Less is more: a volte l’abbondanza è deleteria. Certamente lo sarebbe stata il 4 marzo del 1990, giusto trent’anni fa, se a seguire la partita di basket universitario tra Loyola-Marymount e Portland, semifinale della West Coast Conference, ci fossero state molte telecamere. Perché avrebbero catturato l’orrore, avrebbero fissato per sempre uno dei momenti intrinsecamente più angoscianti nella storia dello sport, un attimo che non è diventato planetario solo perché all’epoca, fortunatamente, non esistevano né internet né social media, e l’intimità del dramma poté rimanere tale. Intimità per modo di dire: al Gersten Pavilion, palestra di casa di LMU, c’erano quasi 5000 spettatori, e in realtà una telecamera c’era, anzi ce n’erano due. Quella a campo largo inquadrò un’azione dei Lions, avanti 23-13 dopo poco più di 7’ del primo tempo, con il point man Terrell Lowery – futuro giocatore di baseball professionistico – che dal palleggio alzò un morbido passaggio sul quale Hank Gathers schiacciò al volo a due mani.

 

23 anni, ala forte e centro della squadra, fu poi ripreso dalla seconda telecamera, a bordo campo, mentre preparandosi a difendere barcollava e cadeva a terra. L’avversario più vicino a lui in quel momento era una guardia di Portland, Erik Spoelstra, all’epoca ventenne e futuro coach due volte campione NBA con i Miami Heat. Gathers, che provò a rialzarsi («non voglio stare giù!») ma non ne ebbe la forza, fu subito soccorso dai medici e dai compagni di squadra, mentre la madre arrivava sconvolta dalle gradinate, e portato all’ospedale, ma due ore dopo i medici ne dovettero dichiarare il decesso per infarto, dovuto a cardiomiopatia ipertrofica. Eric Gathers, Hank per tutti, era stato ucciso dal suo cuore, in tutti i sensi.

 

Qualche settimana prima, il 9 dicembre 1989, Gathers era svenuto durante la partita contro California Santa Barbara, e una serie di esami aveva rivelato una tachicardia per la quale gli era stato prescritto un medicinale, l’Inderal, nome commerciale del propranololo, un betabloccante cioè un elemento che blocca adrenalina e noradrenalina e serve anche a ridurre emicranie e stati d’ansia. Adrenalina, ecco: dopo aver cominciato a prenderlo, Gathers si era sentito meno reattivo, meno ricco di energia, meno scattante, e dai 240 milligrammi giornalieri dei primi tempi aveva ridotto la dose a circa 40 il 26 febbraio, su autorizzazione del suo medico, Vernon Hattori, che però gli aveva ordinato di sottoporsi a un test, prima che iniziassero i playoff della West Coast Conference, per verificare l’effetto di una quantità così bassa di medicinale. Gathers però non si era presentato, e Hattori aveva inutilmente – pochissimi avevano telefoni cellulari, all’epoca – provato a rintracciarlo. Quando poi Gathers lo aveva cercato era troppo tardi: il Torneo sarebbe iniziato il giorno dopo, sabato, e si decise che gli esami sarebbero stati effettuati il lunedì, il 5 marzo.

 

Il sorriso di Hank Gathers (Tim de Frisco/Allsport/Getty Images)

 

In realtà – è scritto tutto in modo dettagliato in un articolo del Los Angeles Times del 1992 – al ragazzo erano già stati fatti test importanti subito dopo lo svenimento iniziale. Dopo aver saltato due partite, infatti, il 26 dicembre Hank si era allenato, in uno-contro-uno con un compagno di squadra, indossando un Holter, un piccolo strumento che registra l’attività cardiaca tramite elettrodi applicati al corpo. In quei 90’ minuti i risultati erano stati preoccupanti: 188 episodi – due al minuto – di tachicardia, alcune situazioni da 200 battiti al minuto e il 26% di battiti irregolari. Indicazioni, secondo alcuni esperti, di un cuore molto malato. Per dire, ciascuno di quei 188 episodi di tachicardia avrebbe potuto risultare in una fibrillazione potenzialmente letale. Eppure, si decise per l’Inderal, e nulla più. Anche perché un test successivo alle prime assunzioni di medicinale aveva mostrato una riduzione dei battiti irregolari dal 26% all’1% e gli episodi di tachicardia erano crollati a un numero trascurabile.

