Che il calcio sia ormai diventato un bene di consumo lo sappiamo, patiamo e denunciamo da tempo. E la nostra insofferenza al sistema, unita a quel senso di responsabilità che dovrebbe sempre animare chi vuole cimentarsi con il giornalismo, ci obbliga di volta in volta ad individuare le molteplici e sottili modalità di diffusione di questa ideologia che si traveste sempre da fatto compiuto, inevitabile.

 

 

Oggi vogliamo concentrarci su quella particolare tecnica di “impacchettamento” – mai termine fu più calzante – dei contenuti sportivi proposta dall’informazione mainstream, che va dagli articoli online ai salotti televisivi passando naturalmente per la carta stampata. Il riferimento è ai titoli usati per introdurre la rubrica, il servizio o il libro di turno, ossia “I 3/5/10 motivi-gol/migliori-peggiori per cui…”, una formula di cui pare non si possa più fare a meno per far sì che l’appassionato si informi.

 

In effetti si tratta di una strategia comunicativa che spicca per efficacia ed eclettismo, perché questo formato così apprezzato è una sorta di organismo vivente in grado di adattarsi a tutte le circostanze: non ci sono limiti agli argomenti che può confezionare, la riuscita dell’operazione è pressoché garantita. L’importante è che il concetto da esprimere sia preliminarmente tradotto in numeri.

 

Ma questi – è proprio il caso di dirlo – “elenchi della spesa” che assicurano un’audience trasversale e illimitata (visualizzazioni, ascolti e acquisti in libreria) e si presentano sotto le mentite spoglie di un innocuo intrattenimento, sono tutto fuorché innocui. Essi rappresentano invece il prodotto più approssimativo di un giornalismo ridotto a superficie, schiavo della velocità, della fruibilità immediata, della finta informazione e della memoria a breve termine. E tuttavia dobbiamo indagare i motivi profondi di questo successo, peraltro tutti interconnessi.

 

 

La detenzione del potere di informare, anche in ambito sportivo, spetta ormai a pochi eletti, che, combinando sapientemente indagini di mercato e presunzione, predeterminano con congruo anticipo cosa è importante e cosa no, ma soprattutto cosa piace e cosa no, venendo meno a quel sacrosanto principio secondo cui l’unico modo per rispettare il lettore è fottersene: solo così si può ottenere una partecipazione genuina e costruttiva. E invece, l’obiettivo non è più quello di stimolare lo spirito critico di chi legge dicendogli cose indigeste, bensì quello di andargli incontro estorcendogli una pigra attenzione.

 

Curiosità-chiacchiera-equivoco: che il signor Martin Heidegger parlasse già del giornalismo dei 3-5-10 motivi??

 

 

Per indurre un utente ad aprire il “pezzo” bisogna infatti agire sulla sua curiosità ma senza incuriosirlo per davvero: deve trattarsi di una curiosità rigorosamente superficiale, tipo quella riservata alle soap opera o ai reality show. Una curiosità pienamente in linea con lo spirito del tempo che consente, nel frattempo, di tenere spento il cervello – dogma cardine del nuovo zeitgeist – e soprattutto di essere “rivenduta”. In tutto ciò ci viene il soccorso la grammatica di Martin Heidegger, che non a caso era ricorso alla triade “curiosità-chiacchiera-equivoco” per descrivere i modi concreti del vivere inautentico.

 

 

Ecco allora che la curiosità è fascino per l’apparire, per quei contenuti immediatamente accessibili senza bisogno di approfondire e soffermarsi sulle cose: questo porta inevitabilmente alla chiacchiera sotto forma di “si dice”, ovvero la vulgata impersonale, degenerazione del linguaggio, che riduce e mantiene in superficie; quella che si autoalimenta, e che consente di parlare di tutto senza in verità parlare di niente. Da ciò deriva infine l’equivoco: esso è il prodotto di curiosità e chiacchiera, e si muove in una dimensione di pura propaganda in cui crediamo di conoscere già le cose quando, in realtà, abbiamo solo accarezzato la loro parte più esterna, superficiale ed appunto equivoca.

 

Tornando a noi, i numeri riportati ad arte nei titoli (3,5,10) assolvono proprio a questa funzione. La loro naturale capacità di sintesi derubrica l’accesso libero al contenuto ad automatismo indotto: si legge per inerzia.

 

Perché ormai è stata recepita a tutti i livelli la logica di quei ristoranti in cui, attraverso le mini-porzioni, ti fanno assaggiare tutto stando bene attenti a non farti gustare niente. Però la mera presentazione di quel niente è talmente seduttiva da diventare sufficiente per formarsi un’opinione (da esprimere alla prima occasione utile). Assaggiando si può dire di aver provato, e quella “conoscenza” la si ricicla proprio nella dimensione della curiosità-chiacchiera-equivoco: al pranzo della domenica, in una birra con gli amici, in una conversazione quotidiana. È come chi legge la trama di un libro su internet e poi ne discorre tranquillamente con cognizione (sic!) di causa.

 

 

Grazie ai 3/5/10 motivi possiamo fingere di sapere, nell’epoca in cui l’apparenza va di moda ben più della realtà. Proprio in questo modo che nasce la cosiddetta “tuttologia”, dalla negazione preventiva dell’approfondimento. L’importante è sapere o far credere di sapere quante più cose è possibile, avere le chiavi d’accesso a ogni discussione senza tendere alla vera conoscenza. Come se non bastasse, tutto questo impianto innesca un circolo vizioso in cui la mancanza di fiducia nel prossimo assurge ad un tempo a fondamento e a finalità, quando non ad offesa.

 

 

Già, perché per puntare sulla tecnica dell’elencazione bisogna presumere la svogliatezza del lettore e, qualora fosse insufficiente, incentivarla in maniera esponenziale. Soltanto quando la trasformazione da lettore a consumatore sarà completata e non ci sarà più nessuno interessato al pensiero, allora anche chi informa potrà autoassolversi per la povertà dei contenuti proposti e, perché no, magari compiacersi di aver fatto un’opera di bene dando la buonanotte all’abbonato con il “5 x 5 Champions”.