Ritratti
23 Settembre 2022

Giovanni Galeone, il marinaio del pallone

Un uomo di cultura, quindi di calcio.

Sarà per via dell’orizzonte, della fantasia che viene subito incitata a immaginare cosa c’è oltre quella linea lontana, ma il mare, i marinai lo sanno bene, è da sempre entità che spinge verso le sfide, verso l’ignoto, verso un’auspicata libertà. Sensazione che pervade l’anima di coloro che in riva al mare nascono e crescono. Non stupitevi se il protagonista della nostra storia ha stretto con il mare un patto di sangue dalla nascita, o forse anche prima. Con un cognome così, era destino. Giovanni Galeone nasce nel 1941 a Napoli. Famiglia borghese, che nella miseria del dopoguerra non tralascia l’interesse per la cultura. Il padre, ingegnere progettista di altiforni per conto dell’Ilva, è liberale. La madre, frequentatrice dei salotti della Napoli bene, monarchica.

A casa Galeone si legge il Borghese e i libri di Evola e Guareschi. Ed è probabilmente il contatto in tenera età con i libri il motivo di altre due caratteristiche per nulla secondarie, l’amore per la lettura e un acceso anticonformismo in reazione all’ambiente di casa. I Galeone per motivi di lavoro si trasferiscono a Trieste. Moltissimi i profughi istriani, le scritte sui cartelli ancora bilingui, italiano e slavo. I camion scaricano masse di carbon coke alla ferreria, e le donne accorrono per caricarne a sacchi, che tutto va bene per accendere il fuoco.

galeone sigaretta
Galeone con l’immancabile Nazionale sulle labbra

A Giovanni, che in casa ha elettricità e un tavola con sopra ogni genere di pietanze, il divario non passa inosservato. Ama la strada, i giochi popolari, fraternizza con i ragazzini slavi assieme ai quali gioca a pallone e a basket, recentemente importato dai soldati americani, nelle vie di Servola, popolare e animato quartiere triestino dove sorgerà lo stadio intitolato al vanto cittadino Nereo Rocco.


GALEONE cap. I: IL CALCIATORE


Giocando con quei ragazzini dai cognomi con la desinenza in -ic, scopre il rapporto preferenziale e colmo di bizantinismi, “musicale” lo definirà, che quei popoli hanno con lo sport. Inizia lì la passione per i calciatori balcanici, che per via della loro bravura tecnica saranno i suoi scudieri preferiti accanto, manco a dirlo, ai brasiliani.

Giovanni ha talento. È notato dalla storica Ponziana, dove, sapendo fare abbastanza bene quasi tutto, viene impostato come mezzala. È un 8 che si sente un 10, ottima tecnica e innata capacità di lettura del gioco, ampiamente compensate da indolenza e ritrosia all’ortodossia tattica. Sul finire degli anni ’50 approda persino nella Nazionale juniores assieme a Albertosi, Cera, Rosato, Facchetti e Corso. Nel ’58 la guida da capitano alla vittoria del titolo europeo di categoria battendo l’Inghilterra ad Highbury. Viene notato in B dall’ambizioso Simmenthal Monza, che lo tessera.



Sembrano i primi bagliori verso la gloria, è l’inizio dell’anonimato. Qualcosa in Lombardia gira male, l’ego non accetta il ridimensionamento, e inizia il giro delle piazze delle serie minori. Arezzo, Avellino, Pesaro, Nuoro, Entella. Firmando con il Monfalcone si avvicina a casa, poi nel ’66, a 25 anni, la chiamata dell’Udinese, all’epoca big di serie C. Non si muoverà più di lì. Ogni anno prova a tornare in B con i bianconeri, non ci riuscirà. A 32 anni, prima del vitale spareggio con il Parma, la promessa/scommessa: “se non saliamo nemmeno stavolta, smetto”. Andrà esattamente così.

Si chiude la parabola da calciatore, ma l’uomo non sembra farne un dramma. Probabilmente perché non è mai stato il classico sportivo da paraocchi e agonismo. Negli anni le letture si evolvono, divora gli esistenzialisti francesi, e il suo spirito da bastian contrario lo porta a condividere, complice l’influenza sessantottina, ideali affini al comunismo, in aperta opposizione alle convinzioni familiari. Nel 2006 dirà, preoccupato del momento della sinistra italiana:

«Mi sento poco rappresentato dalla sinistra di oggi, non vedo uomini all’altezza. Sono troppo prudenti, non si schierano apertamente, si vergognano ad ammettere quello che sono stati, figuriamoci se hanno voglia di rivendicarlo.

