Politica e sport, l’ho sempre considerato un pericoloso mix di emozioni. Per molti non è così, lo dicono gli uccellini nei boschi e non solo:

«FC Barcelona announcement: “Prison is not the solution”».

Questo uno dei primi tweet a seguito delle condanne per sedizione emesse dal Tribunale Supremo spagnolo nei confronti dei politici indipendentisti catalani a causa dei fatti dell’ottobre 2017, ovvero una confusa dichiarazione di indipendenza (poi rimangiata) che portò a scontri con feriti e alla fuga del leader separatista Puidgemont, latitante da poco consegnatosi alle autorità belghe, dove sembra trovarsi a proprio agio e apprezzare la cucina fiamminga.

 

Scappato il capo in esilio volontario, la condanna più grave è stata inflitta all’ex vicepresidente del governo indipendentista catalano Oriol Junqueras, del partito Esquerra Republicana (ERC), scilicet di sinistra. Junqueras è stato condannato a 13 anni di carcere per sedizione, aggravata per la sua carica di vicepresidente, e malversazione. A detta di molti, condanna dura; in realtà abbastanza lieve in considerazione delle potenziali e devastanti conseguenze che un atto di tale grave irresponsabilità può portare, dal terrorismo alle stragi, persino alla guerra civile.

 

19 settembre 2017: i tifosi del Barcellona si presentano allo stadio sventolando dal primo all’ultimo minuto le bandiere catalane – e di indipendenza dalla Spagna  (foto di David Ramos/Getty Images)

 

Procede quindi indefessa la manovra politica del club calcistico più famoso di Barcellona. Noi proseguiamo a condannarne la faziosità, anche extra-calcistica. Nel comunicato in esame il Barcellona scrive che «la prigione non è la soluzione» alla questione dell’indipendenza della Catalogna, senza per altro spiegare quale sarebbe allora la soluzione – la sedizione, ovviamente. È molto raro che una squadra di calcio si esprima in questi termini, dacché il fatto è riprovevole oltre che impertinente.

 

La politica dovrebbe rimanere fuori dagli stadi, luoghi di sport, riposo e divertimento, in cui non esistono nemici, ma avversari, e solo fino al novantesimo, al fischio del quale ciascuno torna ad essere il professionista, il professore, il postino, il lattaio, il cognato, la zia. Ma la storia del Barcellona, che anche in tempi recenti è effettivamente legata all’indipendentismo catalano, dimostra che il club Blaugrana poco ha capito del significato dello sport come surrogato dei conflitti (così come inventato dalla grecità).

 

Piqué Barcellona Catalogna

Non solo Guardiola e la Catalogna. Non si dimentichi Gerard Piqué. Soprattutto, non si dimentichino le sue celebri dichiarazioni: “Non votare è franchismo” (1 ottobre 2017)

 

Qualche anno fa il giornalista Ramon Miravitllas, autore del libro “La funzione politica del Barcellona”, ha raccontato per esempio che durante le partite giocate in casa dal Barcellona, al minuto 17:14 del primo tempo, una parte dei tifosi allo stadio Camp Nou cominci a gridare in coro “Independencia!”. È un riferimento al 1714, l’anno in cui il re di Spagna Felipe V sconfisse le truppe catalane alla fine della Guerra di successione spagnola e chiuse il parlamento della regione. Tutte cose che toccano da vicino le vicende familiari dei fruitori del football.

 

All’interno dello stadio, poi, si vede spesso il simbolo dell’indipendenza, una bandiera a strisce gialle e rosse e con una stella bianca su sfondo blu. Una bandiera inventata di sana pianta, che ricorda molto quella cubana, forse aspirando agli stessi successi politici. Nel frattempo i catalani si atteggiano a vittime, anche a livello internazionale.

