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13 Ottobre

Ian Thorpe, se la gloria cela lo spettro della depressione

Jacopo Benefico

18 articoli
Una vita in vasca tra estasi e ricadute.

Era il 16 agosto 2004 e ai Giochi olimpici di Atene si stava per disputare quella che fu poi ribattezzata “la sfida del secolo”. Ai blocchi di partenza c’erano infatti alcuni tra i nuotatori più forti di tutti i tempi, pronti ad affrontarsi nei 200 metri stile libero in una gara all’ultima bracciata per la medaglia d’oro: Michael Phelps, Peter Van den Hoogenband, Grant Hackett e Ian Thorpe formavano senza dubbio il quartetto più blasonato.

 

 

L’eccitazione era visibile tra il pubblico. L’acqua della piscina era increspata dal vento. Il sole picchiava sulla parte alta delle tribune e i nuotatori erano pronti a darsi battaglia nello spettacolare scenario della città di Atene, in cui le Olimpiadi dell’era moderna erano nate più di un secolo prima.

 

Ian Thorpe impegnato nei 400 metri stile libero durante le Olimpiadi di Atene nel 2004 (Ph Adam Pretty/Getty Images)

 

 

Lo starter suona e il pubblico accoglie il tuffo con un boato, prima di ricadere in un silenzio tombale dovuto all’estrema concentrazione su ogni singolo movimento in vasca. Dopo la prima virata, l’olandese Van de Hoogenband è in testa. Segue “Thorpedo” con la sua inconfondibile muta nera. Superati i primi 100 metri l’australiano guadagna terreno e si avvicina prepotentemente all’avversario in corsia “4”. È ormai un testa a testa tra i due che se la giocano per millimetri, anzi millesimi di secondo. Alla terza virata Thorpe gira dietro al rivale e il pubblico incomincia ad agitarsi stimolato dall’adrenalina del finale di gara. Gli ultimi 25 metri invece sanciscono il sorpasso definitivo dell’australiano: infatti sarà proprio Ian Thorpe a toccare per primo la piastra in 1’44,71’’, crono con cui stabilisce il nuovo record olimpico.

 

 

In quell’Olimpiade Thorpe vincerà altre 4 medaglie, di cui due d’oro, che si aggiungeranno al suo già ricchissimo palmarès. È stato un atleta in grado di bruciare tutte le tappe e ritrovarsi campione del mondo a soli 15 anni: nel 1998, a Perth, riuscì ad arrivare davanti al connazionale Hackett nei 400 stile libero con una rimonta mozzafiato nello sprint finale. A 16 anni e 10 mesi, durante i campionati panpacifici di Sydney, compì invece l’impresa di stabilire quattro nuovi record mondiali in quattro giorni consecutivi:

il 22 agosto 1999 fece 3’41,83’’ nei 400 stile libero, divenendo il più giovane nuotatore in grado di battere un record del mondo; il giorno seguente fu la volta dei 200 stile in 1’46,34’’; il 24 agosto, sempre nei 200 stile, abbassò il suo stesso tempo a 1’46,00’’; in ultimo il 25, insieme ai compagni Hackett, Kirby e Klim, vinse il primato nei 4×200 con 7’08,79’’.

 

Una potenza sovrannaturale, un talento innato destinato a riscrivere la storia del nuoto. La prima Olimpiade a cui partecipò fu nel 2000: non solo si disputò nel suo Paese, ma proprio nella sua città natale, Sydney. Quale miglior occasione per affermarsi ancora una volta come il più forte davanti ai suoi amici, la sua famiglia e tutto il suo popolo? Thorpe si presentò in ottima forma e fu un assoluto protagonista: oltre a 2 argenti nei 200 stile e nella 4×100 misti, vinse 3 ori che rimangono inscritti nella storia. Tra questi il trionfo più incredibile fu la staffetta 4×100 stile. Prima della gara l’americano Gary Hob Junior disse «suoneremo gli australiani come delle chitarre», ma gli Aussies non furono molto d’accordo.

 

Lo Squalo in azione: semplicemente maestoso (Ph Adam Pretty/Getty Images)

 

 

“Thorpedo” fu l’ultimo dopo i connazionali Michael Klim, Chris Fylder e Ashley Callus. Tutti e tre furono davanti agli avversari dall’inizio alla fine e anche Thorpe partì in vantaggio, ma nei primi 50 metri si fece raggiungere dal diretto concorrente statunitense. Il sogno sembrò svanire in un attimo ma, come spesso nella sua carriera, l’australiano tirò fuori il coniglio dal cilindro negli ultimi 25 metri, in cui con un guizzo finale riuscì ad assicurare la vittoria alla sua squadra. Una vittoria storica, dal momento che gli Stati Uniti non erano mai stati battuti in quella disciplina. Trionfo che fu celebrato dagli staffettisti australiani con la sbeffeggiante mimica di chi suona la chitarra.

 

 

Seguiranno altre vittorie e altri record, tra cui l’apice dei campionati di Fukuoka del 2001, in cui divenne il primo a vincere 6 medaglie d’oro nello stesso mondiale. La sua vita sembra perfetta, la carriera quella che qualunque sportivo sogna da bambino. Chiunque pagherebbe per assaporare anche solo un decimo della gloria di Thorpe, ma il mondo dello sport, specie nelle discipline individuali, nasconde alcuni lati oscuri che rischiano di farti affondare, o meglio annegare.