Berlusconi che questo pudore non ce l’ha, dice ai quattro venti che sono stati delinquenti e assassini con una propaganda da secondo dopoguerra. I manifesti me li ricordo, con l’orso russo coi denti che mangiava bambini e preti. Ma io di comunisti ne vedo pochi. Allora mi chiedo: quando si reagisce? Chi dice delle cose sensate, giuste e soprattutto coerenti? I dirigenti rinnegano tutto come se avessero compiuto chissà quale delitto, così se senti parlare uno di destra o uno di sinistra, puttana la miseria, sembra di ascoltare la stessa voce».



Da giovane, oltre a letture come Brecht e Sartre, ai comizi di Pajetta e alle manganellate buscate della polizia causa opposizione ai comizi di Almirante, assieme agli amici Gigi Riva, Fabio Capello e Edi Reja passa l’estate a fare le sabbiature a Grado, dove tra cene pantagrueliche e partitelle in spiaggia, conosce Pasolini.

«Con Pierpaolo giocavamo spesso a pallone. Emanava un fascino e una personalità fortissimi, un carisma che gli veniva riconosciuto senza che lo cercasse.

Pasolini non parlava, sussurrava, non l’ho mai sentito alzare la voce. Una volta nello spogliatoio mi trovai con Capello, Vallone e Pasolini. Vallone doveva portare a Londra Uno sguardo dal ponte di Miller e ne parlava con Pasolini che, pacato, gli spiegava le sue valutazioni, suggeriva le soluzioni. Vallone, uomo di grande cultura, che aveva fatto cinema e molto teatro, stava completamente zitto, attentissimo. Lo guardava come se parlasse con un santone, ascoltandolo religiosamente».

Il Pasolini calciatore (foto Centro Studi Pier Paolo Pasolini)

GALEONE, cap. II: L’ALLENATORE


Sono anni importanti, in cui matura in lui l’idea che un briciolo di cultura possa anzi debba fare parte del bagaglio di uno sportivo. Non insensibile al fascino femminile, sposa una friulana e si stabilisce definitivamente a Udine, posto ideale per affinare la sua passione per il buon vino (e non solo quella). Inizia ad allenare quasi subito le giovanili dell’Udinese dove, mosso dall’onda lunga del maggio francese, sperimenta al motto di “Vietato vietare!” idee audaci, aiutato dalla ricettività tipica della gioventù dei suoi discepoli.

Seguono anni in C, puro nomadismo provinciale, importanti barlumi di gioco galeoniano si rivelano a Ferrara, tre anni con un ottimo quarto posto. Compie un grosso passo in avanti sulla gestione del gruppo: viene silurato, eppure dopo un mese i giocatori stessi lo richiedono a gran voce. Cose che non passano inosservate, tuttavia sembra destinato a una carriera da serie minori. Quasi per caso capita alla festa promozione del Modena nella villa del vulcanico presidente Giussy Farina.



L’ambiguo Giambattista Pastorello, direttore sportivo degli emiliani, lo indica al collega Franco Manni, in forza al Pescara: «Vedi, fossi in te prenderei subito Galeone, è un maestro». Manni bluffa: «già contattato»; non è vero, ma prende da parte Galeone e gli fa: «sa mister, la vita riserva sorprese, le interesserebbe allenare il Pescara? Siamo in C e soldi ne vediamo pochi, ma potremmo sempre essere ripescati, chissà…». Si chiude per sessanta milioni d’ingaggio.

La Covisoc a fine agosto seppellisce il Palermo e il Pescara torna in B con una squadra di ragazzini. Sembra condannata, eppure quello scapigliato dalla faccia da bucaniere e dall’accento friulano chiede di fissare il premio promozione. Gli danno del pazzo. È una squadra che il predecessore Catuzzi ha impostato con la zona, Galeone lo stima e non rivoluziona le sue direttive.