 

Gathers del resto non avrebbe accettato un esito diverso. Il cuore per lui era tutto, su ogni fronte, e non è un cliché: a 23 anni aveva già un figlio di sei al quale voleva dare un futuro solido, e per farlo si era trasferito da Philadelphia, sua città natale e suo porto pericoloso ma conosciuto, a Los Angeles, che sarebbe stata la sua tomba. Lo stesso percorso di Kobe Bryant, con tutte le differenze che però tragedie del genere portano con sé e svelano. Al contrario di Kobe, infatti, Hank non era nato ricco, anzi era cresciuto nei Raymond Rosen Projects, una serie di casermoni e case a due piani nella zona appena a nord del centro di Philadelphia, abbattuti poi nel 1995 e sostituiti da abitazioni di maggior pregio: quando si tratta di America sono storie sentite e lette fin troppo, per atleti o musicisti tanto per restare nelle categorie più note, una proiezione costante di un lato buio che si sta espandendo nel resto del mondo.

 

Nei tanti omaggi a Gathers sul web (e in un bel libro chiamato Heart of a Lion: The Life, Death and Legacy of Hank Gathers) si intravvede un altro cliché, drammatico perché anche quando vissuto bene illustra le storture del mondo che lo genera: senza il basket, senza lo sport, Hank sarebbe stato solo un altro numero, una statistica o forse nemmeno quella, un’anima racchiusa in un corpo come tanti, nascosto dietro il bancone di un negozio o illuminato da un giubbotto colorato da netturbino o stradino, quelli che vedi a tarda ora o all’alba sui mezzi pubblici delle città americane, spesso indossati con la dignità di chi preferisce essere povero ma onesto, non necessariamente per mancanza di alternative.

 

Hank e la sua mamma: un rapporto speciale (Sporting News Collection Hologram/MEARS Photo LOA)

 

Nei Roses Projects e dintorni Gathers poco alla volta era diventato celebre, quel tipo di celebrità che ti fa indicare col dito o sussurrare: giocatore davvero mediocre all’inizio («era il peggiore che io avessi mai visto» ha detto il suo amico d’infanzia Darrell Gates al sito The Athletic, che lo ha ricordato con un ottimo articolo), aveva saputo disordinatamente abbinare la crescita fisica a quella tecnica ed era diventato il terrore atletico dei campetti. Un senzaruolo come spesso capita a quei livelli, in cui al più forte viene data la palla ovunque, a prescindere: al massimo dello sviluppo, Gathers era circa due metri, illuminati da muscoli levigati e potenti, distribuiti in modo equo ed esplosivo. Giocava spesso con Bo Kimble, una guardia dal fisico robusto, al quale aveva chiesto di insegnargli alcuni trucchetti per controllare meglio palla e palleggio, e i due finirono per essere compagni sia al liceo sia al college, fino a quella domenica 4 marzo 1990.

 

Una forza della natura, Gathers: che secondo Kimble non toccò mai né alcool né droga in vita sua, perché bruciava dentro dalla voglia di giocare, di affermarsi, di spaccare tutto. Di andare al college e dominare, di andare nella NBA e lasciare una traccia, anche se la sua atipicità come giocatore difficilmente gli avrebbe concesso di ripetere le strepitose imprese del college: nel 1988-89 era stato il primo realizzatore (32,7 punti) e il primo rimbalzista (13,7) della NCAA, impresa che prima d’allora era riuscita solo a Xavier McDaniel di Wichita State (27,4 e 15, stagione 1984-85) e successivamente sarebbe stata realizzata da Kurt Thomas di Texas Christian (28,9 e 14,6, 1994-95). Ma Hank aveva una statura troppo ridotta per giocare costantemente vicino a canestro e tiro da fuori non sufficiente – non lo usava infatti praticamente mai – per ricoprire stabilmente il ruolo di ala piccola. Il bene e il male tecnico-tattico riuniti nello stesso corpo, e la conclusione è che Gathers non sarebbe diventato una superstar ma un giocatore immarcabile negli attacchi al canestro e a rimbalzo, una sorta di Charles Barkley che tra l’altro era stato un suo riferimento prima al college poi, dal 1984, nella NBA proprio a Philadelphia.

