Ogni epoca ha bisogno di prese di responsabilità e, anche durante l’emergenza sanitaria di questi giorni, sono emerse figure di sportivi che hanno fatto la differenza. Il sociologo Nicola Rinaldo Porro sostiene che lo sport è «una straordinaria lente del mutamento sociale, in quanto manifestazione espressiva, stile di vita, modello di comportamento, veicolo comunicativo, ideologia, passione popolare, tecnologia, chiacchiera quotidiana».

 

 

Uno che, nell’attualità, rappresenta alla perfezione questa descrizione è Maxime Mbandà, stella della Nazionale italiana di rugby. Premiato perché, messa da parte la palla ovale, per oltre quaranta giorni ha lavorato da volontario con la Croce Gialla giorno e notte per accompagnare le persone colpite dal Covid-19 in diversi ospedali della provincia di Parma. Per il suo impegno, Mbandà è stato nominato cavaliere al merito della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella.

 

 

Le grandi dittature hanno sempre posto un’attenzione maniacale verso l’attività sportiva (si prenda ad esempio la cura con cui sono state organizzate le Olimpiadi del 1936 a Berlino, con l’obiettivo di costruire un clima di partecipazione collettiva che esaltasse il moderno eroe tedesco, una sorta di rivisitazione nazista dell’ideale dell’agone greco). Ed è anche il motivo per cui l’evento sportivo può diventare il palcoscenico per denunciare grandi ingiustizie o per aspirare al cambiamento. La storia, per fortuna, è piena di gesti, esempi e storie di coraggio provenienti dal mondo dello sport.

 

Lo sport è comunità

 

 

Basti pensare al pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos e l’eroismo di Peter Norman alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Ma anche al coraggio di Gino Bartali contro il nazismo e il dissenso dei campioni olimpionici Emil e Dana Zátopek durante la repressione di Praga. E ancora: la lungimiranza di Nelson Mandela nell’utilizzare il rugby per ricostruire il Sudafrica post apartheid, e più recentemente il maratoneta etiope Feyisa Lilesa, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016, che una volta tagliato il traguardo ha incrociato i polsi per denunciare i soprusi del governo di Addis Abeba verso i suoi concittadini di etnia Oromo.

 

 

Senza dimenticare le sfide contemporanee contro le discriminazioni e le testimonianze degli sportivi che hanno abbandonato il campo da gioco per aiutare i più bisognosi durante la crisi pandemica. Smith e Carlos hanno il pugno alzato in segno di protesta contro i soprusi che la popolazione nera subiva negli Stati Uniti. Peter Norman, australiano, per solidarietà ai due corridori statunitensi salì anche lui sul podio con lo stemma del Progetto olimpico dei diritti umani.

 

 

“Sto con voi, perché si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti”, come riportato in questo volume all’interno del bel racconto di Gianni Mura. La scelta di Norman, Smith e Carlos è una scelta di responsabilità e di umanità. Ma anche di coraggio. Del resto, sotto il podio Payton Jordan, capodelegazione della squadra statunitense dice che “se ne pentiranno per tutta la vita”. Consapevolmente o no, ma sempre con coraggio e controcorrente, questi uomini hanno promosso la pace e, più in generale, un’idea di mondo inclusiva ed equa.

 

 

Tutte queste storie sono state raccolte nell’e-book gratuito “I Giusti dello sport”, libro collettivo a cura della onlus Gariwo – La Foresta dei Giusti e patrocinato dalla Fondazione Candido Cannavò per lo sport, che ha coinvolto 22 autori provenienti dal mondo del giornalismo sportivo e non solo. Tra questi, Gianni Mura, Darwin Pastorin, Alberto Toscano, Leonardo Coen e tanti, tanti altri.

 

Si parte da lontano, dalla Seconda Guerra Mondiale: durante la Shoah sessantamila atleti persero la vita nei campi di sterminio e di essi ben 220 erano stati campioni olimpici, mondiali e nazionali, star del calcio o dei ring, detentori di record e trofei internazionali.

