John Milton diceva che a mostrar l’uomo è l’infanzia. C’è chi la teme, come Totò in Nuovo Cinema Paradiso, e c’è chi, come Giovanni Trapattoni, la custodisce con gelosa nostalgia. Gli occhi del Trap risplendono da sempre di una fulgida luce celeste.

 

 

Sono occhi profondi, che hanno la forza di evocare delle immagini lontane. Dietro il blu del suo sguardo si scorge gran parte del suo passato: i primi calci tirati a una vescica di maiale piena di paglia, la ferrea educazione cattolica, il difficile rapporto col padre. Gli occhi di Giovanni Trapattoni contengono tutta la sua infanzia, tutto il suo mondo. In poche parole: Cusano Milanino.

 

“Ho trascorso la mia infanzia in una cascina con le stalle al fondo […] Quando i miei genitori parlano tra loro stanno sempre attenti a distinguere Cusano (dove abitiamo noi) da Milanino, la parte del paese al di là della strada provinciale.

 

A scuola la differenza fra me, i miei amici, i miei vicini di casa e quelli di Milanino si vede eccome. Essere di Cusano o di Milanino cambia davvero”.

 

Cusano non è un semplice luogo di provenienza, ma un modo di essere. È per il Trap ciò che Itaca è per Ulisse: è ormeggio e non porto. È motivo d’orgoglio, è parte della sua identità. È suoni e odori: è la puzza di zolle e di letame che proviene dalle stalle; è il padre, contadino inflessibile che lo chiama all’imbrunire con due dita in bocca e un soffio forte.

 

All’ombra del sole di Dubai, durante un ritiro con lo Stoccarda (Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

 

 

La campagna milanese è ovunque e senza di essa il Trap ci sembrerebbe diverso. Non sarebbe così vicino, così umano. Non avrebbe i piedi ben fissi a terra e non farebbe del pragmatismo una ragion d’essere. Non si commuoverebbe a parlare della moglie e non si emozionerebbe per la cittadinanza onoraria a Barbato. Non amerebbe così tanto le cose semplici. In breve, non sarebbe Giovanni Trapattoni.

 

“Ho avuto una grande fortuna nella vita. Quando facemmo le olimpiadi a Roma conobbi mia moglie: a lei devo il 51 per cento dei miei successi”.

 

E forse non sarebbe nemmeno l’allenatore più vincente della storia del calcio italiano. Il Trap è un uomo di talento, di idee. Uno capace di vincere da allenatore in 4 paesi diversi, di far trionfare il Benfica dopo 11 anni di digiuno e di inventare Cabrini come terzino di fascia. È soprattutto il più alto rappresentante di ciò che Allegri definisce il mestiere, quel modello empirico di allenare che è molta pratica e poca teoria. Il suo lascito è chiaro, di un nitore troppo spesso annerito dalle nubi oscure delle moderne filosofie giochiste.

 

trapattoni conte

Insieme a Conte, il suo figlioccio (Claudio Villa/Getty Images)

 

 

La vittoria per il Trap non è frutto soltanto di mere questioni tattiche. A vincere sono i giocatori e prima ancora gli uomini. Un allenatore deve essere anzitutto un grande comunicatore e deve saper creare empatia con il gruppo. Deve, in altre parole, saper quando alzare la voce o quando semplicemente porgere una carezza:

 

“Matthaus, poi, era un tipo particolare: aveva continuamente bisogno di conferme, viveva per gli elogi, bisognava dirgli che era bravo, bravissimo, il migliore. Se lo facevi sentire importante, lui dava il massimo, altrimenti tendeva a smontarsi. […]

 

Una volta stava giocando malissimo e mi infuriai nello spogliatoio. Poi feci uscire tutti e rimanemmo soli io e lui. Lo presi con le buone, gli diedi una carezza e provai a consolarlo”.

 

La vittoria è anche fede. L’istantanea che lo raffigura a versare dell’acqua santa sul prato erboso ai Mondiali del 2002 vale più di mille parole. Ci insegna che nello sport e nella vita nulla è certo e nulla è davvero pronosticabile. Che gli sforzi compiuti a programmare le stagioni o le partite spesso risultano vani e a cambiare tutto basta davvero un attimo.

 

 

Che anche uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio non ha paura a inchinarsi di fronte all’imperscrutabilità degli eventi. Che l’imponderabile si può arginare soltanto con mezzi più grandi, con la fede e non con la tattica. Che allora, più che controllare gli expected goals, a volte dovremmo seguire il Trap e rivolgere le nostre preghiere lassù, Dio o Eupalla che sia.

 

Portato in trionfo dai suoi ragazzi ai tempi del Bayern (Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

 

 

Ma Trapattoni è anche un uomo di un’energia contagiosa, di una pervicacia positiva. La sua carriera è tenacia, è coraggio. È voglia di reinventarsi. È capacità di reagire senza livore dopo alcuni degli scandali calcistici più gravi degli ultimi 50 anni (chiedere a Henry o a Moreno per conferma). È capacità di vivere alla giornata, di fare del labor improbus paterno uno stile di vita.

 

“La fortuna di essere nato a Cusano, in quel cascinale con le vacche e la puzza, è che mi ha portato a lottare. Vedere mio padre lavorare 13 ore al giorno mi ha segnato […]

 

Devo dire poi che non amo particolarmente voltarmi e guardarmi alle spalle. Preferisco tenere lo sguardo rivolto in avanti, verso il prossimo bersaglio”.

 

E poi senza Cusano non avremmo avuto quelle conferenze stampa iconiche e deflagranti, quelle supercazzole prematurate con scappellamento a destra. Non avremmo sentito qualcuno in grado di parlare cinque lingue diverse tutte allo stesso modo o un portoghese così simile al milanese. Non ci sarebbe stata la lingua del Trap, un grammellot di esplosioni onomatopeiche e pascoliani significanti autonomi. Non avremmo conosciuto un mondo di metafore ancestrali, di carri davanti ai buoi, di gatti nel sacco e di uova, culi caldi e galline.

 

 

Non ci saremmo mai innamorati di un uomo che non piace agli intellettuali e che se legge Joyce ha il mal di testa. Non ci saremmo mai innamorati di un uomo che ha vinto il mondo e che poi ha scelto di nuovo casa. D’altronde lo diceva anche Vinicio Capossela: uno torna sempre al suo vecchio posto dove amò la vita. Auguri, Trap.

 

 


Copertina di Rivista Contrasti