 

La difficoltà di valutazione di Gathers veniva anche dal fenomenale sistema di gioco (‘The System’) utilizzato da Paul Westhead, coach di Loyola Marymount. Veniva anche lui da Philadelphia, dove è nato nel 1939, e nel 1979-80, al debutto come head coach nella NBA, aveva portato i Los Angeles Lakers al titolo, salvo essere poi cacciato per iniziativa di Magic Johnson a metà della terza stagione e sostituito dal suo ex assistente Pat Riley. Dopo un anno alla guida dei Chicago Bulls e due di stop, nel 1985 aveva accettato l’offerta dei Lions, il cui Gersten Pavilion è a otto chilometri dal Forum, casa dei Lakers a quel tempo (a chi andasse a Los Angeles, tra l’altro, segnaliamo che il Pavilion si può scorgere, accanto al campo da baseball di Loyola Marymount, sulla sinistra decollando verso est, o sulla destra atterrando verso ovest). Ai Lions, Westhead – che due volte alla settimana insegnava anche lingua e letteratura inglese – installò una versione estrema della sua filosofia basata, in pratica, sul corri-e-tira: marcatura a uomo feroce con costanti raddoppi improvvisi per creare passaggi sbagliati e palle perse, contropiede costante, obiettivo 20 rimbalzi offensivi, 25 palle recuperate e 100 tiri a partita, molti dei quali da tre punti, in un periodo in cui oltretutto per ogni azione si avevano a disposizione 45” e dunque non ci sarebbe stata necessità di affrettare le situazioni. In un sistema del genere, che predicava velocità e nasceva da allenamenti durissimi, in grado di forgiare il fiato necessario per correre per 40 minuti, uno come Gathers poteva dominare, ricevendo spesso palla con spazio intorno a sé, in velocità, con dinamismo e carica.

 

Gathers e Kimble: uniti dalla passione per la palla a spicchi (Douglas C. Pizak/AP Images)

 

Una vetrina eccezionale, alla quale però non era arrivato subito. Originariamente, infatti, dopo aver fatto sfracelli alla Dobbins Technical High School di Philadelphia, portata al titolo cittadino nel 1984-85 dopo la finale persa dodici mesi prima, Gathers e Kimble erano andati a USC, Southern California, ma il coach Stan Morrison era stato costretto a dimettersi dopo la prima stagione ed era stato sostituito da George Raveling, personaggio di grande presenza e influenza, che aveva posto un aut-aut ai due di Philadelphia e ad altri giocatori importanti, i quali avevano inutilmente chiesto di essere consultati sulla scelta del nuovo coach: o mi confermate subito di voler restare qui o vi ritiro la borsa di studio. Indispettiti, anche se non erano necessariamente dalla parte della ragione, Gathers e Kimble erano di fatto stati costretti ad andare via, e avevano ricevuto da un prete di Philadelphia a loro molto legato, Dave Hagan, il consiglio di provare a Loyola Marymount. Hagan infatti era da anni amico di Cassie Westhead, la moglie del coach, e riteneva che i Lions potessero essere la scelta giusta. Quando Westhead aveva mostrato ai due un video di alcune partite, Kimble e Gathers però erano rimasti sconvolti.

 

«Cos’è questa roba? Ci fai vedere una partita a velocità 2X? Coach, lei è di Philly, noi siamo di Philly: non ci prenda in giro, questo video è truccato».

 

Resisi conto che non c’era stata alcuna manomissione ma che i Lions DAVVERO giocavano a quei ritmi, i due avevano accettato con entusiasmo la borsa di studio, pur dovendo restare fermi per il 1986-87 a causa delle regole per il trasferimento di giocatori da un college all’altro. Westhead era il coach adatto per loro e Kimble in seguito ricordò una delle sue tante frasi ad effetto:

 

«Se vedo che in campo sei libero e non tiri sappi che puoi accomodarti accanto a me in panchina».