 

Nel Giorno della Memoria, l’Italia dello sport ricorda spesso il martirio di Arpád Weisz, ebreo ungherese trapiantato in Italia, che divenne allenatore dell’Inter (scoprì l’immenso talento di Meazza) facendole vincere uno scudetto, poi passò al Bologna che la terra tremare fa, e coi rossoblu gli scudetti furono due. Le leggi razziali del 1938 lo indussero a scappare, trovò rifugio dapprima a Parigi e dopo in Olanda. Preso con la moglie e i figli, venne internato nel campo di transizione di Westerbock, lo stesso in cui passò Anna Frank. Nel gennaio del 1944 lo destinarono ad Auschwitz, dove morì a 48 anni.

 

 

E vale la pena di ricordare lo Sport Klub Hakdah, parola quest’ultima che in ebraico significa forza. Era una società ginnica austriaca che, poco per volta, si aprì ad altre discipline. Come il nuoto. E, soprattutto, il calcio. La squadra aveva una maglia con una grande H sul petto, affiancata dalla stella di Davide. Franz Kafka tifava per lei. L’Hakdah vinse lo scudetto del 1925 e numerosi altri tornei, erano gli anni in cui il calcio danubiano dettava legge in Europa e legnava i tradizionali rivali teutonici.

 

 

L’Anschluss del 1938 sancì la fine di tutti i sogni di gloria calcistica, per l’Hakdah che era diventata una sorta di bandiera dell’orgoglio ebraico. Fu un tragico triplice fischio finale, quello dei nazisti al potere. La federcalcio austriaca confiscò i trofei vinti, cancellò dall’albo d’oro tutti i risultati. E deportò la squadra di calcio al famigerato campo di Theresienstadt.

 

La copertina del libro, con gli autori dei contributi

La copertina del libro, con gli autori dei contributi

 

 

E che dire del grande bomber Matthias Sindelar, fieramente antifascista che aveva giocato nella nazionale austriaca degli anni Trenta, il mitico Wunderteam, una delle più forti del mondo e di cui Sindelar fu capitano? Lo chiamavano il Mozart del pallone. La sua avversione per il nazismo fu fatale. Aveva rifiutato di giocare nella nazionale tedesca. Un affronto. Il campione non si era piegato a Hitler e aveva sfidato le leggi razziali. I nazisti, infatti, non gli perdonarono l’ultimo incontro con la maglia della nazionale, che fu anche l’ultimo incontro del Wunderteam: la disperata ed orgogliosa Anschlusspiel, la partita della riunificazione che si disputò tra Austria e Germania allo stadio Prater di Vienna il 3 aprile 1938.

 

 

L’addio del Wunderteam. Dopo di che, i migliori giocatori austriaci sarebbero dovuti passare nelle file della nazionale tedesca che sperava di conquistare, con questo trucco, il titolo mondiale del 1938. È proprio Sindelar, il capitano, a segnare il gol dell’1 a 0 al 70esimo minuto. Il 23 gennaio del 1939 lo trovarono senza vita nel suo appartamento, abbracciato alla compagna Camilla Castagnola, un’ebrea italiana. L’inchiesta fu archiviata in poche ore – avvelenamento da monossido di carbonio sarebbe stato l’esito autoptico. I due furono seppelliti in fretta e furia.

 

 

In Italia possiamo ricordare con orgoglio Gino Bartali, e non solo per le corse vinte in bicicletta. In quel biennio terribile che fu il 1943-44, Ginettaccio ha partecipato a una drammatica sfida su due ruote. Lo Stivale era in quel momento diviso in due: gli Alleati lo risalivano da Sud e gli occupanti tedeschi, in compagnia dei fascisti, imponevano il proprio dominio su una gran parte del territorio. Migliaia di ebrei erano rifugiati in luoghi più o meno sicuri. I perseguitati avevano cambiato vita e dovevano cambiare identità. Avevano bisogno di falsi documenti per accedere al razionamento alimentare e soprattutto per non incappare in una retata nazifascista.

 

 

L’organizzazione clandestina di cui Bartali ha fatto parte si occupava della fabbricazione e della consegna di questi falsi documenti di identità. È a questo scopo che il grande campione delle due ruote ha percorso i chilometri più importanti della sua vita e soprattutto di quella altrui. Migliaia di chilometri nel cuore di un’Italia sconvolta dalla guerra, dove ogni spostamento insospettiva i tedeschi e collaborazionisti al loro servizio. Grazie a persone coraggiose, come Gino, e come tanti altri, un’efficacissima rete clandestina ha potuto salvare centinaia e centinaia di ebrei in Toscana, in Liguria e in Umbria.

