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Estero
2 Giugno

Guardiola non vuole più essere Guardiola

Valerio Santori

31 articoli
La dura vita del profeta, fuori dalla patria.

Pochi giorni fa perfino alla Bobo TV ha provato a togliersi la nomea del più bravo, lì dove Lele Adani con occhi sgranati ne parla spesso come di un idolo biblico: «i giocatori erano fortissimi», «ho imparato tanto da loro», «giocavano le finali come fossero amichevoli», a chiarire una volta per tutte che quel suo leggendario Barcellona fu merito di “un allineamento di stelle” prima ancora che dei suoi principi di gioco. E anche ad aprile, al termine del quarto di finale vinto contro il Borussia Dortmund, ai microfoni di Sky aveva mostrato il suo lato più umile, ringraziando i suoi calciatori con parole quasi allegriane:

«la qualità dei giocatori ha fatto la differenza: il calcio appartiene esclusivamente ai giocatori, io posso solamente guidare la squadra».

Perché Guardiola, soprattutto negli ultimi anni, non ci sta ad essere preso per il guru del calcio (post)moderno. A maggior ragione dopo la dolorosa lezione di calcio impartitagli in finale di Champions da Tuchel, Pep sembra sempre più lontano dalla sua versione filosofeggiante che se ne usciva con frasi instagrammabili quali “il nostro centravanti è lo spazio”. Adesso preferisce un low profile, probabilmente non alla Mourinho per distogliere l’attenzione dal risultato (pensiamo al bacio alla medaglia da vice-campione) bensì per scrollarsi di dosso un po’ di pressioni, per darsi una pubblica ridimensionata. E del resto proprio alla Bobo TV aveva provato a sminuire persino l’invenzione del cosiddetto “falso nueve”, rivelando di aver fatto con Messi semplicemente quanto sperimentato da Cruijff con Laudrup anni prima.

Eppure far passare Guardiola per un esponente (in panchina) del pragmatismo e della semplice “gestione” sarebbe missione ardua anche per il più valido dei sofisti. Basti pensare a come tentò di stravolgere il calcio bavarese, con risultati oscillanti, dal 2013 in poi. All’indomani della sconfitta del 2016 in semifinale di Champions contro l’Atletico Madrid, in Germania in molti si erano chiesti quanto il tecnico spagnolo fosse riuscito a influenzare il calcio teutonico, e se ciò fosse stato un bene. “I titoli sono solo statistiche”, si era allora goffamente giustificato al termine della stagione, ammettendo però anche di aver fallito: «Devo accettarlo. Se le persone pensano che ho fallito, devo accettarlo».


Proprio lì, in Baviera, avevamo iniziato a scorgere un Guardiola diverso dal solito, scioccato sia dalle ripetute eliminazioni in Champions sia dalle oggettive difficoltà del gruppo squadra a comprendere il suo calcio. Emblematiche a tal proposito alcune sue dichiarazioni dell’estate 2014 contenute nel libro Pep Confidential: The Inside Story of Pep Guardiola’s First Season at Bayern Munich, un resoconto del suo primo anno in Germania stilato dal giornalista Martì Perarnau, al suo seguito per sei mesi.

Qui si racconta della frustrazione di Pep nel vedere i giocatori del Bayern ripetere quasi pappagallescamente il gioco del Barcellona, senza capirne l’essenza. E riferendosi a un primo tempo deprimente dei suoi contro il Norimberga, nel quale i passaggi brevi erano fioccati senza alcun fine offensivo, Guardiola si lascia andare a quelle “dichiarazioni-shock” contro il tiki-taka che faranno in breve il giro del mondo:

«Odio il tiki-taka, odio tutto quel passare la palla solo per il gusto di farlo. È un’immondizia e non ha scopo. Bisogna passare la palla con una chiara intenzione, con l’obiettivo di fare gol agli avversari. Non bisogna passarla solo per il gusto di farlo».