 

Nel 1987-88 i Lions avevano segnato 110,3 punti di media, saliti a 112,5 nella stagione successiva e 122,4 in quella 1989-90. Il 31 gennaio del 1989 avevano battuto US International – certo, college di bassissimo livello – 181-150, ma la partita forse più fenomenale di quel periodo fu quella di sabato 3 febbraio 1990 a Baton Rouge, contro Louisiana State che aveva come guardia Chris Jackson (divenuto poi Mahmoud Abdul-Rauf) e come lunghi Stanley Roberts e Shaquille O’Neal. Una partita che rappresenta un grande rimpianto per l’autore di questo articolo, che era stato al Super Bowl a New Orleans il 28 gennaio e visto due partite precedenti di LSU ma prima di partire dall’Italia non sapeva di quell’appuntamento e non aveva potuto restare fino al sabato. Quel Tigers-Lions fu una gara sensazionale: Gathers si vide stoppare dal 18enne Shaq – molto più alto di lui, anche se non ancora corpulento come lo sarebbe stato nella sua carriera NBA – i primi cinque tiri, ma con una serie di penetrazioni dalla linea del tiro libero, linea di fondo, rimbalzi dinamici riuscì a segnare 48 punti con 20/35 al tiro, anche se i Lions alla fine caddero per 148-141, dopo un tempo supplementare. La sera stessa la squadra ripartì per Los Angeles, arrivando poco prima di mezzanotte, e poche ore dopo, domenica, scese di nuovo sul parquet contro San Francisco, vincendo 157-115, con 50 punti di Kimble. Una macchina da guerra, una squadra come mai più si è vista su un parquet. Una squadra di cui oggi parlerebbe, letteralmente, il mondo.

 

Gathers versus O’Neal, sfida titanica (sportsillustrated.com)

 

In quel periodo, però, il mondo faceva fatica ad avere notizie. Negli Stati Uniti la principale fonte d’informazione sportiva era il canale ESPN, nato nel 1979, e diffuso via cavo: ovvero, in ogni località una centralina riceveva il segnale via satellite e lo girava agli abbonati tramite cablatura. Per il resto, l’opinione e le notizie le davano i quotidiani, che non avevano ancora dovuto ricorrere come oggi, per disperazione, a raccontare i fatti solo tramite il prisma dell’ideologia, per compiacere i lettori. Ed ESPN volle dire, da subito, Sportscenter: il notiziario serale in cui si passava in rassegna il meglio della giornata o della serata. E l’edizione del 3 febbraio Sportscenter diede molto spazio a Louisiana State-Loyola Marymount: col passare del tempo persino i telespettatori della costa est, in genere già a nanna nel momento in cui i Lions giocavano gran parte delle loro gare, avevano imparato a conoscere quel piccolo college gesuita trascinato da due fenomeni di Philadelphia.

 

Gathers era diventato una sorta di celebrità, anche se in pochi avrebbero saputo riconoscerlo al di fuori di Los Angeles e Philly. Per certi versi, non vedere o vedere poco – less is more, ricordate? – aumentava il valore epico di certi tabellini, di certi flash con schiacciate e acrobazie che arrivavano dalla costa ovest. Nella quale Gathers, che pur tornava ogni estate a Philly per qualche settimana, si trovava totalmente a suo agio: non è mai stato accertato con sicurezza se ci fossero stati illeciti, magari a opera di Andrew Gersten, un laureato di Loyola figlio del personaggio a cui era stato intitolata l’arena, ma Hank viveva in un appartamento di livello superiore a quello che avrebbe potuto permettersi con la borsa di studio, girava con una bella auto, cenava spesso con personaggi famosi e insomma dopo avere dato tutto – non è un cliché: lo confermano tutti – in partita o allenamento cercava di godersi il meglio del panorama di Los Angeles. Anche perché aveva ammiratori e amici che si prendevano cura di lui: tra questi, giocatori NBA come Magic, Byron Scott, James Worthy, Reggie Miller o di college come Pooh Richardson, che era stato suo avversario al liceo e giocava a UCLA, qualche chilometro più ad ovest. Una vita frenetica, di luci ed energia, di lunghe notti, di progetti e sogni anche a corto termine, condivisa con gli amici e il fratello Derrick Gathers, che giocava a Cal-State Northridge, situato nella San Fernando Valley, poco più a nord.

 

C’è proprio un racconto di Derrick, fatto a The Athletic: un giorno, lui e alcuni compagni di squadra stavano preparando una grigliata in un prato del college quando dal nulla spuntò un elicottero che atterrò a pochi metri di distanza, creando allarme ma anche curiosità. Dal velivolo scese Hank, che disse al fratello di essere solo di passaggio perché doveva andare da un’altra parte, gli diede alcune banconote da 100 dollari e ripartì. Alla luce della tragedia di Bryant vengono i brividi, ora, a pensare a quell’episodio, alla scelta dell’elicottero come segno e segnale di uno status cui pochi possono aspirare anche a Los Angeles, ma era il mondo in cui Gathers si era immerso, convogliando tutta la sua energia senza preoccuparsi di accumularla per il futuro perché la sua esistenza, anche dopo lo spavento del 9 dicembre, era volta a una rigenerazione continua delle forze per vivere meglio quella sera, quella notte, il giorno dopo.