Da buon artigiano inizia a lavorare seguendo oltre alla difesa a zona due/tre concetti cardine, ovvero il 4-3-3 in cui le ali offensive fanno entrambe le fasi, una volta recuperata palla si deve arrivare al tiro prima possibile, e la nozione più interessante: tecnica analitica e tattica individuale. Tradotto: la tecnica, in genere trattata individualmente, viene pensata come sistema, cioè insegno a tutti i fondamentali tecnici molto bene, o li miglioro finché sbagliano zero o molto poco. La tattica, solitamente impartita collettivamente, viene insegnata al singolo, che così interiorizza cosa deve fare individualmente in più situazioni di gioco, sapendo che può contare su compagni altrettanto ben istruiti. Gli viene appioppato l’austero soprannome di “Profeta”.

galeone
Le indicazioni di Mister Galeone ai tempi dell’Udinese

I ragazzini giocano con una spavalderia inaudita, il loro comandante è in totale sintonia con la città, che reclama lussuria calcistica. I protagonisti in campo si saldano tutt’uno col momento particolarmente felice della città, i locali sono pieni e la truppa, allenatore compreso, ha una certa propensione ai piaceri della vita. Lui la liquida così:

«Ma non sono vizi. Come fosse degradante per un uomo amare le donne e capire il vino e viceversa. Ammirare le sottane non significa zompar loro addosso».

Difficile dargli torto. Gatta, nomen omen, para tutto, Camplone e Dicara guidano la difesa, a centrocampo Gasperini, già allenatore in campo, dispensa lumi di gioco, Pagano semina sgomento in fascia con i suoi sprint, Rebonato segna di continuo. Il sogno cresce, la febbre dilaga e il 14 Giugno 1987, battendo il Parma di un altro emergente, Arrigo Sacchi, il Pescara torna in serie A con il migliore attacco della categoria.


Singolare il rapporto con Sacchi. Sono rivali e amici, un anno esatto dopo capiteranno a vedere Olanda-Inghilterra agli Europei in Germania. La Federazione non ha trovato di meglio che un paio di biglietti in mezzo ai temuti hooligans. Arrigo è preoccupato. «Fingi, togliamoci la maglietta e godiamoci la partita». Sacchi, a torso nudo tra boccali di birra e Union Jack, non perde di vista Lineker. «Guarda che movimenti fa. Con lui vincerei tutto». «Arrigo, ma tu hai Van Basten!», per inciso autore di una tripletta in quella partita.

L’Italia s’interessa a questo miracolo sportivo e ai suoi protagonisti, che non fanno nulla per evitare le luci della ribalta. Galeone salta con tracotanza sul carrozzone della stampa nazionale e si fa subito apprezzare dai giornalisti (in quel periodo nasce l’amicizia con Gianni Mura) per la sua vivacità culturale, la sua ironia, la sua sfrontatezza. Il Pescara viene rilevato da Pietro Scibilia, un calabrese che non lesinerà sul budget della squadra per l’anno venturo.

La squadra è potenziata dal nazionale brasiliano Leo Junior che sbarca in riva all’Adriatico su suggerimento dell’amico Zico, che ha conosciuto Galeone a Udine, e da Blaž Slišković, un funambolico centrocampista jugoslavo che ama i dribbling irriverenti, le Marlboro, le donne procaci e i liquori. L’ingresso in A, a San Siro, è di quelli esaltanti, un netto 2-0 inflitto all’Inter di Trapattoni certifica che sognare è lecito. Il campionato sgorga in un continuo di vittorie e prestazioni esaltanti, e arriva la salvezza, cosa difficilissima per una neopromossa nella serie A di fine anni ’80 con soli due punti in palio per la vittoria.

L’incredibile vittoria all’esordio a San Siro contro l’Inter del Trap

Galeone è l’allenatore del momento, una sera capita a cena a Napoli, ristorante “La Sacrestia”. C’è anche il padrone di casa, Maradona, che non appena vede il mister si precipita al suo tavolo. «Lei deve diventare il mio prossimo allenatore!». Poco dopo al tavolo di Galeone arriva uno champagne di gran classe mandato da Diego. Anche Gianni Brera si accorge di questo singolare personaggio, scrivendo profeticamente:

“Galeone è simpatico e ragiona abilmente sulle ali sornione del paradosso: se però è di quelli i quali sostengono che il vero calcio consiste nel segnare un gol più degli avversari è troppo maledettamente fuori dalla norma italiana e avrà solenni dispiaceri presto. Naturalmente, non glieli auguro. Ma se prende piede questa teoria, il calcio italiano è fottuto: perché a sostenerla dovrà chiamare ogni anno più stranieri (e per incominciare resterà naturalmente a casa dagli Europei). Il vero calcio italiano, signori, consiste nel prendere sempre un gol meno degli avversari. Dite che è un sofisma? Amici come prima. Prendere meno gol è molto più agevole che segnare più gol. E il nostro campionato è lungo lungo lungo: e di galeoni ne possono affondar cento nel suo procelloso mare”.



