Papelitos
27 Maggio 2018

Gli anni d'oro

La decimotercera.

La prima riflessione dopo aver visto la finale di Champions League tra Real Madrid e Liverpool è rivolta a Corea del Nord e Sudan del Sud, gli unici Paesi che non hanno acquisito i diritti tv per la trasmissione dell’evento. Le due nazioni, a differenza delle restanti 220, hanno pagato questa scelta con l’esclusione dalla storia del calcio che si è compiuta a Kiev. Anche se, a dire il vero, sembra un po’ offensivo, nei confronti del Real Madrid, asserire che ieri sera abbia fatto la storia. E se non è offensivo suona quantomeno ridondante.

 

 

Perché il Real Madrid non può fare la storia, il Real Madrid è la storia. Soprattutto quando si parla di Coppa dei Campioni/Champions League. Il 3-1 al Liverpool è valso alla Casa Blanca la tredicesima coppa con le orecchie, la settima con la nuova denominazione: adesso si può dire perfino che il Real ha vinto più Champions League che Coppe dei Campioni. Di fatto è come se giocasse contro se stesso. Basterebbe già solo questo dato a definire la primazia dei blancos rispetto a tutte le altre compagini che si affannano anche solo per provare a vincerne una.

Uno degli eroi di Kiev. (Photo by David Ramos/Getty Images)

 

Il Real è stato sempre esonerato dal provarci, inaugurando la serie con ben cinque successi su cinque a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Perché si può provare ad ottenere qualcosa che non hai, non qualcosa che è tua di diritto. E non traggano in inganno i 32 anni di astinenza intercorsi tra la vittoria del ’66 e quella del ‘98. Durante questo periodo, il Madrid si è semplicemente riposato. Si è goduto lo spettacolo, consapevole che non ci sarebbe stato Ajax, Bayern di Monaco, Liverpool o Milan idoneo a metterne in pericolo l’impero. Un po’ quello che è successo allo stadio Olimpico di Kiev.

 

La squadra di Zidane ha fatto prima sfogare i terribili Reds di Klopp, li ha illusi che avrebbero potuto farcela arretrando il baricentro e concedendo loro diverse occasioni potenzialmente pericolose, accettando di subire la loro pressione. Ma giocare sotto pressione, come aveva detto Zidane in conferenza stampa, è proprio la qualità migliore del Real Madrid. Per un semplice motivo. Perché non vede l’ora di riversarla sugli avversari.

Karius. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Cosa sono gli errori di Karius se non uno smarrimento dettato dall’incapacità di far fronte ai propri debiti? Lo sfortunato portiere è stato vittima di un gioco più grande di lui. Così come tutto il Liverpool. Complice anche l’infortunio occorso a Salah, a un certo punto si è avuta la sensazione che i Reds si trovassero a una festa a cui non erano stati invitati. Una festa che imponeva l’abito bianco come dress code. Così è venuta fuori tutta la superiorità del Real Madrid, fatta di arroganza, fortuna e di normalità.

 

Già, la normalità. Sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti di Bale o dei blancos se si conferisse eccezionalità alla rovesciata del gallese che è valsa il gol del 2-1. Per due motivi. Intanto perché Bale ci ha sempre abituati a prodezze fuori scala. Il secondo motivo è che è il Real Madrid stesso ad essere fuori scala. Lo dimostra il fatto che Cristiano Ronaldo si era esibito in un prodigio simile a Torino contro la Juventus. Come a dire che al Real Madrid certe cose accadono all’ordine del giorno, non si fa distinzione tra un quarto di finale e una finale.

La chilena. (Photo by Michael Regan/Getty Images)

Il Real Madrid non ha bisogno di inseguire l’eccezionalità per distillare bellezza. Le Merengues sono naturalmente belle. Sono fatte così. La disinvoltura con cui compiono i gesti tecnici che li portano ai successi è la loro cifra stilistica. Anche le tre Champions di fila inanellate dalla squadra di Zidane suonano eccezionali solo per chi ancora non ha ben compreso la missione del Real Madrid sul pianeta calcio. Essere semplicemente se stesso.

 

 

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Luigi Fattore

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