 

Hank in palleggio (Getty Images)

 

Quando dall’ospedale arrivò la notizia del suo decesso, quel 4 marzo, la West Coast Conference dichiarò chiuso il torneo e assegnò la vittoria a Loyola Marymount, che del resto aveva già dominato la regular season ed era certa di giocare il Torneo NCAA, previsto per il venerdì di due settimane dopo. Ma era il caso di giocare davvero, dopo una tragedia così? Sì. Per onorare Hank, per non vanificare tutto quello che aveva fatto, per non dover stare troppo fermi a struggersi. E infatti al primo allenamento, giovedì 8, Westhead tenne i ritmi alti come al solito ma abolì qualsiasi sosta perché non voleva che i suoi giocatori, a pezzi per il dolore, avessero il tempo di pensare troppo: correndo, tirando, difendendo non avrebbero avuto cedimenti, anche se era loro impossibile non sentire la mancanza di quel temporale di energia che anche nelle sessioni interne aveva sempre voluto dominare tutti, salvo poi comportarsi, al fischio di chiusura, come il migliore amico che ciascuno di loro avesse mai avuto.

 

E i Lions divennero subito la squadra preferita dai neutrali, ad eccezione di una manciata di cinici per i quali, in fondo, Gathers se l’era cercata, insistendo a giocare anche in presenza di un difetto cardiaco; e chissà cosa prendeva di nascosto, dicevano alcuni, anticipando senza volerlo un aspetto emerso poi durante il processo per la causa intentata dalla famiglia al college e ad alcuni medici, dal quale uscì un risarcimento inferiore al previsto (storia lunga e contorta, che vi risparmiamo). Secondo un consulente, infatti, alcune cicatrici nel cuore di Gathers erano compatibili con le conseguenze di un ripetuto uso di cocaina, ma nemmeno gli esami più accurati e le indagini – anche tramite investigatori – trovarono mai conferma che Hank avesse mai assunto stupefacenti, come ribadì poi anche Kimble, quello che lo conosceva meglio di chiunque altro.

 

Al Torneo NCAA, Loyola Marymount fece grandi cose, a conferma che Il Sistema poteva reggere anche senza il suo più sublime interprete. Il primo turno si giocava a Long Beach, dunque nell’area appena a sud di Los Angeles, e l’arena fu riempita da tifosi e simpatizzanti, che videro un facile 111-92 ai danni di New Mexico State. Due giorni dopo Michigan, campione in carica e impreziosita da giocatori come Terry Mills e Rumeal Robinson (autore dei due tiri liberi decisivi nella finale dell’anno prima contro Seton Hall), fu travolta per 149-115 e i Lions andarono al turno successivo, quello delle cosiddette Sweet Sixteen, anch’esso in California ma ad Oakland, molto più a nord. Venerdì 23 LMU batté Alabama 62-60, vincendo dunque nel punteggio anche dove aveva perso nella tattica. Wimp Sanderson, coach di ‘Bama, aveva infatti istruito i suoi a gestire con immensa pazienza ogni pallone, sfruttando il più possibile il cronometro, e aveva tolto ai Lions ritmo ed energia. Ma Kimble – alla fine miglior realizzatore – e Lowery, autore del tiro decisivo prima dell’errore del futuro campione NBA Robert Horry allo scadere, dimostrarono di essere veri giocatori di basket e trascinarono la squadra alla finale del Regional, dunque a un passo da quella che sarebbe stata una Final Four sconvolgente per carica emotiva. Non accadde, però: nonostante i 42 punti di Kimble, infatti, LMU fu sconfitta per 131-101 da Nevada-Las Vegas, altra travolgente realtà di quegli anni, che avrebbe vinto poi la finale 103-73 contro Duke.

