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30 Maggio

Il calcio non è astrofisica

Andrea Antonioli

78 articoli
Non tutto si può studiare.

Nei suoi 12 anni da allenatore di prima squadra, Pep Guardiola ha vinto 9 campionati nazionali: 3/4 in Spagna, 3/3 in Germania, 3/5 in Inghilterra. Numeri – impressionanti – che non sono maturati certo per caso. Quello di Guardiola è infatti un gioco probabilistico, scientifico nel senso “migliore” del termine; un calcio che alla lunga, con le sue geometrie, i suoi meccanismi perfetti e il suo possesso palla, ha quasi sempre ragione. Eppure, come ci hanno da tempo insegnato, le Champions League sono decise da singole partite, da uomini, da episodi. Per questo oggi il tecnico catalano subisce un processo anche ingeneroso da parte della stampa mondiale, costretta ad alimentare quella dinamica perversa da montagne russe tutta giornalistica.

Il Guardian si domandava ieri sera sulle proprie colonne digitali, subito dopo il fischio finale, “perché” Pep avesse fatto tutto ciò: «Oh, Pep. Why Pep? Why do it to yourself?». Continuando poi: «City team was all ragù and not linguine». Per spiegare infine: «Durante tutto questo Pep era in piedi come un impazzito direttore d’orchestra modernista, volteggiando e lanciandosi, indicando cose che solo lui poteva vedere: oggetti, piani, buchi, possibilità. È possibile che Guardiola non abbia visto cosa stava succedendo davanti ai suoi occhi? Sentiva il suo destino già segnato, come la foresta di Birnam che si stava già muovendo su per la collina (…) Perché, per essere più pratici, non ha semplicemente irrigidito quel centrocampo permettendo alla squadra di giocare come doveva?»

A parte la citazione alta di Macbeth, ieri e oggi la stampa inglese, già pronta a santificare Pep da Santpedor, ha costruito la sua croce. Il Mirror ha scritto: «Guardiola ha sorpreso con la sua formazione iniziale, e ancora una volta, il suo strano esperimento è andato orribilmente, è stato terribilmente sbagliato». Il Daily Mail ha parlato di strategia “ridicola e imprudente”, la BBC ha rilanciato con una “tattica fallimentare” e il Sun ha chiuso:

«Pep Guardiola ha attraversato quella linea sottile tra genio e follia, e ha deciso che una finale di Champions League era il momento giusto per eseguire uno dei suoi folli esperimenti da professore».

Ma non sono stati solo i media britannici a condannare senza appello Pep. Così hanno fatto tedeschi, francesi, spagnoli (anche catalani), italiani. Il grosso rimprovero a Guardiola è di aver voluto vincere la partita lui ancor prima dei suoi calciatori – come se fosse la prima volta –, con tattiche e intuizioni “geniali” piuttosto che con una squadra equilibrata in grado di sfruttare al meglio le caratteristiche dei singoli (anche di quelli in panchina). Fabio Capello agli studi di Sky ad esempio ha dichiarato:

«Ha sbagliato la formazione nel primo tempo. Il punto debole del City sono i due centrali della retroguardia, con Stones in particolare che non sa difendere, E Gundogan davanti a loro che non poteva garantire il filtro necessario. Con l’ingresso di Fernandinho in mediana, la squadra era più equilibrata, ma dopo aver regalato agli avversari il primo tempo non è bastato».

Sicuramente il fatto di mettere il miglior marcatore del City in mediana, (Gündogan), come unico centrocampista ““difensivo”” dietro a Bernardo Silva, De Bruyne, Mahrez, Sterling e Foden, non ha portato dividendi. Di più, tenere fuori uno come Fernandinho non solo non ha pagato tatticamente, ma anche caratterialmente. Eppure Guardiola dopo la partita è andato diritto: «Non so se ho rimpianti sulle decisioni che ho preso». Un moto d’orgoglio di un allenatore a cui noi non abbiamo mai risparmiato critiche, ma che oggi sembra diventato uno Zeman qualunque.

Oggi però, per quanto possa essere paradossale, siamo vicini (umanamente) a Pep. /Catherine Ivill/Getty Images/

Che poi, malgrado i favori della vigilia, non si può nemmeno analizzare la finale solo con i demeriti del City e del suo allenatore (in Premier sono 19 i punti di differenza tra le due squadre, seppure i confronti diretti quest’anno dicano 3-0 per Tuchel). Dall’altra parte il Chelsea si è dimostrato un undici perfetto, modellato da Tuchel che, con l’arte del pragmatismo, ha superato nettamente il suo “maestro” – almeno ideale. La vittoria del Chelsea è quella di una squadra compatta, perfettamente consapevole di cosa fare in campo; è stata il trionfo della difesa, soprattutto, ma anche dell’enorme qualità tecnica e tattica nelle ripartenze e transizioni. È la vittoria di Rudiger, Azpilicueta e Christensen, autori di tre chiusure provvidenziali e decisive su altrettanti cross bassi del City (arma preferita e letale di Pep); è la vittoria di Kanté, per cui oggi non ci sono più parole se non un’invocazione: pallone d’oro!; è la vittoria di Havertz e di tutti gli altri, ma in generale di un collettivo solidissimo capace di concedere al City solamente un tiro in porta in 90 minuti.

Anche qui, l’ultima occasione dei citizens è forse la negazione più alta del guardiolismo: rimessa lunga di Walker alla Rory Delap dello Stoke City, mischia in area e poi tiro da fuori di Mahrez che accarezza l’incrocio. Di scardinare la straordinaria difesa blues d’altronde non c’era proprio verso, come testimoniano le ultime fasi della partita e i tanti lanci lunghi – eresia nel vangelo secondo Pep – buttati in area come la preghiera irrazionale di chi non sa più a che santo votarsi. Eppure quella di oggi non è la conferma del “risultatismo” a scapito del “giochismo”: dobbiamo uscire da questa dicotomia, da una polarizzazione che è già diventata retroguardia. Quello di ieri è il successo dell’equilibrio ai danni del dogmatismo, e può inaugurare una nuova fase – più pragmatica e “terrena” – della storia del calcio.


Foto @goal via twitter

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