L’albero genealogico ci consegna la squadra di calcio insieme agli occhi scuri di mamma e la camminata a piedi aperti del babbo. La nostra voglia di condivisione del buono e giusto, con una dose a piacimento di marketing, fa in modo che la creatura venga avvolta nei colori della squadra per cui tifa, ancora inconsapevolmente, già prima che riesca a formulare correttamente la parola mamma, che riesca a camminare, che riconosca sé stessa come individuo.

 

Pare naturale dare ai figli anche la squadra di calcio, soprattutto se il genitore ha le idee chiare. Pochi semplici precetti che scadono in un macchiettistico, immaturo e falso “Noi siamo il bene. Di là esiste soltanto il male. Specialmente con quelle maglie lì”. Un mantra ripetuto di continuo che diventa legge, che diventa una maglia tarocca comprata ai semafori ed un kit originale per la promozione in terza elementare, passando per il tour dello stadio, la partita vista dalle gradinate, e via così. Una macchina che a quel punto corre spedita senza bisogno di pigiare l’acceleratore.

 

L’unico rischio in questi casi è che il rapporto tra padre e figli sia logoro al di fuori del pallone e che quindi il ragazzino faccia un dispetto scegliendo con cura tra le rivali la squadra che il padre odia di più. Ma sono errori commessi da pochi sventurati genitori che non tengono le mani sul volante e che non inficiano nelle statistiche, perché il risultato finale è quasi sempre un successo: il figlio (o la figlia, certo) tiferà la stessa squadra del padre.

 

A Roma, sponda biancoceleste, “di padre in figlio” è diventato un vero e proprio evento promosso da società e tifoseria

Con l’avvertenza però, nell’età della tenerezza, di non mollare un centimetro, consolando il pargolo nelle difficoltà di un 0-6 a domicilio, o di un titolo sfumato, come farlo resistere alla tentazione del suo migliore amico in classe che tifa un’altra squadra, oppure fargli capire che anche se la Juventus ha vinto gli ultimi 8 scudetti e lui è nato e vissuto sotto questa monarchia capiterà che un giorno verrà spezzata. Serve costanza e in dosi massicce nell’era in cui la seconda squadra la si sceglie tra Real Madrid, Barcellona o Manchester City, tra poco pure in Cina, per fargli arrivare lo stesso unico amore per la squadra che milita in Lega Pro e che si è fatta due fallimenti in dieci anni.

 

Questa, come le altre di cui sopra, sarà una prova titanica di dedizione e condizionamento. Perché per ottenere il risultato di un figlio fedele ai nostri stessi colori serve un regime educativo militare. Ma è giusto? Coltivare dei dubbi non fa parte del mondo del tifoso, il libero arbitrio non è previsto. Siamo tifosi di quella squadra, siamo dalla parte del giusto, qualsiasi cosa succeda. Perché così è sempre stato dai nonni dei nonni. Augh!, oppure Amen. Nel momento fatidico in cui il figlio si avvicinerà al vostro divano davanti ad una partita alla tv e voi avrete rimandato i precetti fino a quella domanda: “tu quale squadra tifi?”, allora si dovrà scegliere che tipo di persona vorremo avere al nostro fianco.

 

Nonno Claudio accompagna il nipotino nel centro di Trigoria

 

Vorremo fargli vivere le nostre stesse pene? E perché non fargliene scegliere alcune proprie? Se è vero che non bisogna vivere da genitori una vita per interposta persona, perché allora dargli il nostro stesso percorso? Vorremmo che fosse uno incline alla ribellione contro il potere ufficiale, in buona sostanza contro “il male assoluto”, così come glielo raccontiamo, quando nella vita di tutti i giorni è l’unico ad obbedire alla maestra d’asilo e stare composto in sala mensa? Vorremmo dargli il tifo per una squadra prepotente, ricca, e odiata quando lui è la mascotte della classe perché fa ricopiare i compiti e divide la merendina a scuola coi compagni? Vorremmo dargli il tifo per la nostra squadra il cui unico scopo è migliorare il fatturato e prendere 20 giocatori in rosa con i prestiti quando lui sarebbe pronto a barare al solitario pur di vincere?

 

 

Arriverebbe presto all’adolescenza con forti crisi d’identità. Una vita sul doppio binario, in contrasto tra la persona che si forma e il tifoso che prende spazio. Un Bruce Banner che potrebbe diventare Hulk in qualsiasi momento e fare a pezzi una personalità mai formata. L’uso che si fa dei bambini nel tifo è un uso strumentale e politico. Pari a quello di quei genitori che li fanno sfilare nelle manifestazioni di piazza e che li usano come scudi per giustificare ogni loro azione. È un uso prepotente, improprio. E allora lasciate stare i bambini. Anche nel tifo delle squadre di calcio.

 

 

Non insegnate ai bambini, forse varrebbe la pena lasciar loro creare il proprio mondo. Perché a guardare bene se le tante energie che spendiamo dietro la nostra squadra, per tifarla, giustificarla, assolverla e poi glorificarla rispetto alle altre indipendentemente da quel che dice il campo, fossero incanalate con un club “coerente” col nostro carattere oppure scelto con la ragione e non con l’imposizione avremmo una vita meno incasinata, sicuramente più serena, tendenzialmente più appagante. Indipendentemente dalla bacheca trofei.