Ma il Galeone continua a navigare. L’anno dopo il girone d’andata lascia sognare l’Europa, quello di ritorno però è drammatico e arriva l’inaspettata e dolorosa retrocessione. Segue una sfortunata esperienza in B a Como che termina con le dimissioni. La lussuriosa Pescara, che in serie B non se la passa bene, richiama alla porta. Si salvano agevolmente, ma non può bastare. L’anno dopo c’è un repulisti generale, e si punta forte su Frederic Massara, in forza in serie C al Pavia. Sarebbe promesso al Venezia di Zamparini, ma la presidentessa del Pavia fa capire al ds degli abruzzesi, Pierpaolo Marino, che se si accollassero anche una mezzala in esubero, tale Massimiliano Allegri, Zamparini resterebbe col cerino in mano.


GALEONE, cap. III: IL MAESTRO


Così va. Al primo allenamento Galeone capisce subito di avere per le mani un giocatore raro. Forse si rivede in lui, caratterialmente e tecnicamente. Gli consiglia: «Se non cambi posizione, in B non vedrai mai la palla, prova a fare la mezzala». L’anno seguente, al debutto in A, da mezzala segnerà dodici volte. La stagione è trionfale, e arriva la seconda promozione. Miglior attacco, terzultima difesa. Ormai a Pescara il clima è effervescente, giocatori e staff tecnico affollano con metodica ossessione i migliori locali, dove vengono trattati da divinità pagane. È proprio all’Honeypot, discoteca assai in voga ai tempi, che Allegri incrocia Vanilla, affascinante valletta di una tv locale.

Inizia una frequentazione pericolosa, perché la bizzosa mezzala è in procinto di sposarsi. Ma il giorno prima delle nozze, nella casa sarda di Galeone, a Stintino, arriva una telefonata. «Mister io scappo, non me la sento, cosa devo fare?». «Dio cristo, Max, lo saprai tu!». Sempre Galeone, anni dopo: «A me dispiacque ma quando cominci ad avere questi dubbi, come fai a sposarti? Non esiste». Allegri si fa uccel di bosco e lo raggiunge, seguono gite in barca sulla White Escape, la Fairline di cinquanta piedi del mister. Cosa successe nei giorni successivi alla fuga, meglio rimanga un segreto tra allievo e maestro.

Allegri, da allenatore affermato, lo ricorderà così: «Galeone è stato determinante nella mia carriera. Era bravo a staccare: quando non c’era l’allenamento cazzeggiava, rideva. Ancora adesso, il mio modo di vedere il calcio è in gran parte merito suo. Molto fantasioso, proponeva concetti innovativi. A chi mi chiede se mi sento vicino a tecnici come Trapattoni, Lippi o Capello io risponderò sempre che si tratta di grandi tecnici e che sono stati un riferimento per me.

Ma io sono della scuola Galeone, un allenatore che ha vinto solo in serie B e che, nonostante ciò, mi ha insegnato tanto».

Riparte il campionato. Stavolta si capisce subito che sarà dura. Il Pescara non ingrana, prende imbarcate e perde partite che dovrebbe, se non vincere, almeno pareggiare. La società mette una stretta su ingaggi e premi. In squadra serpeggia malumore, e il campionato che non gira mette idee strane alla truppa, idee che forse erano già balenate tempo prima. L’anno precedente a promozione ottenuta hanno perso l’ininfluente gara contro il Taranto, desideroso di punti salvezza. Galeone matura subito dubbi su quella partita, ma viene rassicurato dai calciatori stessi.

allegri giampaolo galeone
L’immancabile cenone in compagnia dei discepoli Giampaolo e Allegri – e di Pierpaolo Marchetti

I quali, però, sono in rotta con la società. L’ottimo campionato ha montato la testa a tutti. A inizio stagione i premi si calcolano così: 600.00 a punto in caso di campionato mediocre, milione dal nono al quinto posto, fino a un milione e due in caso di promozione, oltre a dieci premi jolly per determinate partite. Insomma, un massimo di 50 milioni a testa a giocatore, che ne vogliono 10 in più ciascuno. Grosso modo un miliardo e 50 milioni di premi, non poca roba. E infatti Scibilia tiene il punto, nessun premio supplementare, e il giorno prima della partita di Taranto scoppiano furiose liti in spogliatoio.

