Ritratti
21 Febbraio 2023

Morten Hjulmand, il duca di Lecce

Un capitano che incarna i valori di una squadra.

Estate 2022. Una delle più roventi di sempre. Un giovanotto tenebroso cammina tra i vicoli di Lecce: la pietra leccese trapassa la sua pelle scandinava. Si chiama Morten, nato in un sobborgo di Copenaghen – Kastrup –, alto un metro e ottantacinque, ma praticamente un fuscello da settantatré chili. Biondissimo. Occhi azzurrissimi. Barbetta adolescenziale. Viso squadrato. Stile sobrio, impeccabile. Forse è indeciso se portare la sua fidanzata a mangiare il pesce crudo a Gallipoli o un hamburger gourmet a Galatina. È uno di quelli che vive il Tacco d’Italia in ogni sfaccettatura. Una stagione e mezza col Lecce in Serie B a cantare le canzoni popolari e portare le tinozze d’uva sulla spalla.

Porta la 42 dietro la schiena. Ha imparato a cucinare salentino come nessuno nella squadra. Un ricordo, la promozione in Serie A: i suoi sensi si eccitano al pensiero della Curva Nord in visibilio. Nessuna distrazione, è stato convocato in via Colonnello Costadura, sede della società, perché Pantaleo Corvino, Saverio Sticchi Damiani e Marco Baroni devono dargli qualcosa: la fascia da capitano, a ventitré anni, per guidare l’armata più giovane del torneo con diciassette esordienti nel massimo campionato italiano. Lui compreso. Una grande responsabilità. La più importante della carriera: tra le giovanili del Copenaghen e della Nazionale danese aveva già dimostrato distinta leadership, come del resto all’Admira Wacker M., in Fußball-Bundesliga (Austria). Ma nel calcio italiano è diverso.

Per guidare un popolo del Sud, affamato di calcio e rinascita, servono tempra intramontabile e umanità. Tifosi mai domi: come filosofia non molto diversi dai vichinghi. Per questo li comprende.

Morten metabolizza subito la sua missione: incarnare i valori della società più oculata tra le venti ai blocchi di partenza. Lealtà e grinta. Accetta la fascia. Entra sul tappeto verde del Via del Mare per primo. 13 agosto 2022, Lecce-Inter, l’esordio. Un elastico chiaro sulla fronte: come un duca longobardo si mette alla testa del cammino della sua fara. Percorso tortuoso, dato che sulla carta il suo esercito è quello con meno valore di mercato. Ma non gli importa: dice a tutti, quando serve, tra i suoi silenzi significativi: mena compà, sciamu! Anche se a lui è sembrato di dire, kom så kammerater, lad os gå!



Morten Hjulmand, scovato da Corvino all’Admira Wacker M., preso al volo con soli 170.000 euro. Oggi servono tra i quindici e venti milioni per portarlo via dalle dita di Sant’Oronzo, ma la quotazione potrebbe salire, vedendo la velocità dei progressi – rispetto a luglio 2022 è quasi triplicata. Mediano davanti alla difesa: protegge i centrali e scandisce i tempi di gioco. Le sue principali qualità sono fisiche: calciatore box to box che non avvertirebbe fatica nel farsi a piedi dal faro di Punta Palascìa al faro di Santa Maria di Leuca.

I contrasti poi, tackle vecchia maniera finalizzati alla riconquista della sfera e alla transizione dell’azione da difensiva a offensiva: scivolate pulite e duelli lunghi novanta minuti con i migliori del campionato. Tiene le redini del centrocampo giallorosso, garantendo un equilibrio che sorregge gli esterni offensivi e la punta, alla costante ricerca del pressing. I dati delle classiche individuali della Lega di Serie A non mentono: primo per palloni intercettati, 49; primo per palloni rubati, 80; terzo per tackle, 57; tra i migliori per duelli vinti, 113.

