi da sorprese o colpi di dadi. Da una simile realtà, Arp sembrò congedarsi spontaneamente nel 1987 a soli sessant’anni, nella Torino amata e odiata a cui parve voler affidare la custodia della propria anima, che solo al momento fatale sembrava trovare meta.

Giovanni Arpino trovò nell’errare il rimedio all’errore del vivere disilluso, e il motore per una vita di passione. Il suo insegnamento è nella devozione allo stile che si eleva sulle miserie del quotidiano: perché lo stile, si sa, non invecchia; perpetua la poesia e offre spiragli di libertà a chiunque, come Arp, si senta “vittima di ogni attualità possibile”.

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