L’anno seguente il clima è persino peggiore, e l’avvio disastroso non aiuta. A stagione compromessa, Galeone subisce l’onta dell’esonero. Ma il peggio avviene un paio di settimane dopo. A inizio aprile arriva una misteriosa busta anonima a un giornale locale contenente il nastro di una registrazione telefonica tra Galeone e una para psicologa genovese a cui alcune squadre si rivolgevano per migliorare la tenuta psicologica, una mental coach ante litteram.

Il tono è grave, dal colloquio s’intuisce che Galeone ha molto più che dei sospetti su alcune partite dei suoi, e la “maga” genovese sottolinea il ruolo che un alto dirigente del club rinominato “il serpente”, ovvero Pierpaolo Marino, avrebbe avuto nel combinare assieme a quale giocatore le partite contro Torino e Udinese del campionato in corso. Per Marino tre anni di squalifica, a Galeone otto mesi per omessa denuncia. È forse la pietra tombale sulle aspirazioni di una big o dell’under 21. E rivela anche la mancanza di calcolo del nostro protagonista. Un tipo sicuramente intelligente, probabilmente non molto scaltro.



Chi è scaltro, oltre che parsimonioso, è il coetaneo Giampaolo Pozzo. Ha da poco preso l’Udinese, ma pur con una rosa sontuosa per la B non riesce a uccidere il campionato. A Galeone, che prende un miliardo e mezzo al Pescara, viene proposto un contratto annuale che sarebbe il mensile dello stipendio pescarese. Rifiuta sdegnato, poi Pozzo inserisce un premio promozione esagerato e l’affare si fa. È una marcia trionfale, 27 partite a due punti di media. Promozione in scioltezza, l’ultima dei friulani, da allora fissi in A.

I protagonisti di quell’avventura sono Helveg, Calori, Bertotto, Bachini, Poggi, un redivivo Andrea Carnevale. Le possibilità di aprire un ciclo galeoniano a Udine ci sono tutte, meno la disponibilità dello stesso Galeone a venire a patti con la parsimonia di Pozzo. Non trovano la quadra sull’ingaggio, a Udine arriverà lo sconosciuto e ben più economico Zaccheroni che porterà il Friuli in Europa. Chi non ha mai avuto difficoltà a elargire premi in denaro, in orologi, in quadri d’autore ai suoi dipendenti, è Luciano Gaucci.



Galeone firma un lauto contratto e corre in B a Perugia. È subito promozione in A, la quarta e ultima della sua carriera. In Umbria c’è tutto per far bene, una proprietà effervescente e danarosa, un popolo appassionato, una squadra molto tecnica. Presenti anche un giovane Gattuso e Materazzi, pessimo il rapporto di quest’ultimo con Galeone, che lo giudica troppo pericoloso. La stagione seguente inizia bene, eppure arriva l’inaspettato esonero dopo sedici punti in tredici giornate. Una proiezione che avrebbe garantito una salvezza che non arriverà.

Le voci si rincorrono, c’è chi giura che il mister abbia messo gli occhi su una donna vicina alla famiglia Gaucci. Qualunque sia la verità, di sicuro c’è che il bisogno di fare il capopopolo è per Galeone qualcosa di irrinunciabile, esattamente come per Gaucci. I due in futuro si riappacificheranno, ma se il Perugia avrà un revival di gloria nel breve, lo stesso non si può dire per l’ex allenatore. C’è una triste parentesi al capezzale di un disastrato Napoli, con qualche ritardo dai tempi di Maradona: «sono stato presuntuoso, andare in una squadra dalla quale era scappato Mazzone era una follia», sarà esonerato anche là.


GALEONE, cap. IV: LA FINE DI UN’ERA


È il febbraio del ’98, il calcio si sta globalizzando e pare che in serie A non ci sia più spazio per i visionari. Altra triste parentesi a Pescara in B per un terzo dimenticabile mandato di un anno e mezzo, conclusosi nel gennaio del 2001 dopo una sconfitta casalinga con il Crotone. Cala così il sipario anche sulle carriere dei suoi pretoriani, Allegri e Massara, come il brutto sequel di un capolavoro. Il suo secondo in quel periodo è Marco Giampaolo.