Chiama i movimenti ermetici del reparto centrale, della prima e della terza linea come un piccolo allenatore in campo. Dall’inizio del campionato, accresce il suo bagaglio tecnico: il fraseggio nella costruzione della manovra o per fare uscire gli avversari dal catenaccio; il lancio lungo per abbreviare la ripartenza sulle ali; il passaggio filtrante in profondità per la mezzala o l’attaccante centrale; il cross perfettamente tagliato nei pressi dell’area di rigore o sulla trequarti che ha portato a godere più volte Federico Baschirotto. Se le capacità fisiche sono innate, i fondamentali tecnici migliorano a vista d’occhio.



Ma la dote più simbolica del futuro regista e frangiflutti della Nazionale danese, che gli è valsa la fascia da capitano così giovane, è l’etica del lavoro abbinata a quella comportamentale fuori dal terreno di gioco. Utilizza in maniera intelligente i social network: non perde tempo, pubblica solo in necessario, preferendo comunicare direttamente coi tifosi, che incontra in giro per le vie barocche e ai quali non nega mai una foto o una chiacchierata. Leader silenzioso, che catechizza quando serve ed evidenzia un temperamento notevole nella lotta in campo. A parlarci non lo diresti.

Potrebbe essere il personaggio secondario, ma necessario per l’evoluzione della trama, di un romanzo di Anders Bodelsen: ragazzo dai sogni precisi, volto del neorealismo di Danimarca, contro le ripercussioni sociali del materialismo e le contraddizioni della classe media, che sviluppa individui alla ricerca del successo senza morale. Morten è un calciatore morale. Il sacrificio offerto ai passionali tifosi del Lecce potrebbe essere metafora del cinema di Lars von Trier e della sua trilogia del cuore d’oro: la bontà e l’altruismo nella vita a volte possono portare paradossalmente un doloroso destino – storia dell’US Lecce docet –, ma sono l’esempio da tramandare, il modo migliore di provare a conquistare un sogno.

Ricchi club di Premier League e club italiani di tradizione sono interessati alle prestazioni di Hjulmand, per portarlo a giocare le coppe europee ed esplodere definitivamente.

Ha ancora tanti margini di miglioramento nella lettura del gioco, nel tiro da fuori e nella finalizzazione ad accompagnare l’azione manovrata. Anche se fosse la stagione d’addio alla tana dei lupi, verrebbe ricordato dal microcosmo giallorosso come uno dei centrocampisti più forti di sempre a ululare in mediana, nonché uno dei capitani più valorosi dentro e fuori dal Via del Mare. Morten però ha la testa piantata nel presente: salvare il Lecce, dando lustro a tante prestazioni contro ogni pronostico, che hanno permesso di bloccare al Maradona i futuri campioni d’Italia del Napoli, fare storcere il naso allo Special One, Mourinho, annichilire Sarri e Gasperini e fare tremare le grandi del Nord, Juve, Milan e Inter.

Dopo una prestazione svuota-anima, fino all’ultimissima goccia di sudore, Morten abbraccia la sua donna e la porta a guardare il mare turchese della litoranea salentina. Scrutando l’orizzonte – come le gambe di un rivale a centrocampo a cui strappare il pallone –, vede le forme di bronzo della Sirenetta di Copenaghen materializzarsi nelle acque leccesi. Abbraccia la sua donna, il passatempo che più ama, come fossero una coppia d’altri tempi, in un dipinto impressionista di Peder Severin Krøyer. Dalle cuffie bluetooth non sorprenderebbe se in riproduzione vi fosse 7 Years dei Lukas Graham: «Una volta avevo 20 anni/ vedo solo i miei obiettivi, non credo nel fallimento».

Sette, come gli anni che Morten ha impiegato a raggiungere il calcio che conta da quando Brian Riemer, suo allenatore nelle giovanili del Copenaghen Football Club, gliel’aveva pronosticato. Arrivati a questo punto, a capitan Hjulmand – duca del Lecce – e alla sua fara non resta che osare, seguendo il solco tracciato da Søren Kierkegaard (interpretato in sala stampa “Sergio Vantaggiato” e negli spogliatoi da Marco Baroni): «Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio. Non osare è perdersi».

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