Parliamoci chiaro, la situazione è seria e rischia di diventare grave. Ecco perché dovremmo preventivamente, come metodo, abbandonare lo schema delle opposte fazioni, del tifo da stadio. Quella che viene definita “emergenza razzismo” infatti, pur non essendo una minaccia presente, potrebbe diventarlo: lo si è visto con le immagini della periferia romana di Torre Maura, in cui i residenti (e non solo i militanti di movimenti politici della “destra radicale”) hanno manifestato una rabbia che ha assunto i caratteri dell’odio cieco. A vederli che rovesciano e calpestano i panini destinati ai rom, a sentire certe parole, anche di donne e ragazze, secondo cui «loro – riferito ai nomadi – valgono meno de ‘no sputo mio… non me frega un cazzo, io li brucio… io li brucio, li odio» beh, onestamente ci si accappona la pelle, ci viene letteralmente la nausea.

 

 

Ma questo ci deve mettere in guardia su una cosa: dobbiamo andarci piano con le definizioni, perché a forza di appiccicare etichette addosso alle persone c’è il rischio che queste ultime, esauste, quelle etichette le accettino. Termini come razzista, fascista, alimentano una caccia alle streghe che fa esattamente il gioco di chi razzista o fascista lo è veramente. Alla Sardegna Arena, tanto per dire, non c’erano razzisti: quella cagliaritana non è mai stata una curva “razzista”, e tantomeno lo è il popolo sardo. Il celebre “buu razzista”, per quanto sia crudo metterla in questi termini, è semplicemente nel 90% dei casi il primo insulto utile per attaccare l’avversario; il più diretto, quello che fa più male. Esattamente come quando si vuole insultare un giocatore dell’Est e lo si chiama zingaro, con la sola differenza che in questo caso non c’è alcun “ululato” che sia possibile punire o perseguire.

 

Più volte Sinisa Mihajlovic, e durante tutta la sua carriera, è stato chiamato “zingaro” negli stadi italiani: ignoranza da condannare e punire, ma parlare di emergenza razzismo nei confronti dei serbi sembra quantomeno esagerato (Foto di Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Ma allora, dobbiamo tollerare tutto ciò? Non stiamo dicendo questo: dategli il DASPO, cacciateli dagli stadi, fate loro una multa. Ma qui c’è qualcosa di più grave in ballo, ed è la demonizzazione della stampa da salotto che rischia, questa sì, di generare veramente un simil-razzismo. La stragrande maggioranza degli autori degli ululati, in realtà, non crede minimamente nella superiorità della razza bianca o cazzate del genere. Il razzismo si sviluppa come detto per reazione, con le etichette, con l’esasperazione di chi sente continuamente denigrato e criminalizzato; si sviluppa con quel salto logico per cui a un certo punto qualcuno inizia a dire “se difendere il popolo italiano vuol dire essere fascista, allora sono fascista”. E i fascisti, quelli veri – ammesso che ce ne siano – si sfregano le mani.

 

Quando tv e giornali liquidano una protesta contro l’immigrazione come razzista, alla fine c’è il rischio che i residenti della Torre Maura di turno razzisti lo diventino davvero, come dimostrano molte dichiarazioni dei residenti che “quelli” ormai non li possono vedere, li detestano, li odiano per il solo fatto di esistere. È una guerra senza vincitori, in cui ognuno pensa alla propria convenienza. Eppure si sarebbe dovuta imparare la lezione degli ultimi anni, in cui a furia di demonizzare intere sacche di popolazione si è ottenuto puntualmente l’effetto opposto.

 

Sul caso Kean ad esempio abbiamo sentito dichiarazioni deliranti: si è parlato di criminali da galera, di celle negli stadi e chi più ne ha più ne metta. Chi ci garantisce che quelle persone, per cui eminenti giornalisti televisivi hanno invocato il carcere, non si irrigidiscano per reazione? È in fondo un meccanismo psicologico di base. Anche perché frequentando le curve li abbiamo visti e sentiti anche noi i “cori razzisti”, sappiamo molto spesso da chi provengono, da persone che potranno essere maleducate, ignoranti, cattive se volete, ma che quasi sempre non sono razziste.