 

Un simbolo dell’Italia che non voleva e non poteva cedere al nazismo

 

 

Il 20 agosto 1968, circa 4.600 carri armati provenienti dai paesi del Patto di Varsavia fecero il loro ingresso a Praga. Finiva così la Primavera guidata da Dubček e avallata dal Manifesto delle duemila parole sottoscritto, tra gli altri, da una coppia di celebrità cecoslovacche: Emil Zátopek e sua moglie Dana, nata Ingrová. Dana fu una giavellottista eccezionale, mentre suo marito Emil, come scrisse il Times di Londra, è stato

“uno dei più grandi che abbiano mai corso su una pista”.

Ma per entrambi la vittoria più importante è stata, probabilmente, quella di sopportare l’oblio e le discriminazioni a cui il regime li costrinse per il loro impegno civico. Tra Emil e Dana fu amore a prima vista, sigillato da una strana coincidenza: erano nati nello stesso esatto giorno del 1922. E non si annoiarono mai durante i 52 anni di nozze, terminati nel 2000 con la morte di Emil. Nel 1968 il tentativo di umanizzazione del socialismo tentato dal leader riformista Alexander Dubček aveva attirato molti cechi e molti slovacchi, compresi Dana ed Emil. Entrambi firmarono il Manifesto delle duemila parole di Dubček in cui c’era una dichiarazione programmatica degli obiettivi del movimento.

 

 

Emil era uno di quelli che conduceva e incitava la folla nelle proteste di piazza Venceslao. L’euforia nazionale ebbe una fine improvvisa quando le truppe a guida sovietica invasero la Cecoslovacchia per “ripristinare il socialismo”, dando inizio a un nuovo periodo di forti repressioni. Gli Zátopek pagarono a caro prezzo il loro attivismo. Emil e Dana verranno puniti con la morte civile. Un deputato cecoslovacco, Vilem Nový, accusò l’opposizione di aver spinto Jan Palach a darsi fuoco con l’inganno. E fece il nome Zátopek come uno degli assassini morali del giovane.

 

 

Le accuse non portarono da nessuna parte, ma furono l’inizio di una dolorosissima violenza psicologica. Emil fu spogliato del suo grado, venne espulso dal Partito comunista e perse il lavoro. Con buona pace dei suoi 18 record mondiali. Venne mandato a Jáchymov, confine con la Germania, a spaccarsi la schiena nelle miniere di uranio. Ci trascorse sei anni, prima di tornare a Praga e lavorare come spazzino. Mentre a Dana venne tagliato lo stipendio. In primis ricevette una lettera di licenziamento dall’associazione dove lavorava come capo allenatore.

“E tutto quello che ho fatto per lo sport e per la repubblica? Non vi vergognereste a licenziarmi?”,

rispose durante un’udienza. Alla fine fu deciso che la riduzione del salario fosse un’umiliazione sufficiente. I giornali comunisti fecero cadere su di loro un oblio innaturale. Riuscirono ad andare avanti solo grazie all’amore reciproco e alle proprie convinzioni.

 

Sfidare l’URSS nello sport

 

 

 

Tornando ai giorni nostri, il sostegno di molti sportivi turchi al governo di Recep Tayyip Erdoğan durante le operazioni militari condotte da Ankara nel nord della Siria durante l’autunno 2019, tramite saluti militari rivolti al loro pubblico e messaggi pubblicati sui social network (vedi Calhanoglu, Ünder), è stato interpretato anche come una scelta obbligata, dovuta alle pressioni del governo nel tentativo di difendere la propria immagine all’estero. Ma, fra i più noti sportivi turchi, si trovano anche fermi oppositori, proprio come Enes Kanter, 27 anni, musulmano, nato a Zurigo da genitori turchi e cresciuto in Turchia, considerato uno dei migliori cestisti europei. Dal 2011 milita nell’ NBA, dove ha giocato con Utah, Oklahoma City, New York e Portland, mentre da questa stagione farà parte dei Boston Celtics.