Rimane disoccupato per oltre tre anni, rilasciando interviste avvelenate garantite dall’amico Gianni Mura. È un periodo triste, sembra buono soltanto per qualche sporadica frecciata a Moggi: «Moratti mi chiamò dopo aver cacciato Hogdson, una volta, a casa sua. La prima domanda è stata: lei in che rapporti è con Moggi? Giuro che devo capirla ancora adesso», sul doping «noi ragazzi prendevamo di tutto. Ricordo certe pillolette bianche che mi facevano stare tutta notte con gli occhi sbarrati… ce le davano e non potevamo dire no» contro dirigenti vari «Moratti mi fa: io la prenderei anche subito, Galeone, so che mi rivolterebbe la squadra nel modo giusto, ma prima devo sentire i miei collaboratori.

Poi non l’ho più sentito. Immagino che gli avranno raccontato le solite cose, che sono un sottaniere e un ubriacone. Comunque, ero e resto tifoso dell’Inter».

Le primavere sono ormai 65, e il pensionamento sembra concretizzato. Ma a Udine c’è un imprevisto. La stagione è iniziata con la prima storica Champions League, a dieci minuti dal passaggio del turno ai gironi il Barcellona confeziona l’incubo e i friulani vengono eliminati. Cosmi salta e inizia la via crucis che porta a lottare per la salvezza. A marzo Pozzo dopo aver esonerato il duo Sensini-Dominissini si gioca l’ultima carta disponibile e chiama Galeone per l’ultimo giro di giostra.

La squadra è forte e con minimi aggiustamenti, come Candela a centrocampo e una certa dose di ottimismo galeoniano, arrivano 15 punti in 8 partite con una sola sconfitta all’ultima giornata, a salvezza ampiamente ottenuta. Stappa un Barolo e rimane in sella per la stagione seguente, sapendo che sarà l’ultima. Nello staff, pensando al futuro, viene aggregato Allegri. I propositi sono europei, ma la media punti a gennaio è di 1,21, e dopo una sconfitta a Palermo arriva l’esonero.

È il sipario definitivo, sulla carriera da allenatore e sul progetto futuro di diventare direttore dell’area tecnica friulana con il delfino Allegri in panchina. Si chiude così la lunga e travagliata carriera di Giovanni Galeone. Cosa resta di questo singolare personaggio? Di sicuro in pochi hanno rappresentato come lui la figura dell’allenatore di una volta, tutto campo e sigarette, amato dai giocatori, temuto dai dirigenti, osannato dai tifosi, blandito dai giornalisti.

galeone sigarette
Altro calcio, appunto

Un Tony D’Amato, il consumato coach di “Ogni maledetta domenica”, che si rende conto che ormai allena e vive in un mondo che non è più il suo. Certamente alcune idee, se non la gran parte, erano buone, eppure il carattere ha giocato un ruolo importante nel bloccare la sua carriera, vedi la poca attitudine ad allenare la fase difensiva, cosa che ha permesso a Zeman (non per caso pessimi i rapporti tra i due) di ottenere la chiamata delle big.

Oltre a un certo ideale molto naïf: «non ho mai chiesto a un mio giocatore un fallo tattico.

Ogni fallo vuol dire palla all’avversario. E sottrarre la palla in modo pulito era una delle mie specialità da giocatore. Per me vale la regola che vince il più bravo, non il più forte». Blandito da Maradona, Berlusconi e Moratti, non può essere un caso che non si sia concretizzato nulla. Eppure il lascito è importante. Gasperini e Allegri su tutti, ma anche Giampaolo, Massara stesso che forse non avrebbe vinto uno scudetto da ds se non fosse riuscito a inquadrare alla svelta i calciatori e capire il loro livello, qualità che a Galeone di sicuro non mancava. Più che un allenatore si è sempre considerato un “insegnante di calcio”.

Allenasse oggi, e non ce lo vediamo proprio, probabilmente andrebbe da una tv all’altra a dire con il suo fare a metà tra l’ironico e il sognatore che il calcio è semplice, che la tecnica dei giocatori è l’unica base su cui costruire una squadra, eccetera eccetera. Esattamente come fa il suo discepolo Allegri. Tutto sacrosanto. Però tra i molti aforismi del Profeta, c’è n’è uno che racchiude al meglio l’attitudine galeoniana alla vita, non certo solo sportiva.

«Quando ho potuto ho brindato a champagne. Altrimenti, mi son sempre andati bene anche il prosecco o la spuma».

Poco da aggiungere. Salute.

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