 

L’esultanza incriminata, di cui non possiamo condannare la provocazione alla curva avversaria (Photo by Enrico Locci/Getty Images)

Siamo stufi dei perbenisti da salotto e dei censori mediatici, soprattutto perché ingigantiscono o addirittura creano il problema. È troppo comodo così. Ed ecco che la stessa posizione di Bonucci è stata male interpretata, proprio perché in pochi sono stati in grado di capirne l’intento: il difensore bianconero non voleva tanto dare al compagno una lezione di “professionismo” quanto evitare che Kean finisse nel tritacarne del dibattito, che diventasse magari un’icona social, una sorta di testimonial di battaglie altrui. Il messaggio è chiaro: soprattutto per un ragazzo dalle potenzialità enormi che si affaccia prepotentemente sul palcoscenico dei grandi, è fondamentale concentrarsi sul campo e non alimentare dannose polemiche extracalcistiche (Balotelli docet).

 

Bonucci voleva preservare Kean dalla ribalta mediatica, dagli editoriali di Repubblica e dai servizi di Sport Mediaset, dalla solidarietà di Balotelli e via discorrendo. E aveva tutte la ragioni del caso, perché già allora era chiaro come quell’esultanza avrebbe creato un gigantesco caso mediatico nocivo per tutti (e per il giovane attaccante bianconero in particolare). Non si tratta di criticare la “provocazione” di Kean, sia chiaro: anzi, per come intendiamo noi il calcio l’esultanza sotto la curva avversaria è anche un gesto “sano”, o che comunque fa parte del gioco. Il problema è tutto il dibattito che ne è scaturito, sono gli avvoltoi da salotto che si sono fiondati senza indugi sul tema, preferendo parlare di razzisti anziché di idioti.

 

La reazione (social) di Mario Balotelli

E allora il ragionamento di Allegri a caldo la settimana scorsa, a fine partita, è probabilmente il più lucido che si sia sentito sull’argomento: ha definito gli autori degli ululati “imbecilli”, non razzisti, auspicandone la cacciata dagli stadi ma suggerendo di evitare il caso mediatico; poi ha ripreso Kean, affinché non si perdesse in simili provocazioni. Semplice, la questione si poteva chiudere così. Invece poi sono arrivati i social network, i servizi, i giornali, le televisioni; e ancora i calciatori, i giornalisti, i politici, gli “intellettuali”. Tutti a gridare all’emergenza razzismo. Un’emergenza che la stampa sta talmente alimentando da renderla effettiva; una vera e propria psicosi che danneggia tutti, a parte chi deve condurre crociate meta-politiche, riempire pagine di giornali o semplicemente dire la cosa “giusta” al momento giusto.

 

Ma arriviamo alla fine del nostro discorso e torniamo all’inizio, come a chiudere un cerchio: ci troviamo in una situazione estremamente difficile, potenzialmente esplosiva, in cui i media stanno adottando una strategia che, con un eufemismo, potremmo definire suicida. Più dalle televisioni e dai giornali si lanciano moniti, più le persone reagiscono per psicologia inversa; più si demonizzano intere fasce di popolazione, più esse si fortificano e perdono fiducia nei mediatori del linguaggio. Da una ricerca dell’Università di Urbino è emerso come meno di un Italiano su due si fidi dei media tradizionali (49%); e non è solo la credibilità del mezzo che viene intaccata, ma anche la credibilità del messaggio, del contenuto.

 

Già ci sono problemi nella funzione mediatica “primaria” tanto per intenderci, quella di informare: figuriamoci nell’educare, nel formare le coscienze e indirizzare le opinioni, attitudini che spesso sfociano nella criminalizzazione (senza un reale fondamento) di interi gruppi sociali. Se continuiamo a mettere nello stesso calderone il tifoso imbecille e il residente di Torre Maura che, per quanto esasperato, afferma “adesso non voglio più nemmeno quelli di colore”, ci assumiamo una responsabilità enorme. Il “razzismo” ad oggi è un fantasma però presente, un rischio in potenza, che tv e giornali hanno fatto irrompere prepotentemente sulla scena. Ma adesso, a freddo, fermiamoci un attimo a riflettere: basta con battaglie di posizione, di rendita o peggio ancora ideologiche. E facciamoci tutti un esame di coscienza collettivo come categoria, che qui, ve lo garantiamo, stiamo facendo più danni che altro.