 

 

Kanter non ha mai nascosto la sua vicinanza al movimento Hizmet di Fethullah Gülen, politico e predicatore, prima alleato e poi acerrimo nemico e principale avversario politico del rais turco: vive in esilio autoimposto in Pennsylvania dal 1999 e nonostante questo è ritenuto dal governo turco il principale responsabile del tentato colpo di Stato avvenuto nel luglio del 2016. Kanter rende pubbliche le sue posizioni insultando Erdoğan. Ai genitori viene requisito il passaporto e non possono più lasciare il Paese. La situazione diventa ancora più drammatica, quando il padre è costretto a disconoscere pubblicamente il figlio per la sua aperta posizione filo gulenista:

“Con profonda vergogna mi scuso con il nostro presidente e con tutto il popolo turco per avere un figlio del genere”, scrive.

Nel 2017 Kanter perde la cittadinanza turca e rischia l’arresto anche all’estero. Mentre si trova, infatti, in Indonesia per seguire le sue attività benefiche, viene avvertito dal suo agente che le autorità locali lo stanno cercando per catturarlo. Sale sul primo volo per l’Europa e arriva a Bucarest, in Romania, dove scopre che il suo passaporto è stato cancellato. Kanter è ora un apolide. Grazie all’intervento di alcuni senatori dell’Oklahoma, riesce a tornare negli Stati Uniti. Viene accusato di essere tra i favoreggiatori del colpo di Stato e la procura turca chiede in contumacia quattro anni di reclusione.

 

 

A volte l’impulso non parte nemmeno da uno sportive per sensibilizzare le istituzioni, ma può accadere anche che queste ultime capiscano che, attraverso lo sport, si può creare unità. È l’esempio più fulgido non può che essere quello di Nelson Mandela, che seppe riconoscere nel rugby un elemento chiave dell’identità e dello stile di vita dei bianchi sudafricani. Uno sport risalente ai primi del 1900 nel Paese. Per gran parte del secolo scorso, l’iconica squadra nazionale, gli Springboks (dal nome dell’omonima antilope, ndt), è stata verosimilmente la migliore al mondo. Ma più di ogni altro sport nel Paese, il rugby e la sua iconica antilope erano associati alla segregazione.

 

Un necessario protagonista del libro

 

 

Con la fine dell’apartheid è sorta una pressione per abbandonare l’emblema in favore della più neutrale protea, il fiore nazionale del Sudafrica. Mandela tuttavia capì che sarebbe stata una vera follia eliminare l’emblema degli Springboks dallo sport. Da sondaggi effettuati sui bianchi sudafricani all’inizio degli anni ‘90, risultò che circa la metà degli intervistati era disposta a rinunciare alla bandiera o a cambiare l’inno nazionale, ma per oltre il 90% era impensabile eliminare l’emblema degli Springbok. Invece di sbarazzarsi dell’antilope, Mandela decise che i neri del Sudafrica avrebbero dovuto rivendicarla come simbolo nazionale per tutti i cittadini.

 

 

Quando il Sudafrica vinse in casa la Coppa del mondo contro la Nuova Zelanda, Mandela capì che era un momento irripetibile. Indossò la maglia del capitano, Francois Pienaar, e scese in campo per salutare la squadra prima e dopo la partita, assicurandosi che rappresentassero tutti i sudafricani, non solo la minoranza bianca. Per il Sudafrica, l’impatto a lungo termine della coppa del mondo è ancora in fase di analisi. Oggi il team è ancora prevalentemente bianco, ma non è più un’esclusiva. I giocatori neri stanno diventando sempre più parte del rugby d’élite.

 

 

E poi Lilian Thuram, Arthur Ashe, Ara Khatchadourian, Billie Jean, Gaetano Scirea, Astutillo Malgioglio, Moacyr Barbosa e tanti altri. Il libro “I Giusti dello Sport” è pieno di queste storie in cui lo sport ha fatto la differenza nella società e può essere scaricato al link http://gariwo.net/igiustidellosport. È un lavoro collettivo che ha coinvolto ventidue autori e che include trentasei racconti, suddivisi per argomento. Storie che, come spiega il presidente di Gariwo Gabriele Nissim,

 

“mostrano che uomini normali, se sorretti dal coraggio e dalla determinazione, hanno potuto incidere e lasciare delle tracce di umanità. Sono stati capaci di riparare il mondo nello spazio in cui agivano. Non hanno sconfitto il Male, non hanno cambiato mai del tutto la situazione, ma nel loro ambito di libertà sono riusciti a vincere la loro battaglia”.