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1 Marzo

Giuseppe Meazza, il divo dai piedi d’oro

Alberto Fabbri

77 articoli
Alla scoperta di Peppìn, icona nerazzurra e monumento del calcio nazionale.

Spesso le divinità del pallone concedono i loro doni a coloro che celebrano il rito nelle condizioni più umili. Come si potrebbe ignorare l’illuminante semplicità con cui il gracile Peppin contende una palla di stracci ai compagni sugli spiazzi tra Porta Romana e Porta Vittoria? El tusétt è partorito dal florido ventre della Milano popolare, che guarda preoccupata al fronte; lo stesso da cui il padre non fa ritorno.

 

Alle difficoltà quotidiane il ragazzino evade vestendo la maglia del Gloria FC, mentre gli scarpini regalati da un estimatore gli permettono di trattare al meglio il suo primo amore, attirando su di sé sguardi sempre più interessati. Un provino con il Milan sembra la premessa di un futuro roseo, ma il diavolo ha bisogno di spalle più robuste, così sono i cugini dissidenti della FC Internazionale ad offrirgli una possibilità.

 

Inizialmente tra i coetanei gioca in difesa, ma il fisico e soprattutto i piedi non sono adatti ad interpretare il ruolo di picchiatore, così viene spostato tra gli avanti. Dopo due anni di apprendistato con le giovanili, l’occhio clinico di quello che diventerà il Dottore del calcio nostrano lo segnala a Mister Arpad Weisz, che lo schiera titolare per la prima volta contro l’US Milanese, in occasione della Coppa Volta.

 

Mentre il veterano Conti si chiede se la squadra cerchi rinforzi imberbi addirittura tra i Balilla, ironia da cui deriva l’inflazionato soprannome del nostro, la tripletta all’esordio reprime qualsiasi sarcasmo ed il cognome Meazza comincia ad imperversare nelle dispute sportive dei caffè meneghini. Nemmeno diciottenne è titolare nella ribattezzata Ambrosiana, mentre a venti si laurea campione d’Italia 1929/30 e principe dei marcatori.

 

Giuseppe Meazza
In azione solitaria sul campo dell’Arena Civica (foto FCInter1908)

 

A fine stagione, l’almanacco recita 31 reti in 33 presenze e Vittorio Pozzo non esita ad arruolarlo nella truppa azzurra. In nerazzurro è schierato ala oppure centravanti, dove sfoga l’impressionante vena realizzativa, mentre in Nazionale spesso veste i panni del centromediano, per armare le prolifiche bocche da fuoco di Guaita e Schiavio, Piola e Biavati.

 

Capostipite della benedetta genia dei numeri dieci nostrani, diviene presto il principale nemico pubblico delle difese di mezzo mondo, mentre con i malcapitati portieri stringe una sadica relazione. Le sue incontenibili percussioni si concludono infatti con il tipico duello uno contro uno, nel quale l’estremo difensore è prima invitato ad uscire, poi saltato beffardamente, quindi costretto a raccogliere la palla in fondo alla rete, dove è accompagnata dall’attaccante senza affanni.

 

“… Si fermava davanti al portiere, lo invitava a uscire, come il torero col drappo rosso in pugno: Aca toro! Il portiere usciva dai pali, il Peppino lo aggirava e metteva il pallone in rete. Un giorno lo ha fatto per ben tre volte col portiere della Roma, Ballante: tre gol. La quarta volta il guardiano è rimasto inchiodato sulla linea di porta. Il Peppino allora ha fatto qualche passo avanti e ha messo in rete senza problemi. Ballante ha festeggiato col gesto dell’ombrello: Tiè! Meazza gli ha fatto notare: Guarda che il pallone è entrato. Lo so – ha risposto il numero uno – Però stavolta non mi hai fregato. Non sono uscito!” (1).