Concetti ribaditi anche al Festival dello Sport di Trento sempre nell’ottobre di quell’anno: “Tiki taka? Io non ho inventato nulla. Noi (al Barcellona, ndr) abbiamo vinto con sette giocatori del vivaio, avevano fatto un percorso fin da piccoli. Ci siamo trovati, i giocatori e noi dello staff.”

Di certo una parte della Baviera, terra con una forte identità culturale e sportiva radicata nel tempo, aveva accolto con sospetto quel tecnico arrivato da Barcellona con la nomea di rottamatore del calcio tedesco. Pensiamo ad esempio allo storico medico sportivo Müller-Wohlfahrt, al Bayern un’istituzione dal 1977: nell’aprile del 2015, dopo il quarto di andata contro il Porto perso malamente per 3-1, tutto il comparto medico aveva deciso di dimettersi in blocco rivelando in un comunicato che «riguardo la partita contro il Porto, il team medico è stato accusato della sconfitta» (al ritorno il Bayern vincerà per 6-1 dimostrando che forse si poteva fare meglio anche all’andata). Inutile dire che dopo l’addio di Pep, nel 2016, Müller-Wohlfahrt tornerà al suo posto fino al 2020.


Ma si potrebbero citare anche le parole del grande ex-calciatore tedesco Hans-Peter Briegel che più recentemente, nel 2018, è arrivato ad accusare Pep Guardiola addirittura dell’influenza che questi avrebbe esercitato sulla nazionale tedesca, condannandola a un periodo buio e alla retrocessione in Nations League: «Nel calcio il risultato è molto più importate del controllo del gioco. Da quando Guardiola arrivò al Bayern Monaco ci ha invece illuso che fosse sufficiente il 75% del possesso palla per vincere le partite, ma non è così. Avere il controllo del pallone non basta per fare risultato, ne ha dato una palese dimostrazione la Francia campione del mondo».

Le “dichiarazioni shock” di Pep contro il tiki-taka vanno poi contestualizzate nell’estate del 2014, quando era ancora calda la terribile sconfitta per 0-4 del suo Bayern contro il Real Madrid di Carlo Ancelotti in semifinale di Champions. Dopo quella disfatta consumatasi pur mantenendo il solito 64% di possesso palla, il sempre ottimo Jonathan Wilson sulle pagine del Guardian aveva annunciato la fine dell’era del tiki taka, e previsto una nuova evoluzione tattica nel calcio mondiale. Di più, secondo le parole del suo secondo Domenec Torrent al quotidiano tedesco Kicker, il gioco di Pep in quella partita era stato rigettato dagli stessi calciatori.

Insomma non è un caso che a Monaco – laddove vige la filosofia del “Mia san mia” (Noi siamo noi), in una Baviera tradizionale in cui anche la CDU si sposta a destra diventando CSU – i maggiori trionfi siano arrivati con Heynckes prima e con Flick poi, entrambi gestori di uomini, conoscitori dell’ambiente e soprattutto tedeschissimi. Il calcio in fondo è cultura, e per questo la reazione è anche culturale. Le stesse durissime parole rivolte a Guardiola da Lothar Matthäus in questi giorni forse ne sono una dimostrazione, e non vanno interpretate solo in chiave tattica:

«Pep e solo Pep ha fatto sì che il Manchester non arrivasse al successo. Con lo schieramento tattico che ha scelto per la finale ha rubato la Champions a club e tifosi. Ora deve accettare e ascoltare le critiche (…) Fare gli esperimenti in una finale è la cosa peggiore che un allenatore possa fare. È inspiegabile e incomprensibile.

Guardiola ha indebolito la squadra perché voleva fare qualcosa di speciale, di sorprendente. In passato già gli era successo, ma in una finale deve mettere in campo i punti di forza della squadra, non deve provare qualcosa di nuovo per far vedere che riesce a fare cose che nessuno ha previsto».


Dalla campagna teutonica comunque il mito di Pep l’infallibile ha iniziato a vacillare, seppure a Monaco abbia portato a casa tre campionati in tre anni. Guardiola stesso non ne poteva più della sua fama, della luce dei riflettori capace di capace di magnificare ogni vincente e distruggere ogni sconfitto. D’altronde Pep aveva ammesso di essere stato svuotato dalle pressioni al Barcellona, in un contesto “protetto” e familiare dove aveva vinto praticamente tutto; figuriamoci al Bayern Monaco, in un ambiente a tratti “ostile” in cui non erano giunti i risultati sperati.