 

Il dramma di Hank: morire sul parquet (Gary Freidman Jr. / UPI)

 

In tutte le partite del Torneo i giocatori avevano sulla canotta una toppa nera con il numero 44 scritto in bianco, a ricordo di Gathers, e prima della palla a due si erano radunati in cerchio urlando ‘For the Bankman!’, perché il loro compagno di squadra per loro era sempre stato Hank The Bank, uno su cui si poteva sempre contare (bank, qui, non è tanto la banca quanto il verbo che indica la possibilità di appoggiarsi a qualcuno). In più, ed è il gesto di cui ancora gli appassionati parlano, il primo tiro libero di ogni partita del Torneo Kimble lo aveva tentato con la mano sinistra, quella ‘sbagliata’, per onorare Gathers, che ad un certo punto della sua carriera aveva voluto provare a usare la sinistra perché sconcertato dalla sua scarsa efficacia con la destra, ed era stato premiato da un aumento delle percentuali dalla lunetta. E Kimble, che peraltro già al liceo aveva dovuto tirare con la sinistra dopo un infortunio al gomito destro, aveva fatto 3/3 da mancino (contro Alabama non gli era stato assegnato alcun libero), ogni volta nel silenzio assoluto dei tifosi, con un groppo in gola per il significato che quel gesto aveva.

 

Kimble, che ha poi giocato nella NBA per tre stagioni e successivamente nella CBA, la lega minore, è rimasto il simbolo vivente di un’amicizia e di un dramma infiniti, e non ha mai dimenticato il dolore per la scomparsa dell’amico. Per questo, nel marzo 2011, andò in visita alla Fennville High School di Holland, nel Michigan: il 2 dello stesso mese – un giorno prima del 21esimo anniversario della scomparsa di Gathers – Wes Leonard, miglior giocatore della squadra di basket, aveva perso i sensi e non si era più ripreso, pochi istanti dopo aver segnato il canestro della vittoria nella sentita sfida contro la Bridgman High, e la causa era stata un arresto cardiaco dovuto a un difetto congenito. E alcuni anni dopo, venuto a sapere che Chris Bosh dei Miami Heat voleva tornare a giocare dopo aver avuto problemi di embolia artesiosa, Kimble lo esortò a lasciar perdere, a smettere, a pensare ai figli, perché a suo avviso anche Hank, se avesse saputo i reali pericoli a cui stava andando incontro, non avrebbe rischiato ulteriormente. A Kimble si unì Derrick Gathers (il cui figlio Jordan ha giocato al college a St.Bonaventure e Butler e ha il nome Twitter @44liveson) con le parole:

 

«Dopo 25 anni non ho ancora superato la morte di mio fratello. Chris, lascia perdere e ritirati subito».

 

Perché ricordare Hank Gathers, dunque, trent’anni dopo? Perché fu una tragedia in assoluto, e lo fu in un’epoca in cui le informazioni non arrivavano in tempo reale, lasciando dunque vuoti comunicativi ed emotivi che non sapevi come riempire ma che ti costringevano a riflettere, e che oggi vengono ingolfati dal flusso di post e tweet. In Italia, ad esempio, gli appassionati, cui poco alla volta era diventato familiare il nome di Gathers, potevano conoscere le sue gesta solo attraverso le pagine di Superbasket, il martedì, oppure – ma erano pochi a farlo, eravamo pochi a farlo – provando a cogliere i notiziari della radio delle basi militari americane o acquistando in edicola il quotidiano USA Today, che però era disponibile solo nelle grandi città o nelle stazioni più frequentate da turisti americani ed aveva comunque un costo notevole.

 

Derrick e Aaron Crump, rispettivamente fratello e figlio di Hank, nel giorno del funerale (inquirer.com)

 

Eppure, la morte di Gathers arrivò come una tempesta, seppure tardiva, e lasciò senza fiato tanti, che non avevano visto immagini di gioco ma solo rare foto e tabellini e un giorno si trovarono sbattuta in faccia l’angosciante realtà. Non era Kobe (che apprese della tragedia dal padre Joe, nato a Philadelphia e in quel periodo giocatore a Reggio Emilia), non avrebbe potuto diventarlo, non sarebbe mai stato un personaggio globale come lui, perché non aveva il suo talento puro e non viveva nell’epoca dei social media: ma, fidatevi, la sua scomparsa fu, in relazione ai tempi, una botta terribile, e queste righe faticose, tormentate, gravose, bagnate di lacrime sono solo un omaggio tardivo alla vita e alla carriera di un ragazzo con un sorriso che riempiva le arene.