 

Se i tifosi dell’Arena Civica hanno occhi soltanto per lui, le fanciulle se lo contendono nelle sale da ballo della Milano bene, dove Peppin non risparmia virtuosismi e dribbling. Implacabile castigatore di portieri e generoso Casanova, gli occhi azzurri e la pettinatura imperturbabile diventano iconici, tanto sulle pagine del Calcio Illustrato quanto sulle riviste di cronaca mondana. Le fatiche sostenute fuori dal campo non pregiudicano tuttavia le prestazioni, come testimonia un episodio in cui la professionalità di Peppin è messa in dubbio.

 

Infatti, nonostante gli abituali buoni propositi di trascorrere le vigilie in casa, una sera non può mancare alla festa organizzata da un caro amico. I brindisi si susseguono però oltre il dovuto e Meazza riapre gli occhi ad appena trenta minuti dal fischio di inizio: provvidenzialmente domiciliato vicino all’Arena, si precipita negli spogliatoi presentandosi ai compagni, dopo che questi hanno ormai finito il riscaldamento. Soltanto una tripletta è in grado di placare il mal di pancia dei dirigenti nerazzurri, mentre dagli spalti si scatena un diluvio di osanna.

 

Il cinegiornale che racconta la vittoriosa finale di Parigi 

 

Nell’immaginario collettivo esaltato dalla propaganda fascista, le conquiste iridate del ’34 e ’38 lo incoronano nuovo Cesare, mentre il ghigno sornione, già soggetto di una pubblicità di un dentifricio, compete con il sorriso hollywoodiano di Rodolfo Valentino. Indomito condottiero dei Leoni di Highbury, anche la stampa sportiva di Sua Maestà gli rende omaggio, privilegio quasi inedito per uno straniero nel 1934.

 

Dal principio della sua carriera, ogni domenica la devota madre accende un cero nel Duomo per proteggerlo dalle rudi attenzioni degli avversari, ma nessuna intercessione mariana può prevenire il difetto circolatorio al piede sinistro, che lo tiene lontano dai campi nella stagione 1939/40. Costretto ad abbandonare la maglia azzurra, in contumacia Meazza è nuovamente campione d’Italia, pareggiando così i tre titoli di capocannoniere in bacheca. L’atteso ritorno in campo non si celebra però all’Arena, bensì clamorosamente con la maglia del Milan sul prato di San Siro, tempio che quarant’anni dopo sarà dedicato alla sua imperitura memoria.

Per me era tutto istinto, sapevo già prima quello che dovevo fare…
In fondo il mio era un dono di natura.

Trascorso il biennio rossonero, veste la maglia della Juventus nel 42/43, quindi disputa il Campionato Alta Italia con il Varese, senza raggiungere le medie realizzative delle annate precedenti all’operazione al piede. Nella prima stagione post bellica difende i colori della Dea, quindi in veste di allenatore-giocatore guida una traballante Internazionale alla sofferta salvezza del 46/47. Anche se la moglie e le figlie continueranno a canzonarlo a vita, il tradimento può considerarsi perdonato nei cuori dei tifosi. 

 

Dopo vent’anni sui campi, 365 partite e 349 reti tra club e Nazionale, il più grande calciatore italiano si ritira, passando l’ideale testimone a Valentino Mazzola. Insieme al binomio Coppi-Bartali, nel secondo Dopoguerra il Grande Torino assurge a nuova icona della narrazione collettiva, emulando così il ruolo già interpretato dagli Azzurri guidati da Meazza nell’immaginario degli Italiani. Trascorsa una decina di anni sulle panchine di nerazzurri, Pro Patria e Besiktas, nel 52/53 Peppin fa parte della commissione tecnica alla guida della Nazionale.

 

Divenuto poi responsabile delle giovanili dell’Inter, impegna le ultime energie nell’ardua impresa di trasmettere ai ragazzi la generosità che Madre Natura ha dimostrato nei suoi confronti. Tuttavia, come già successo ad altri campioni, non sempre la lingua si dimostra pronta quanto i piedi nell’esprimere i colpi di genio che attraversano la mente.

 


NOTE
(1) Cit. da “Ora sei una stella. Il romanzo dell’Inter” di L. Garlando (Mondadori, 2007).
SITOGRAFIA
www.giuseppemeazza.it

 

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