C’è una bella storia in serie A. In campo e in ufficio. C’è un club che spende poco, e soprattutto in modo oculato, lancia giovani talenti, tiene i conti in ordine e rispetta puntuale le scadenze. Cos’è, siamo su Marte? No, più semplicemente a Verona, dove si fa calcio frugale di provincia da far invidia agli spendaccioni metropolitani che oggi remano in un mare agitato dai debiti. Al 30 giugno 2020, il bilancio del club del presidente Setti si è chiuso con un utile di 8.275.111 euro. Cifra record nella storia dell’Hellas.

 

 

In un passato nemmeno poi tanto lontano, i suoi bei grattacapi la società li ha avuti, ma evidentemente da quelle parti la lezione è servita, se hanno fatto di necessità virtù e hanno compreso che fare calcio con i piedi per terra, in fondo, si può. Alle casse giovano le plusvalenze ricavate dalla cessioni di Amir Rrahmani al Napoli e Sofyan Amrabat alla Fiorentina: arrivati da perfetti sconosciuti, i due sono stati protagonisti di una grande stagione. Bravo il giovane ds D’Amico a pescarli, altrettanto bravo l’allenatore Ivan Juric a metterli nelle condizioni di emergere.

 

 

La cessione alla Roma di Marash Kumbulla, un gioiello del vivaio, sarà contabilizzata nei prossimi due esercizi contabili. I conti sono quindi al sicuro per i prossimi due anni o giù di lì. Se non di più, visto che la rosa è piena di talenti a basso costo. Andato via Kumbulla, il Verona un altro pezzo pregiato se l’è trovato in casa, il ventenne Matteo Lovato, che sta conquistando tutti. Recentemente, al portiere Marco Silvestri e al fantasioso Mattia Zaccagni, Roberto Mancini ha aperto i cancelli di Coverciano.

 

Mattia Zaccagni, il “top player” (insieme a Silvestri) di una macchina perfetta targata Verona 2020 (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

C’è poi un dettaglio, e no da poco: la squadra gira, fa punti (sono 15, ben 6 in più di un anno fa), ferma le grandi (in trasferta, ha imposto il pari a Juve e Milan, e battuto l’Atalanta; in casa ha pareggiato con la Roma, salvo poi vincere la partita a tavolino) e in classifica staziona nei giardini dal profumo d’Europa. Entro le mura care a Shakespeare, sulle rive dell’Adige s’intona l’Inno alla Gioia. Durerà? E chi lo sa. Intanto, come si dice al banco delle vecchie osterie di Verona tra un goto di Valpolicella e l’altro, ciapa e porta a casa.

 

 

La scorsa stagione, almeno fino allo stop dovuto all’esplosione della pandemia, il Verona è stato la vera sorpresa del campionato. A guidarla, un allenatore che ha saputo toccare i tasti giusti ed entrare nei tessuti della città e della tifoseria. La gente del Verona non chiede vittorie e incensi, chiede cuore e sudore. Protestantesimo all’altare del dio pallone. «Ti amo anche se vinci» per dirla con le parole di Marcelo Bielsa. Arrivato tra lo scetticismo generale, Ivan Juric ha conquistato la piazza. Come? Mettendo in campo proprio cuore e sudore.

 

 

Ruvido, spiccio e graffiante, ha un dono il tigrotto spalatino: dice quello che pensa, sempre e comunque. Dote rara, in mondo del calcio che blatera un politichese da segreterie di pentapartito ai tempi del CAF. Juric ha un’ idea precisa di calcio, fondata sull’intensità. Nulla conta chi abbia davanti, il suo Verona la partita se la gioca così, nel corpo a corpo, nell’uno contro uno, nella battaglia. Spada e sciabola; poco, pochissimo fioretto.

 

Senza paura, in guerra con Ivan Juric: qui a Bergamo, dopo aver somministrato all’Atalanta la sua stessa medicina. (Foto Emilio Andreoli/Getty Images)

 

 

Le regole son chiare, e valgono per tutti. Se non dai il massimo, e anche di più, sei fuori. Se non te la senti, accomodati, quella è la porta. Va così. «In nostro spogliatoio, nessuno ha puzza sotto il naso» ha chiarito l’allenatore ai microfoni di Dazn dopo la vittoria di Bergamo sul suo maestro Giampiero Gasperini. Quello che è successo nel primo tempo della partita di sabato sera, è lampante: lo spauracchio della serata era il Papu Gomez. Juric gli ha francobollato in rigida marcatura a uomo d’altri tempi, Dawidowicz.

 

 

Andava tutto bene, ma l’infortunio a Lovato (ahi, una ricaduta!), ha costretto il tecnico a spostare il fante polacco al centro della difesa; a sorpresa alla mezz’ora ha spedito in mischia il giovane Andrea Danzi incollandolo a Gomez. Danzi, un veronese doc, è però un centrocampista, non un terzino. Il ragazzo ha faticato e penato dannatamente. È rimasto negli spogliatoi. Povero Danzi, la sua partita è durata appena un quarto d’ora, un batter di ciglio:

 

«Ho visto che era in difficoltà, ho parlato con lui e l’ho abbracciato. Tutto normale, perchè da noi problemi non ne abbiamo».

 

Juric si è ravveduto e ha corretto il tiro. E nel secondo tempo il Verona ha fatto sua la partita, sebbene falcidiato e ridotto all’osso dagli infortuni e dal Covid. Poco importa, chi va in campo sa cosa deve fare, e sa anche bene che se non lo fa, si becca la strigliata. Auguri vivissimi. Juric è un comandante severo, diretto e intransigente, ma i suoi giocatori li ama come figli. E così li svezza. Questa è una squadra che la schiena ce l’ha bella dritta, come il suo allenatore, che alla chiusura del mercato non le ha mandate a dire; sperava di ripartire dalla stessa rosa rinforzata da un paio di buoni innesti per alzare un tantino l’asticella.

 

 

Così non è stato. Perchè le squadre quadrano, se quadrano anche i conti. Di questi tempi poi…! Juric si è così trovato tra le mani un gruppo giovane e profondamente rinnovato ma pure, e va detto, più ampio con alternative in ogni ruolo. Ha smoccolato, ma a quanto pare questo Verona, sebbene abbia molte facce nuove, non ha perso il suo timbro. Cuore e sudore, con l’elmetto in testa. Pronti alla battaglia, senza paura, fino alla fine. La ricetta è sempre la stessa. E piace.