 

Guardiola Catalogna

Guardiola e la Catalogna, un rapporto di lunga data

 

Possiamo ben notare che il piagnisteo del perseguitato politico viene spesso e volentieri portato avanti anche dallo spin doctor Pep Guardiola che, anche dopo aver lasciato il Barcellona, ritiene doveroso intrattenerci con periodiche lamentacciones dal supporto audiovisivo integrato internazionale. Tra Guardiola e la Catalogna si gioca una questione di sangue, ma non solo. In uno degli ultimi interventi dava sfogo a tutta la retorica mitopoietica del repertorio catalano:

 

«Oggi, una sentenza della Corte Suprema è stata pubblicata nello stato spagnolo, un attacco diretto ai diritti umani: il diritto di riunione e manifestazione, il diritto alla libertà di espressione e il diritto a un processo equo. Questo è un dato di fatto inaccettabile nell’Europa del XXI secolo. La Spagna vive una deriva autoritaria in base alla quale la legge antiterrorismo viene utilizzata per criminalizzare il dissenso e persino per perseguitare gli artisti che esercitano la loro libertà di espressione. I leader condannati oggi rappresentano i partiti politici di maggioranza e le più importanti entità della società civile in Catalogna».

 

Ora, definire una condanna per sedizione “attacco ai diritti umani” denota solamente arroganza e mancanza di cultura. Chiamare “repressione” l’intervento della propria polizia locale nei confronti di un’orda di selvaggi che, pur definendosi pacifica di giorno, nottetempo distrugge la propria città, è segnale di perdita di contatto con la realtà e sintomo di grave crisi mistico-ideologica.

 

Catalogna

Eppure, la protesta in Catalogna è tutto meno che rosa e fiori

 

Sono più di duecento i poliziotti (i mossos catalani) feriti in una città che sembra bombardata, di cui rimane tutta una serie di video amatoriali che fanno pensare a questa questione indipendentista come una baracconata atta a favorire il ritorno della Repubblica “tricolor”. Politica e sport. Pericoloso cocktail di sensazioni.

 

L’attuale allenatore del City non ha mai nascosto il suo fervente prurito indipendentista. Guardiola e la Catalogna, dunque. Sebbene fosse stato 47 volte internazionale con la squadra spagnola, l’allenatore catalano è sempre stato un forte sostenitore dell’autodeterminazione. Ha anche simbolicamente chiuso l’elenco dei cosiddetti “Junts pel Sì” alle votazioni referendarie illegali. D’altra parte, lo stesso ex tecnico del Barça aveva dichiarato nel 2008:

“Il mio paese è la Catalogna, ma è stato un onore per giocare per la Spagna, perché la squadra catalana non ha potuto disputare competizioni internazionali”.

Allora non ha vestito la maglia dell’oppressore? Forse il processo mitopoietico della presunta nazione catalana, che a differenza della Navarra, non esiste storicamente, ma è regione geografica, andava stroncato prima che le élite culturali di Barcellona lavassero il cervello a migliaia di ragazzini.

 

Guardiola, Catalogna, Spagna

Pep Guardiola e la Catalogna nel cuore e la Spagna come (seconda?) pelle

 

Lo scorso fine settimana, l’allenatore del Manchester City durante la conferenza stampa prima della partita ha inviato un messaggio ironico alla Spagna: «Ammiro l’Inghilterra perché puoi votare». Questo genere di dichiarazioni, oltre ad essere stucchevoli, denotano scorrettezza morale. Anche in Spagna si vota. Anche in Catalogna si vota. Già, esiste persino un Parlamento locale (spesa inutile per un doppione politico del carrozzone nazionale) in grado di legiferare, una polizia regionale indipendente, un sistema di tassazione differenziato, e l’autonomia linguistica che gli “indepes” hanno ben presto trasformato in totalitarismo linguistico. Si è persino potuto votare un referendum per una cosa non prevista da nessuna costituzione del mondo, credo, e cioè la sedizione.

 

Un club calcistico che sponsorizzi la sedizione all’interno di una nazione sovrana – la Catalogna è Spagna (o un’insalata) -, dovrebbe essere multato dalla Uefa e/o escluso dalle competizioni internazionali. Immaginate se questa cosa fosse accaduta a Belgrado da parte della Stella Rossa o al PAOK di Salonicco, quante polemiche. Ma lo fa la squadra che portò la scritta Unicef, tutti zitti. Al Barcellona, infatti, viene permesso da decenni ormai e in modo spudoratamente intollerabile, di concepire il football non come lo sport dei gentiluomini, ma come la continuazione della politica con altri mezzi.

 


Matteo Donadoni è autore presso RicognizioniImmagine di copertina a cura di Gianluca Palamidessi