Un giorno presi un caffè con un signore che aveva lavorato per l’Olivetti in Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ciò che più gli era rimasto impresso dei suoi viaggi di lavoro era l’incapacità, vissuta con orgoglio, degli inglesi come degli americani di essere multitasking o, per dirla più bonariamente, tuttologi.

 

 

D’altronde già più di 50 anni fa negli Stati Uniti, come già denunciava Italo Calvino nei suoi diari americani di fine anni ‘50, era difficile trovare qualche abitante di Los Angeles che non facesse la spesa al supermercato. Insomma, tanto nel mondo americano quanto in quello anglosassone la vita è vissuta a compartimenti stagno, così come lo sono molti degli insegnamenti universitari. In Inghilterra incontrerete professionisti impeccabili nella loro nicchia, ma totalmente sprovveduti alla minima eccezione dalla norma; così come la maggior parte dei quotidiani nazionali lascia a desiderare, e trionfano le riviste specialistiche di ogni sorta.

 

 

Ecco perché il football inglese, finché ha potuto, ha sempre guardato con un po’ di sospetto al calcio totale, facendo del 4-4-2 il solido emblema di un modo di giocare sì conservatore ma mai noioso. Finché hanno potuto, finché l’orgoglio nazionale non è stato mutato in senso di colpa, i calciatori inglesi compensavano i propri limiti tecnico-tattici con una foga che per decenni gli ha fatto sollevare trofei fuori dai confini nazionali.

 

 

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Non è un caso che con l’emergenza Covid-19 se ne stiano vedendo di tutti i colori sull’altra sponda della Manica. I pub hanno dovuto adattarsi all’Europa introducendo dehors sulla strada: simbolo per eccellenza del bere alla mediterranea. Perché un conto è il beer garden, nascosto ed appartato, dove poter bere in tranquillità tra le mura amiche del pub – esattamente come succede nei back garden delle terraced houses britanniche –, un conto sono i tavolini in strada.

 

 

E proprio mentre, sotto l’inevitabile pioggia di fine agosto, bevevo una pinta in un dehors fatto di transenne da cantiere in plastica arancione – a riprova che gli inglesi non sanno adattarsi al continente e che quando ci provano sfociano nel grottesco – leggo la notizia dell’arresto del difensore della nazionale e capitano del Manchester United Harry Maguire. Per una rissa con un poliziotto. Fuori da una discoteca. A Mykonos. Capirà chi legge che mi si è aperto il cuore, tanto da ignorare la pioggia che andava annacquando la birra.

 

 

Nel gesto di Maguire c’è – probabilmente con grande inconsapevolezza da parte del calciatore – tutta l’essenza del calcio inglese che fu, dei suoi tifosi e dei suoi footballers. Maguire è l’ultimo baluardo del calcio inglese, o meglio di quello che ne è stato fino a fine ‘90; meglio, ne è la sua quintessenza. Al momento lo è più di Vardy, e lo è quasi quanto in anni recenti lo fu l’ex terzino dell’Everton e della nazionale Leighton Baines, con il suo giro di amicizie che vantava Miles Kane ed Arctic Monkeys, e la sua frangia Mod, trionfo di estetica nel suo essere antiestetico.

 

 

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Harry Maguire insieme a Jamie Vardy nel 2017, con la maglia delle Foxes (foto di Michael Regan/Getty Images)

 

 

Non è di tecnica o di sopravvalutazione finanziaria del giocatore che si parla, perché non è ciò interessa questo discorso. Se Vardy è l’eccezione alla norma nel calcio inglese contemporaneo, il ragazzo qualunque della working-class – uno che se non fosse stato bravo con i piedi oggi sarebbe in canottiera macchiata di brown sauce, con una lattina pint size di Stella Artois sul divano di un council estate (le case popolari inglesi), idraulico nel migliore dei casi, supportato dal sussidio di disoccupazione nel peggiore – la narrazione scaturita dall’arresto di Maguire deve andare oltre.

Di Vardy, tutto sommato, se ne vedono tanti in Inghilterra, antropologicamente parlando. Ragazzi ordinari, quintessenzialmente Britannici per inerzia, ma non per (contro)cultura. Maguire, invece, risalta per un’attitudine che, sia sul rettangolo verde che fuori, ne fa l’ultimo testamentario di un certo calcio vissuto, appunto, tanto in campo quanto sugli spalti.

Maguire è il casual che a Spagna ‘82 si sarebbe presentato sotto il caldo torrido del Mediterraneo in coppola acrilica a spicchi bianco-rosso-blu, pantaloncini inguinali Adidas o Ellesse e montone; apoteosi del provincialismo naif che caratterizzava gli inglesi della classe operaia fino alla fine del secolo scorso. D’altronde, da vero inglese, Maguire nonostante il lauto stipendio non si lascia andare a vacanze a Ibiza o Formentera, ma si ‘accontenta’ di Mykonos, come l’inglese working-class medio. Se non fosse stato colto in flagrante in Grecia, lo si sarebbe probabilmente trovato a ingollare 10 shot di fila in un locale di Magaluf o Maiorca.

