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14 Marzo

Il Tour de France è la Superlega del ciclismo

Luca Pulsoni

80 articoli
E nessuno si fila più il Giro d'Italia.

C’era una volta il Giro d’Italia dei grandi campioni: Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, passando per Indurain, Pantani e Contador. Nomi che scavano un solco profondo con la realtà. Oggi il Giro, antica festa popolare della nazione, è sempre più snobbato da corridori, squadre e multinazionali. L’edizione del 2022, la numero 105 della storia, rischia di essere la prima di un’era decadente. Il progredire del tempo ha trasformato la corsa rosa in un cimelio antico e fascinoso, vittima illustre della spietata dicotomia con il Tour de France. Così l’esasperata programmazione del ciclismo moderno, dettata dalle esigenze del mercato più che dalle ambizioni dei corridori, ha partorito una spaccatura più netta rispetto al passato: c’è il Tour, sempre più ricco e allettante, e poi tutto il resto: insomma, anche nel ciclismo esiste una Superlega.

Persino la Vuelta di Spagna, trasformata da ASO (società organizzatrice anche del Tour) in una spettacolare appendice della Grande Boucle, ha superato il Giro per appeal e qualità dei partecipanti. 

Il Giro di quest’anno, al via dall’Ungheria il prossimo 6 maggio, vedrà alla partenza un cast di corridori di secondo piano. Dei primi dieci ciclisti del ranking UCI correranno in Italia soltanto il portoghese Joao Almeida (nono) e l’ecuadoriano Richard Carapaz (decimo). Disarmante il confronto con il Tour de France: se in Francia andranno il fenomeno Tadej Pogačar, Primoz Roglic, il campione del mondo Julian Alaphilippe e gli assi del ciclocross Van Aert e Van der Poel, in Italia dovremo accontentarci di Richard Carapaz, campione olimpico e vincitore nel 2019, della meteora Miguel Angel Lopez, del ‘vecchio leone’ Vincenzo Nibali, a una delle ultime recite alla corsa rosa, e di Tom Dumoulin, trionfatore nel 2017 e tornato alle corse dopo un periodo di pausa all’inizio dello scorso anno. Ci sarebbero anche Simon Yates, istrionico, sagace ma poco vincente, Mikel Landa, scalatore ancestrale spesso vittima della sventura, e il prodigio Tom Pidcock, trionfatore al Giro Under 23 e oro olimpico nella mountain bike, ma la sostanza non cambia: al Tour è presente l’elite, al Giro no.

Assenti illustri anche i due italiani migliori dell’ultima stagione: Damiano Caruso, secondo lo scorso anno, e Sonny Colbrelli, campione europeo e vincitore dell’ultima Roubaix, spediti (sembra controvoglia) al Tour per volontà della Bahrain-Victorious, la squadra del principe del Bahrain Nasser bin Hamad Al Khalifa. Salvo clamorosi ripensamenti, non sarà della partita nemmeno Filippo Ganna, olimpionico nell’inseguimento a squadre e punta di diamante del crepuscolare movimento azzurro. Ganna, che corre per la corazzata Ineos Granadiers, sarà al Tour per tentare l’assalto alla prima maglia gialla nella cronometro inaugurale di Copenaghen.

Il forfait dei tre azzurri suona come un campanello d’allarme anche per la Federazione. Senza squadre italiane nel World Tour dal 2016 (e a secco di titoli mondiali su strada dal 2008), il movimento nazionale rischia di finire ai margini della rinnovata geografia globale del ciclismo, con inevitabili ripercussioni sull’attività di base. Ad un nuovo team italiano è al lavoro l’ex CT Davide Cassani ma il progetto, anticipato alla Gazzetta, è ancora allo stato embrionale. Le eccezioni, però, non mancano: la Eolo Kometa, formazione fondata da Ivan Basso e Alberto Contador e che corre nella categoria Professional, ha brillato all’ultimo Giro d’Italia con la vittoria di Lorenzo Fortunato sullo Zoncolan e punta a entrare nel World Tour. Ma è ancora troppo poco per tornare a competere con i leader mondiali.



Persino il direttore del Giro Mauro Vegni sembra averne preso atto. La sconfitta, anzitutto, è politica: la corsa si è indebolita nonostante il processo di internazionalizzazione intrapreso nelle ultime stagioni. I percorsi, seppur duri e affascinanti, non attraggono più i grandi campioni. O meglio le squadre, governate da stati sovrani o multinazionali dedite più allo sportwashing che all’attività sportiva. L’emblema del depauperamento del Giro è tangibile nella vicenda Pogačar. Lo sloveno, vincitore degli ultimi due Tour de France, della Liegi e del Lombardia, è stato il sogno proibito della corsa rosa.

Vegni lo ha sedotto con un percorso disegnato ad hoc (con tanto di sconfinamento in Slovenia), ha sollecitato sponsor e poteri forti e lo ha ammiccato con la prospettiva di una doppietta: «Non credo che vincere il Tour de France tre o quattro volte faccia molta differenza per la carriera di un ciclista», «al momento non c’è nessuno che sembri avere voglia di provare a vincere la doppietta Giro-Tour». Tutto vano perché la UAE Emirates, squadra controllata da un fondo che fa capo alla famiglia reale di Abu Dhabi, ha chiuso la porta respingendo le avances del Giro d’Italia. Pogačar andrà al Tour, per il Giro se ne riparlerà nel 2023. Forse.