Da allora poi, come subodorato da Wilson nel 2014, c’è stata una risacca nel calcio internazionale che ha riscoperto un gioco più reattivo e verticale, in grado di portare a dama anche compagini meno innamorate del pallone (quest’anno l’Inter in Italia, l’Atletico in Spagna, il Lille in Francia, e ovviamente il Villareal e il Chelsea in Europa). Eppure Guardiola ha continuato a vivere una mitizzazione quasi a prescindere dai risultati: in Inghilterra certo ha vinto tre Premier in cinque anni, ma la sua gestione ha anche fatto registrare il più imponente passivo sul mercato nello sport mondiale (-631 milioni fra entrate e uscite) e nei primi quattro anni ha raccolto in Europa solo ottavi e quarti di finale.

Risultati di tutto rispetto ma non sufficienti alla tesi di chi lo descrive a priori come “il più grande allenatore di sempre” senza lasciare spazio a controargomentazioni.

Ecco lo stesso Pep, al di là di quella finta modestia tipicamente catalana, è il primo a non voler più essere indicato come tale. Ne siamo convinti, e soprattutto siamo sicuri del fatto che abbia disperatamente bisogno di uscire dal suo abito di perfezione. Guardiola è infatti oggi prima personaggio che persona, prima profeta che allenatore: se la vittoria per Pep è diventata un’ossessione ma ancor prima un obbligo, la sconfitta può essere quasi una liberazione. Per lui, che forse non mentiva al triplice fischio sorridendo e baciando la medaglia in favore di telecamere; e per noi, che possiamo finalmente liberarci del “guardiolismo”, un’ideologia che ha fatto danni più seri del previsto.


Perché se perfino Guardiola fa cadere la maschera del “genio superiore” – difficile d’altronde continuare a comportarsi come tale se nel frattempo le coppe europee le alzano i tuoi colleghi –, allora il calcio in quanto oggetto culturale non viene più posizionato su una linea ascendente che dal “palla lunga e pedalare” evolve nell’organizzazione maniacale. Béla Guttmann, Helenio Herrera, Nereo Rocco, Ștefan Kovács, Dettmar Cramer, Brian Clough, Ernst Happel, Arrigo Sacchi, Ottmar Hitzfeld, Vicente del Bosque, Sir Alex Ferguson, José Mourinho e Jupp Heynckes tornano oggi ad affiancare Pep nell’immaginario comune come tecnici altrettanto validi che hanno saputo vincere due Champions come lui, pur giocando in maniera diversa.

Bob Paisley, Carlo Ancelotti e Zinédine Zidane gli si pongono poi naturalmente “sopra”, con tre coppe vinte.

Mentre il guardiolismo aveva colorato tutta la storia passata del calcio di un colore grigio uniforme, e sommessamente sbeffeggiato i suoi protagonisti per via della loro presunta arretratezza, il suo tramonto pone le basi per una riscoperta e una valorizzazione dei tanti e vari sistemi di gioco, e tale riscoperta non può prescindere dal riconoscimento dell’apporto delle scuole nazionali. Il calcio di Pep non rappresentava insomma un progresso definitivo, la “fine della storia” per citare Fukuyama, bensì una fase particolare nella storia del pallone.

Ecco perché dopo l’indiscutibile sconfitta contro il Chelsea – e in accordo, ci pare, con la sua stessa volontà – Pep Guardiola torna ad essere un grande allenatore tra tantissimi grandi allenatori, e il “suo” calcio un mix modernissimo tra quanto insegnato dalla scuola olandese e da quella spagnola: una semplice possibilità tra tante di praticare il gioco, meravigliosamente rivoluzionaria in Catalogna, difficilmente applicabile in diversi contesti ambientali e non particolarmente efficace, almeno in Europa, negli ultimi anni.

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