 

 

La mente può giocare brutti scherzi, soprattutto quando sei sempre tu, da solo, a lottare contro te stesso alla ricerca della perfezione. Nel nuoto infatti, basta sbagliare la partenza, una bracciata, una virata o persino una fase della respirazione che in un attimo hai perso senza possibilità di recuperare. La ripetizione ossessiva del gesto tecnico è maniacale e l’esecuzione non concede nessun margine di errore. Anche per questo gestire il proprio equilibrio mentale non è sempre compito facile.

 

Ashley Callus, Chris Fydler, Michael Klim e Ian Thorpe in estasi dopo la vittoria nella staffetta 4 x 100 stile libero in occasione delle Olimpiadi di Sydney 2000 (Credit: Al Bello / Allsport)

 

 

Un accenno di depressione Thorpe l’avvertì in età adolescenziale. Sicuramente era frutto, almeno in parte, dalla “solitudine” con cui un nuotatore deve convivere quotidianamente per tutta la vita. Ma all’epoca lui non era in grado di decifrare questo suo malessere e solo qualche anno più tardi capì di che cosa si trattasse davvero.

 

 

Come tanti prima e dopo di lui, si rifugiò per un periodo nell’alcool, abusandone. Ma l’effetto ottundente era effimero, e i postumi del giorno dopo non facevano che peggiorare il suo stato. Evidentemente non era la chiave per uscirne. Il down psicologico raggiunse livelli tali che, come dichiarato da lui stesso, in più di un’occasione si ritrovò a pensare al suicidio raggiungendo il gradino più basso della sua intera esistenza. In questo contesto il 21 novembre 2006, a soli 24 anni, Ian Thorpe annuncia il suo ritiro.

 

 

Uno shock per tutti gli amanti del nuoto e dello sport in generale, ma una decisione totalmente consapevole e quasi liberatoria per lui. Thorpe voleva riprendersi l’adolescenza che non aveva vissuto. Voleva ballare, fare festa, voleva socializzare con le altre persone e non sottostare più alle restrizioni che l’agonismo di massimo livello presuppone. Voleva dimenticare il nuoto. Almeno per un po’. Nella conferenza stampa ufficiale diede una spiegazione molto semplice:

 

«Se un bambino dovesse chiedere ai suoi genitori perché Thorpe si è ritirato, la risposta giusta sarebbe che ho già fatto tutto quello che potevo e volevo fare in questo sport».

 

Apparentemente invincibile, Thorpe dietro i suoi occhialini celava il germe della depressione (Credit: Nick Wilson / Allsport)

 

 

Ma come spesso accade, a fronte di un iniziale periodo di serene gozzoviglie seguirono i problemi: una crisi finanziaria, ma soprattutto il ritorno della depressione. Così, dopo la lunga pausa di riflessione, “lo squalo” capì che non poteva fare a meno di quella parte della sua vita. Doveva ributtarsi in acqua.

 

 

Dopo ben 2.099 giorni dall’ultima competizione, nel novembre 2011 ci fu il tanto atteso ritorno in vasca in occasione della Coppa del Mondo. Fu protagonista di alcune buone prestazioni e registrò anche dei tempi che facevano ben sperare per le imminenti qualificazioni olimpiche. Tuttavia, con l’avvicinarsi di tale evento Thorpe sentiva che qualcosa non andava. Lui stesso ammise che l’ansia del pre gara, la stessa che ai tempi d’oro si convertiva in grinta al momento del tuffo, ora gli faceva mancare il respiro come se stesse affogando, influendo negativamente sulle sue prestazioni. Infatti ai trial australiani di marzo ad Adelaide “Torphey” non riuscì a fare i tempi necessari per qualificarsi.

 

 

Grazie al suo spirito combattivo e alla ritrovata convinzione nei propri mezzi, Thorpe riuscì a lasciarsi alle spalle la grande delusione e a focalizzarsi sul futuro. La sua passione per allenamenti, gare e per tutto il mondo del nuoto era ormai risorta, così il campione con il sorriso decise di proseguire la carriera ponendosi nuovi obiettivi. Purtroppo però per lui le disgrazie non erano finite. Nel 2014 dovette ritirarsi definitivamente: in seguito a una grave infezione post operatoria, rischiò addirittura l’amputazione del braccio sinistro.

 

Ian Thorpe ha saputo affrontare i suoi demoni (Ph Quinn Rooney/Getty Images)

 

 

Eppure la storia di “Thorpedo” ha un lieto fine. Dopo la grande delusione per non essere riuscito a qualificarsi alle Olimpiadi di Londra e dopo la paura per la scampata amputazione, è riuscito a combattere i demoni nella sua testa.

 

«Nella vita, anche se i sacrifici che hai fatto ti sembrano sufficienti, non sempre può andare esattamente come ti aspettavi».

 

In quel momento ha deciso di affrontare il futuro con positività e determinazione, trovando una totale serenità interiore che lo ha portato a fare un grande passo: nel 2014 ha fatto outing sulla sua omosessualità, ponendo fine a tutte le fastidiose dicerie e illazioni che lo avevano accompagnato sin dagli inizi della carriera.

 

 

Più libero e risolto, è riuscito anche a inquadrare quello che da lì in avanti sarebbe stato il suo ruolo su questo pianeta: prendersi cura delle nuove generazioni, trasmettendo ai futuri campioni la quintessenza dei valori che una figura umana e sportiva unica come Ian Thorpe ha incarnato e incarnerà per sempre.

 

 

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