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30 Marzo

Perché boicottare quando si può sensibilizzare?

Federico Brasile

62 articoli
Le nobili battaglie degli sportivi impegnati.

Più volte, e in diversi modi, abbiamo approfondito su queste colonne lo scempio dell’assegnazione mondiale al Qatar: indagando le dinamiche geopolitiche e profonde, approfondendo i conflitti d’interesse fra i signori del calcio europeo e le famiglie qatariote, riprendendo le inchieste sul numero dei morti e sulle condizioni di proto-schiavismo dei lavoratori impegnati alla realizzazione del prossimo “mondiale invernale”. Ma poi, al momento della sfilata Human Rights, ci sono cadute le braccia.

 

 

Norvegia per prima, poi Danimarca, Germania, Olanda: tutte unite contro lo sfruttamento e “in favore dei diritti umani”. I calciatori di queste squadre sono allora scesi in campo (rigorosamente per le qualificazioni mondiali) con magliette e messaggi per i diritti umani negati dallo stato qatariota: curioso paradosso, quello per cui si vuole boicottare una manifestazione alla quale ci si prova a classificare. In effetti però ormai non si parla più di boicottaggio, c’è da dirlo, bensì di sensibilizzazione: un termine meraviglioso, simbolico della nostra epoca. Che poi come aveva preannunciato il Ct norvegese Solbakken:

 

Vogliamo fare qualcosa di concreto per mettere pressione alla Fifa affinché sia sempre più diretta e ferma nei confronti delle autorità del Qatar, imponendo loro delle richieste più severe”.

 

La cosa concreta è stata una maglietta bianca pre-partita contro Gibilterra con su scritto “Human rights On and off the pitch”, e poi il rilancio con un altra t-shirt pre Turchia: Danimarca ✓, Germania ✓. Next?. Una ghiotta occasione per i giornali, i quali subito hanno sfruttato il faccione di Erving Haaland, l’uomo macchina, che da robot monofunzionale è in breve diventato il paladino dei diritti umani nel pallone; d’altronde in assenza di materiale umano, soprattutto per uno che ogni mattina si sveglia con l’inno della Champions League e che poi se lo spara in macchina a tutto volume, la narrazione la si deve pur costruire.

 

Iil gigante con il cuore d’oro e la testa ai cantieri di Qatar 2022 (Fran Santiago/Getty Images)

 

 

Insomma, pochi giorni fa parlavamo dei complessi rapporti fra sport e politica, soffermandoci sull’assenza di una reale consapevolezza degli atleti e sulla deriva propagandistica del tutto: due giorni dopo, nell’approvazione generale, sono arrivati i prodi calciatori a fugare ogni dubbio. Come Joshua Kimmich, che è entrato a gamba tesa nel dibattito – o sarebbe meglio dire nel monologo, seppur a più voci – affermando:

 

“Siamo in ritardo di 10 anni per il boicottaggio della Coppa del Mondo in Qatar. Il luogo del torneo non è noto da quest’anno, e si sarebbe dovuto pensare a un boicottaggio 10 anni fa”.

 

Grande Joshua, campione dentro e fuori dal campo. Ma quindi adesso che facciamo? «Penso che in questo momento sia necessario cogliere l’opportunità e utilizzare tutte le piattaforme per parlare di cose importanti, sensibilizzare sulla questione. Ma non solo noi giocatori. Dobbiamo lavorare insieme». Beh, però! Utilizzare le piattaforme (quelle social immaginiamo) e sensibilizzare, lavorare insieme: insomma, il Marchisio tedesco ha detto la sua, e sembra avere un futuro garantito come candidato sindaco di Stoccarda.

 

 

Dulcis in fundo la stessa Federazione tedesca e addirittura il governo hanno sposato la nobile causa impegnata dei propri tesserati, tirando in ballo addirittura il comune “attaccamento ai valori democratici”; poi ovviamente la Deutscher Fußball-Bund ha precisato: non abbiamo alcuna intenzione di boicottare il mondiale. Il grosso però, prendere posizione e sensibilizzare, intanto era stato fatto. Per citare il tecnico Joachim Loew:

 

“Era un primo segno da parte della squadra che difendiamo i diritti umani, non importa in quale parte del mondo, e che questi sono il nostro valore”.

 

Ottimo, ora sappiamo che la Nazionale di calcio della Germania ha dei valori non negoziab…vabè, dei valori. Meglio di niente. Così come l’Olanda, l’ultima a raccogliere il testimone: Football supports change, avevano scritto sulle magliette gli Orange (che almeno, come i tedeschi, sono ricorsi a delle t-shirts nero-lutto, a differenza di quelle bianche candide degli ingenui norvegesi). E ritorna così il caso curioso di un calcio che “supporta il cambiamento” ma poi lotta per strappare un biglietto nella terra degli emiri – un po’ come se, per sostenere una battaglia ambientalista, si facesse una scritta “no all’inquinamento” con il petrolio nell’oceano.

 

La scelta di campo dell’Olanda (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

 

 

Comunque qui si ride e si scherza, tanto siamo abituati alla nuova “politica” degli sportivi, tra segni rossi sul volto (magari poi andando a giocare la Supercoppa a Riyad) e magliette pro-diritti umani (cercando di qualificarsi a Qatar 2022). #respect, #unrossoallaviolenza, #humanrightsOnandoffthepitch: hashtag e slogan commerciabili, di sicuro successo, alimentati dai media per dare un volto umano – e un piazzamento sul mercato – a un calcio sempre più post-umano.

 

 

Il risultato è una patina stucchevole di propaganda, di politica trasformata in marketing, di ritornelli sempre uguali a cui gli sportivi si prestano con più o meno convinzione: oggi siamo infatti convinti che bastino una maglietta o un post su Instagram per “sensibilizzare”, e magari lo fanno pure, alimentando chiacchiera ed equivoco. A forza di sensibilizzare, allora, vedrete che un giorno pure i qatarioti si presenteranno con le magliette pro-diritti umani o con le kefiah arcobaleno: tempo che capiscano come funziona il giochino e ci stupiranno anche loro. Tanto ormai, come diceva Roland Barthes, “le immagini sono più vive delle persone”.

 

 

 

 

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