Maguire è uno che, se fosse stato giovane a metà anni ‘70, sarebbe stato sciarpa al polso, pantaloni a zampa, platform boots e basette folte a scazzottarsi per prendere la end avversaria al suono di ‘Saturday Night is Alright for Fighting’, gemma Glam Rock della produzione ispiratissima dell’Elton John di Goodbye Yellow Brick Road.

 

maguire inghilterra

Maguire esulta dopo aver segnato contro la Svezia, Russia 2018 (foto di Matthias Hangst/Getty Images)

 

 

Maguire baluardo di quell’Inghilterra dalla vita moderata ma spassosissima, sospesa tra nichilismo, goliardia e boutade, in cui la partita era tassativamente alle tre del sabato pomeriggio e la sera trascorsa al pub o in working men’s club – il dopolavoro di quartiere. Quell’Inghilterra in cui, dopotutto, come cantava Sir Elton, andava bene scambiarsi due sberle per soprassedere al tedio provinciale della classe operaia.

 

 

Il capitano del Manchester United, il ragazzo che fa la coda da Size? per accaparrarsi l’ultimo modello di Adidas in edizione limitata, da sfoggiare poi allo stadio con gli amici, quasi a voler tenere viva più nello spirito e nell’estetica che nei gesti la tradizione casual Britannica. Maguire io lo immagino sul litorale di Rimini, ad esorcizzare l’afa asfissiante dell’estate romagnola con una bottiglia di Peroni, mentre la maglia Umbro della nazionale, in tessuto viscoso, si appiccica alla pelle, tra un lancio di sedie ed una zuffa nelle notti magiche di Italia ‘90.

 

 

Maguire è il simbolo di quei calciatori inglesi come Terry Butcher che, nonostante avessero la testa aperta in due, continuavano a macinare chilometri e calci, con la divisa bianca intrisa di sangue rosso. Bianco e rosso, i colori dello scudo di San Giorgio, della croce che campeggia sulle bandiere che i tifosi inglesi portano in trasferta, da quando sfoggiare la Union Jack è diventato politicamente scorretto nei confronti delle velleità indipendentiste di Scozia e Galles.

Tifosi che, come i soldati di Sua Maestà nella battaglia di Balaclava in marcia verso il nemico Ussaro, nonostante la consapevolezza dell’inevitabile massacro, continuano a girare l’Europa, prendendosele da Russi o Polacchi addestrati alle arti marziali, bevendo, ridendo e cantando.

Maguire è un calciatore romantico, ma non per semplicismo narrativo o per facile abuso di un termine inflazionato. L’aggettivo si addice a Maguire in quanto in lui c’è la tensione romantica dell’eroe foscoliano o di Goethe nella sua fermezza di ideali e attitude, nonostante (o forse proprio per) la consapevolezza che il calcio inglese non è più il suo, e che l’Inghilterra non è più la nazione di una volta.

 

 

Il suo modo di giocare, d’altronde, ne riflette la personalità: stopper vecchia scuola, possente di testa sui calci d’angolo ed anche maldestro il giusto, palla o gambe in tackle (o entrambe), senza vergogna. Poco elegante anche nella fisionomia, con quel mento abbondante Maguire riporta alla mente David Webb, un altro amatissimo stopper del calcio inglese, difensore del Chelsea di fine ‘60, nonché uomo partita della finale di FA Cup 1970. Uno che non a caso sembrava un tifoso tutto Glam e basette folte, tanto da apparire persino sgraziato e fuori luogo nei Blues più spumeggianti ed eleganti di sempre calati nella King’s Road dandy e allucinata del periodo.

 

 

Innescando una rissa con un poliziotto, Maguire ha fatto molto di più di ciò che superficialmente può sembrare una bravata (costata tra l’altro per adesso 21 mesi di reclusione con condizionale per rissa aggravata, resistenza all’arresto e dulcis in fundo tentativo di corruzione); il centrale inglese ha riallacciato il rapporto di immedesimazione tra calciatore e tifoso – fenomeno non scontato nel calcio inglese di oggi – comportandosi come un hooligan che fu o un lad britannico avrebbe fatto in vacanza nel Mediterraneo. Lungi dal ricamare un’apologia della violenza ingiustificata ed anche un po’ cafona, il gesto del capitano dei Red Devils risalta agli occhi di chi ancora sa guardare alla vita con goliardia, insensato moralismo, ed un poco di nostalgia.