Il pezzo pregiato del Giro 2022 sarà dunque l’olimpionico Richard Carapaz, anche se non vanno dimenticati l’eterno Alejandro Valverde e il vecchio Mark Cavendish, al ritorno in Italia nove anni dopo l’ultima volta e rinfrancato (nonostante i 37 anni) dalle quattro tappe vinte all’ultimo Tour. Tra Nibali, Valverde e Cav, sarà un raduno di vecchie glorie.  

La riflessione è più ampia e riguarda la direzione imboccata da squadre e corridori. Se in passato i ciclisti vivevano di ambizioni, oggi è il dio denaro a illuminare il cammino. Ne deriva un eccessivo aziendalismo, oltre che una diffusa mancanza di carisma, che premia più le volontà dei team che quelle degli atleti. La logica del “decide chi paga”, alla quale lo sport sembra essersi ormai rimesso, ridisegna il paradigma del ciclismo come sport individuale. Oggi, con sponsor, interessi e pressioni sempre più soffocanti, è opportuno parlare del ciclismo come uno sport di squadra. L’imponente ego dei team ha dunque sopraffatto i ciclisti: non esistono più formazioni costruite attorno a un leader bensì un complesso sistema in cui ruotano fior di corridori strapagati e imprigionati dalle dinamiche di gruppo. 

Prendiamo ancora l’esempio della UAE Emirates, nata sulle ceneri dell’italiana Lampre e finanziata dai poteri forti di Abu Dhabi.

Il progetto mira a promuovere e ispirare la pratica ciclistica, oltre a rinforzare la posizione dell’emirato come capitale sportiva globale. Tra i finanziatori spiccano Emirates, la compagnia aerea di bandiera di Dubai (con un passato da azionista di Alitalia), e First Abu Dhabi Bank (FAB), la più grande banca degli Emirati Arabi Uniti. Il fondo Chimera Investments, partecipato a sua volta dai reali di Abu Dhabi, ha esteso i tentacoli anche sul mercato italiano con l’acquisto della maggioranza delle quote di Colnago, storico marchio di biciclette fondato da Ernesto Colnago nel 1954. Il connubio finanziario Abu Dhabi-Colnago ha la propria declinazione sportiva nella UAE Emirates e soprattutto in Tadej Pogačar. Mire espansionistiche che trovano terreno fertile sulle montagne del Tour de France, il cui giro d’affari ammonta sui 150 milioni di euro l’anno. Il Giro d’Italia, nell’anno pre pandemia, era arrivato a 70 milioni. La forbice economica resta troppo ampia per colmare il gap tecnico con il Tour.


La Grande Boucle è organizzata dalla Amaury Sport Organisation (ASO), che fa parte del gruppo Amaury (editore de L’Equipe e di France Football tra gli altri) e a cui fanno riferimento anche alcune delle altre maggiori gare ciclistiche mondiali (come la Vuelta a Espana, la Parigi-Roubaix e la Liegi-Bastogne-Liegi) oltre alla Dakar. Come sottolineato in un articolo di Forbes, larga parte degli introiti del Tour arrivano dai diritti TV (tra il 50% e il 55%) – France Television, emittente di stato transalpina, garantisce 25 milioni a stagione. Per la trasmissione del Giro, la Rai ha versato nelle casse di Rcs poco meno di 10 milioni nel 2021 (cifre non confermate).

Un rinnovo per giunta soltanto annuale, perché all’alba di ogni stagione si ripropone il noioso e spigoloso braccio di ferro tra la corsa rosa e viale Mazzini. La mancanza di un progetto a lungo termine impedisce dunque alla Rai di investire a pieno sul Giro, e alla corsa di godere di un partner solido su cui impostare una strategia di qualità per la promozione dei territori. Perché nessuno sport come il ciclismo è in grado di coniugare sport e turismo. Il prodotto offerto dalla Rai è andato in calando rispetto alla crescita recente del Giro, seppur il servizio culturale sia ancora un unicum nel panorama televisivo nazionale.

Ma il vero scatto vincente il Tour lo piazza sui montepremi.

Al vincitore della corsa vanno 500 mila euro (contro i 265 mila messi sul piatto dal Giro), 200 mila al secondo e 100 mila al terzo. Ai vincitori di ogni tappa vanno 11 mila euro (in linea con in Giro), per la maglia verde (ovvero il vincitore della classifica a punti) e per la maglia a pois (vincitore della classifica scalatori) sono previsti 25 mila euro a testa. Al Giro d’Italia invece la maglia ciclamino e azzurra valgono rispettivamente 10 mila e 5 mila euro. A ciò vanno aggiunti i premi degli sponsor e i benefici del market pool. Ne deriva, dunque, un’azione politica dei principali attori, vale a dire i team, alimentata da sponsor e “poteri forti” che puntano al piatto più ricco, ovvero il Tour de France

Il flusso dei petrodollari ruota attorno alla corsa francese e, in parte comunque minore, alle grandi classiche di un giorno. Tra queste non c’è una vera regina e anche la Milano Sanremo e il Giro di Lombardia riescono a tenere botta alla spietata concorrenza. Il problema sta nei grandi giri in cui l’egemonia politica e finanziaria del Tour ha soffocato le velleità del Giro d’Italia. Tra le due corse è sempre esistito un gap in favore dei transalpini ma la prospettiva è pesante. Il Giro, al pari del campionato di Serie A, rischia di trasformarsi in un gigantesco cimitero degli elefanti, ambito da corridori ormai sul viale del tramonto e alla ricerca di un ultimo sussulto. Resta l’epica e il legame unico tra il Giro e l’Italia. La Superlega francese ha divorato tutto il resto.

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