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15 Luglio

Greg Noll, l’uomo che osò sfidare l’oceano

Leonardo Aresi

34 articoli
La leggenda di un'icona eterna del surf.

La fotografia che ritrae Greg Noll di spalle, rivolto con lo sguardo verso la furia dell’oceano Pacifico, è ben radicata nell’immaginario di ogni surfista che si rispetti. John Milius, che con la sua cinepresa sapeva cogliere l’essenza profonda di personaggi e luoghi, non a caso si servì di quell’immagine per dare un respiro epico alla locandina di “Un mercoledì da leoni”. Correva il 1964 e Noll, specchiandosi nella bestia, si accingeva ad entrare in acqua: la rappresentazione perfetta del desiderium di vivere il proprio attimo di gloria. L’isola di Oahu fu testimone del primo assalto vittorioso alla feroce onda di Pipeline. Un’onda senza eguali che da sempre brama la carne dei suoi sfidanti, di cui il più delle volte si fa beffe trascinandoli sul fondale corallino appuntito come una lama. Nessuno era uscito indenne dalla sua morsa fino a quel momento.

«Era diventata una terribile ossessione. Come avrei potuto continuare a vivere la mia vita se mi fossi lasciato sfuggire un’occasione del genere?»

«I miti sono indispensabili oltre che mirabili. Rendono accettabile o quanto meno possibile l’esistenza di noi umani», scrive Giancarlo Dotto. Noll, scomparso lo scorso 28 giugno all’età di 84 anni, era un autentico mito moderno. La sua giovinezza invincibile, scolpita nelle gesta di cui si rese protagonista con la tavola, lo ha proiettato di diritto nell’Olimpo dei grandi. “Da Bull”, come venne soprannominato dai compagni d’imprese, scrisse il capitolo definitivo della sua personale leggenda qualche anno dopo il suo primo atto hawaiiano. Nel vivo di una tempesta che mise in ginocchio la popolazione di Oahu, affrontò da solo la mareggiata del secolo. Era il 1969. Niente sarebbe stato più come prima per lui.



Con il rumore assordante delle sirene della polizia nelle orecchie, si lanciò nella corrente oceanica di Makaha Beach. Mentre le raffiche di vento sradicavano case e i comuni mortali cercavano rifugio, raggiunse il largo. Caos calmo. Fissando dritto negli occhi la morte, scivolò vittorioso lungo un’onda di 13 metri che si srotolava al di là del reef. Estasi e delirio: Noll maturò la consapevolezza di aver raggiunto il suo non plus ultra.

«Dopo aver preso quell’onda, non ero più la stessa persona.»

Il toro dal costume a righe appese la tavola al chiodo a soli 32 anni. Una questione di limiti infranti, certo, ma non solo. Noll si allontanò dal surf mondo perché era nauseato dall’aria che si respirava nell’ambiente. Vi farà ritorno soltanto negli anni ’80, in qualità di shaper di tavole. Una scelta obbligata per chi, come lui, considerava il surf anzitutto una vocazione, anteponendone sempre l’aspetto vitalistico e comunitario rispetto alla superficialità mondana delle bizzarrie pop portate in auge dai beach movie.

Noll era cresciuto con un approccio all’oceano di vita o morte. Impeto e potenza selvaggia erano le sue parole d’ordine. Esse non trovavano spazio tra le nuove leve del surf californiano anni ’60, ormai contaminato dalla moda di massa del beach bum. Quel ragazzone non si prestava alle copertine patinate delle riviste o alle feste glamour in spiaggia. Week-end warrior fino al midollo: arrendersi allo zeitgeist imperante non era contemplato.

«Tutto quel carrozzone hollywoodiano era semplicemente inappropriato quando si trattava di fare qualcosa di concreto per la comunità surfistica. Vivevano nella loro piccola bolla pensando che il surf era solo feste in spiaggia al ritmo di musica divertente.»

Lui e la sua banda, composta da pezzi da novanta del calibro di Pat Curren, Harry Schurch, Del Cannon, Mickey Muñoz, Mike Stange e Bob Bermell, «incarnavano il vero topos del surfista creatosi dalla fine dell’Ottocento fino alla seconda metà del Novecento. Ne capivano l’archè con una loro insolita visione del panta rei.» (F. A. Fiorentino, T. Lavizzari, Surfplay, Passamonti, 2021, p. 57). L’esilio volontario alle Hawaii, al riparo dai riflettori accecanti e dall’intollerabile chiasso, li spinse a radicalizzarsi definitivamente. Infransero ogni tabù guidati dal principio del “vai e fallo”.

  

Greg Noll giù in picchiata alle Hawaii

Una truppa anarchica e sgangherata che visse per mesi sul filo del rasoio spostandosi tra uno spot e l’altro con mezzi di fortuna. «Dormivano in baracche, senza radersi, lavandosi nei torrenti, cibandosi di frutti della terra, di pesci e rubando galline.» (F. A. Fiorentino, T. Lavizzari, Surfplay, Passamonti, 2021, p. 58). Inadeguati agli occhi della civiltà continentale, all’occorrenza se ne servivano tornando sulla terraferma per recuperare alcolici e materiale utile alla costruzione di nuove tavole. Passarono da lunghi e morbidi tappeti d’acqua di un metro a gigantesche onde assassine. Per riuscire a destreggiarsi su quei mostri, Pat Curren tirò fuori dal cilindro il gun: una tavola lunga e affilata adatta per scendere giù in picchiata.

Nella postfazione di “Surfplay”, il professor Luigi Amato mette in evidenza come il surf e i suoi protagonisti siano pieni di pathos alla stessa stregua dei personaggi della tragedia greca. L’epos omerico rivive nell’estetica moderna incarnata da questi nomadi sentimentali. Un gruppo di ragazzi, assetati di assoluto, nel quale emergevano forze dionisiache travolgenti che venivano sublimate attraverso atti estremi. Discese mozzafiato divennero leggenda venendo tramandate fino ai giorni nostri attraverso il racconto. Come ogni mito degno di questo nome. E allora buon viaggio, Greg Noll: rimarrai per sempre l’uomo che osò sfidare l’oceano.

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